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Perché far installare un depuratore d’acqua?

L’acqua potabile è un bene indispensabile e chiaramente una risorsa di cui tutti abbiamo bisogno nel corso bella giornata. In particolar modo quella destinata ad uso alimentare, ovvero quella che beviamo o che adoperiamo per la preparazione dei cibi, deve essere pura e libera da eventuali sostanze nocive o pericolose.

Ciò non sempre è vero, nel senso che la qualità dell’acqua che arriva al rubinetto di casa è influenzata da fattori quali calcare in eccesso, o altri elementi che possono rendere l’acqua più o meno dura e conferirle un sapore meno gradevole. La qualità dell’acqua che beviamo è importante soprattutto in presenza di calcoli renali, per i quali è necessario andare a bere un acqua che sia più leggera per evitare la loro formazione.

Vantaggi e svantaggi di un depuratore d’acqua

I vantaggi per i quali decidiamo di acquistare un depuratore d’acqua domestico non sono legati soltanto alla qualità dell’acqua, il che di per sé è già un buon motivo per adottare questo utile dispositivo, ma ce ne sono tanti altri che hanno un aspetto pratico e di convenienza economica non indifferente.

Pensiamo ad esempio alla fatica che facciamo ogni giorno per trasportare fino a casa le pesanti bottiglie dal supermercato. Ogni cassa d’acqua pesa in media una decina di kg, il che non è un peso indifferente. Consideriamo poi lo sforzo del doverle salire fino a casa e trasportarle fino al punto esatto del nostro appartamento in cui la conserviamo di solito.

Oltre alla fatica fisica c’è anche un aspetto chiaramente economico: un litro d’acqua minerale al supermercato costa in media 0,15€, mentre l’acqua che esce dal rubinetto a un costo medio per litro di 0,0015€.

C’è dunque una grande differenza in termini economici, e facendo i calcoli per quel che riguarda l’approvvigionamento annuale di acqua per consumi alimentari è facile scoprire che in questa maniera il risparmio può superare le €500 annue.

Ci sono anche degli svantaggi nel far installare in casa un depuratore d’acqua? Se vogliamo provare ad individuare uno svantaggio dell’adottare in casa un depuratore per l’acqua, questo potrebbe essere il costo iniziale, sebbene oggi anche il miglior depuratore acqua può essere acquistato con delle comode rate mensili che lo rendono facilmente accessibile a tutti.

Quale depuratore scegliere per casa?

In base alla qualità dell’acqua che attualmente arriva presso il rubinetto di casa è possibile scegliere il depuratore giusto. Al momento in commercio ne esistono di 4 tipi:

  • Depuratori ad osmosi inversa
  • Addolcitori
  • Filtri al carbone attivo
  • Sistemi di microfiltrazione

I depuratori a osmosi inversa sono i più utilizzati in casa. Essi presentano una membrana semipermeabile che ha la capacità di eliminare dall’acqua gli elementi presenti in eccesso e tra questi il sodio e i vari nitrati.

Gli addolcitori vengono invece preferiti laddove vi è una eccessiva presenza di calcare nell’acqua.

Essi hanno infatti il compito di diminuire la durezza dell’acqua e aggiungere del sodio. Fanno ciò tramite un particolare processo chimico che prevede uno scambio ionico.

I filtri al carbone attivo invece rappresentano un sistema in grado di rimuovere eventuali sostanze nocive come ad esempio il cloro. Questi filtri possono essere montati direttamente sul rubinetto e per questo richiedono meno tempo per l’installazione.

I sistemi di microfiltrazione sono dei filtri che hanno la capacità di rimuovere dall’acqua tutte le parti solide mediante una particolare membrana.

In breve

Dunque adesso disponi di tutte le informazioni per scegliere con cura il nuovo depuratore da acquistare per casa. Abbiamo capito che ci sono dei fattori legati alla praticità e alla convenienza economica, oltre ad innegabili benefici che riguardano la nostra salute. Ecco perché sempre più famiglie decidono di far installare un depuratore d’acqua in casa.

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Come si svolge una visita senologica?

Se non ne hai mai fatta una, la decisione di sottoporti ad una visita senologica è saggia nell’ottica della prevenzione. Si tratta di un tipo di visita assolutamente non invasiva e indolore per la paziente, e che in genere dura pochi minuti.

È particolarmente raccomandata a partire dai 40 anni in poi, salvo condizioni particolari, ed è bene effettuare una ogni anno. Se ti appresti a sottoporti alla tua prima visita senologica e desideri anticipatamente capire come questa funzioni e cosa ti chiederà il tuo specialista, di seguito trovi interessanti informazioni che fanno al caso tuo.

Fase uno: l’anamnesi

Nella prima fase della tua visita senologica lo specialista andrà ad effettuare l’anamnesi, ovvero raccogliere tutte le informazioni relative alla tua situazione di salute, la storia clinica ed eventuali casi di tumore al seno verificatisi in famiglia.

Ti saranno chieste informazioni circa l’utilizzo che fai attualmente di farmaci, le gravidanze precedenti ed eventuali patologie in corso.

Sarà importante per lo specialista approfondire anche quel che riguarda il tuo stile di vita con particolare riferimento all’alimentazione e al tipo di attività fisica che eventualmente svolgi. Ti saranno chieste probabilmente anche informazioni sul tuo eventuale consumo di alcol e dipendenza dal fumo.

Se hai degli esami effettuati precedentemente fai bene a portare referti e tutte le informazioni che ritieni possano essere utili al medico, il quale avrà a questo punto tutte le informazioni di suo interesse.

Fase due: la visita vera e propria

A questo punto lo specialista può procedere con la visita vera e propria, ovvero con l’osservazione e la palpazione. Sarà chiesto alla paziente di sedersi, di spostare le braccia all’indietro e poi sollevarle così da poter osservare inizialmente la forma, la simmetria, le dimensioni e l’aspetto generale delle mammelle.

A questo punto il professionista proseguirà con la palpazione dei seni, così come delle cavità ascellari. Successivamente sarà chiesto alla paziente di assumere la posizione supina per andare alla ricerca di eventuali indizi che possano far pensare a qualsiasi tipo di anomalia.

Viene effettuata infine la palpazione del capezzolo per andare alla ricerca di eventuali noduli o ispessimenti. A questo punto il medico avrà effettuato tutte le operazioni che gli consentono di poter formulare la sua diagnosi.

Se non avrà riscontrato nulla, verrà semplicemente suggerito alla paziente di ripetere in futuro lo stesso tipo di visita. In caso contrario può essere prescritta una terapia specifica oppure, sulla base delle valutazioni del professionista, può essere richiesto di effettuare ulteriori esami per approfondire.

Con quale frequenza effettuare questo tipo di visita?

Se non ci sono particolari problematiche, e se anche effettuando l’autopalpazione non si hanno dubbi relativi ai noduli, è possibile effettuare questa visita una volta l’anno.

Nel caso in cui si dovesse invece riscontrare qualsiasi tipo di anomalia già attraverso l’autopalpazione, diventa importante avvisare in tempo il proprio medico di famiglia o specialista così da sottoporsi a una visita e procedere ad un controllo più accurato.

Ci sono controindicazioni?

Non ci sono controindicazioni di nessun tipo nell’effettuare questo tipo di visita, dato che lo specialista non adopera strumenti particolari se non le sua mani, per cui non è necessario essere in tensione o avere timore di qualsiasi tipo.

Si tratta per questo motivo di un tipo di visita che non è invasiva, ma soprattutto è sicura e semplice, alla quale possono sottoporsi anche donne in giovane età.

Non esistono per questo motivo delle controindicazioni o delle precauzioni attenersi. Basta semplicemente fidarsi del proprio specialista e ascoltare le sue indicazioni affinché la visita possa essere proficua.

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Cassetta della posta condominiale: info utili

Quando si cura l’allestimento dell’androne di un condominio ci sono tutta una serie di elementi di arredo cui si pensa per rendere più gradevole l’aspetto di questo ambiente che precede l’ingresso negli appartamenti.

Sicuramente è possibile abbellirlo inserendovi delle fioriere, faretti nel controsoffitto, quadri e altri arredi che sono in grado di migliorare l’estetica del luogo in generale. Ad ogni modo, ciò che maggiormente cattura gli sguardi all’interno dell’androne di un condominio, è sicuramente la bacheca condominiale. Qui è dove viene riposta la corrispondenza destinata ai singoli condomini, ma il suo ruolo è oggi molto più che semplicemente quello di essere il luogo destinato a custodire la posta.

Una duplice funzione

Certamente, fa piacere a tutti sapere che la propria corrispondenza sia ben custodita all’interno della cassetta di posta personale e che dunque nessuno possa sottrarre ciò che viene inserito al suo interno da parte del portalettere. Ciò significa che la privacy è sicuramente ben rispettata e con essa tutte le nostre informazioni presenti all’interno della corrispondenza che quotidianamente riceviamo. Ad ogni modo, oggi l’aspetto prettamente funzionale non è l’unico che ci si aspetta venga soddisfatto con efficacia da una cassetta postale, ma c’è anche un fattore estetico da considerare.

La cassetta della posta è infatti in grado di infondere in chi lo osserva un certo tono e conferire all’ambiente un aspetto più o meno sobrio ed elegante in base a quello che è il proprio desiderio.

Da questo punto di vista il mercato è in grado di soddisfare ogni tipo di necessità o richiesta dato che esistono cassette postali condominiali di ogni tipo, formato, stile e dimensione. A prescindere dalla tipologia che si andrà a scegliere, si avrà sempre la certezza di riuscire a custodire in maniera egregia la propria corrispondenza tenendola al riparo da sguardi indiscreti o dalle mire di eventuali malintenzionati.

Cosa prevede la legge?

Secondo quanto previsto dalla normativa vigente, tali strutture devono avere forma e dimensioni tali da permettere di introdurre al loro interno la corrispondenza senza difficoltà. La normativa stessa prevede che queste debbano essere posizionate al limite della proprietà o ad ogni modo in un luogo che è accessibile liberamente, così che il portalettere possa riuscire ad accedere alla zona in cui si trovano le cassette postali senza dover ogni volta bussare per poter entrare nei locali.

 Chiaramente le singole cassette postali devono recare il cognome della persona che ne fa utilizzo, altrimenti sarà impossibile per il portalettere consegnare la missiva che in questo caso verrà restituita al mittente. Alla stessa maniera le singole cassette devono essere facilmente accessibili in quanto, nel caso in cui l’inserimento dovesse risultare particolarmente difficoltoso, il portalettere potrà lasciare un avviso di giacenza e a questo punto la corrispondenza avverrà direttamente presso l’ufficio postale.

Gli standard previsti per i produttori

Ci sono anche degli standard ai quali devono attenersi i produttori delle cassette postali, con particolare riferimento a fattori quali dimensione, sicurezza e resistenza. Per quel che riguarda le dimensioni, la cassetta deve riuscire a ospitare al suo interno una busta in formato A4 senza che questa rischi di danneggiarsi. Ogni cassetta deve inoltre essere dotata di apposite soluzioni anti prelievo per fare in modo da evitare che chiunque possa sottrarre la corrispondenza. Non devono inoltre essere presenti spigoli vivi per salvaguardare l’incolumità delle persone che la utilizznao.

Basta seguire queste semplici indicazioni per comprendere come debba essere la cassetta della posta ideale, così da evitare un eventuale acquisto errato e al contrario scegliere sin dall’inizio un modello che possa rendere la vita più facile sia ai portalettere che ai condomini stessi.

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Come proteggere casa: consigli utili

Quella di proteggere casa dai tentativi di intrusione da parte di malintenzionati è una necessità di tutti noi, per rassicurare i nostri familiari e anche i nostri beni più preziosi.

Tuttavia delle volte possiamo avere maggior paura che i ladri possono entrare in casa, soprattutto quando abitiamo ai piani più bassi o quando nel nostro quartiere sempre più spesso si verificano episodi di questo tipo.

Per tale motivo è davvero importante sentirsi al sicuro all’interno della propria abitazione ed evitare che chiunque possa turbare la quiete della famiglia.

Porte robuste e sistema di videosorveglianza

Sicuramente un buon primo passo è quello di adoperare delle porte e finestre che siano solide e di qualità. Ricorda tra l’altro di mettere sempre il blocco della porta nel corso della notte e di chiudere bene finestre e serrande soprattutto se vivi ai piani più bassi.

Un altro tipo di deterrente potrebbe essere quello installare delle telecamere di sorveglianza che possano far desistere eventuali malintenzionati con la loro presenza.

Ad ogni modo, sempre di più questo sistema viene eluso da maschere o altri sistemi di camuffamento adoperati dai malviventi i quali decidono ugualmente di proseguire nel loro intento nonostante la presenza delle telecamere.

Le Inferriate apribili

Se sei alla ricerca di una soluzione veramente efficace ed in grado di garantire una protezione assoluta da qualsiasi tentativo di intrusione in casa, le inferriate apribili rappresentano la prima scelta per te soprattutto se abiti al piano terra.

Queste robuste inferriate realizzate in ferro sono infatti molto resistenti e dunque particolarmente difficili da superare per qualsiasi malvivente, i quali notoriamente hanno soltanto pochi minuti a disposizione per entrare ed uscire con la refurtiva e per tale motivo preferiscono sicuramente spostare le proprie attenzioni su altri appartamenti in cui un sistema di questo tipo non sia presente.

Esistono inoltre le inferriate fisse che vanno collocate sulle aperture come le finestre: queste, a differenza di quelle apribili, non possono essere aperte e chiuse a piacere e rappresentano una barriera fisica che sicuramente può mettere in sicurezza ogni finestra.

Tendenze di consumo, ecco i trend del 2022

Come sono cambiati i nostri comportamenti e in quali ambiti dopo la pandemia che ha travolto il mondo? Risponde a questi quesiti il report Top 10 Global Consumer Trends 2022, annuale appuntamento di Euromonitor International finalizzato a scoprire come è mutata e come cambierà nel prossimo futuro la società. Innanzitutto, dall’indagine emerge che tutti noi siamo incredibilmente duttili, e sappiamo adattarci ai cambiamenti in modo tutto sommato repentino. Ma è altrettanto vero che quello che è accaduto a livello planetario ha portato in luce nuovi “modi” a cui difficilmente rinunceremmo, e le aziende non possono non tenerne conto. Ecco una breve rassegna di quelle che sono le 10 principali tendenze già in atto o che emergeranno ne corso dell’anno. 

Creativi, attenti al clima e sempre più digitali

Tra i principali trend emerge a sorpresa la creatività, anche negli acquisti: i consumatori hanno imparato a trovare soluzioni creative per acquistare i loro prodotti preferiti o per identificare le migliori opzioni, dato che la pandemia ha avuto effetti pesanti anche sugli approvvigionamenti. Allo stesso modo, le persone sono diventate più attente alla sostenibilità: l’emergenza climatica è un tema sentito da moltissimi, tanto che nel 2021 il 35% dei consumatori globali ha ridotto attivamente le proprie emissioni di carbonio. Probabilmente anche per queste due tendenze – trovare ciò che desideriamo e tutelare il pianeta – anche le fasce più grandi della popolazione si sono avvicinate al digitale. I consumatori over 60 stanno diventando a tutti gli effetti utenti di tecnologia avanzata e le soluzioni virtuali devono essere adattate alle esigenze anche di questo vasto target. 

Obiettivo benessere

I consumatori si concentrano sulla crescita personale e sul benessere, apportando cambiamenti radicali alla vita che riflettono i loro valori, passioni e scopi. Anche il metatarso sta entrano in gioco: gli ecosistemi digitali 3D immersivi iniziano a trasformare le connessioni sociali. Le vendite globali di accessori AR/VR sono cresciute del 56% dal 2017 al 2021, raggiungendo 2,6 miliardi di dollari lo scorso anno. Oltre al mondo virtuale, però, i consumatori amano anche il secondo hand e l’autenticità dei prodotti artigianali (e sostenibili), così come preferiscono traslocare per andare a vivere in contesti più sicuri, più puliti e più verdi. Più in generale, infine, l’autenticità, l’accettazione e l’inclusione sono i veri driver nelle scelte di vita e nelle abitudini di acquisto dei consumatori. Tutti elementi che saranno utili alle aziende per rimanere competitive sul mercato e rispondere ai bisogni di utenti sempre più esigenti e selettivi.

Il 60% delle aziende usa già l’Intelligenza Artificiale

Nonostante l’incertezza sul funzionamento dei processi decisionali dell’Intelligenza artificiale, e la preoccupazione sulle conseguenze delle sue azioni o omissioni, il 60% delle società a livello globale già la sta utilizzando. Secondo il sondaggio condotto online dallo studio legale Dentons alla fine del 2021, il 48% delle aziende è all’inizio del percorso di inserimento di sistemi basati sull’AI, e il 12% è early adopter della nuova tecnologia.
“Per l’Intelligenza artificiale è un momento di grande sviluppo – commenta l’avvocato Giangiacomo Olivi, Co-Head of Europe Data Privacy and Cybersecurity, Intellectual Property and Technology di Dentons -, che vede un numero sempre maggiore di imprese, in tutto il mondo, adottare questa tecnologia come parte integrante delle strategie di crescita del proprio business”.

Tra consapevolezza dei vantaggi e timore dei rischi

“Per utilizzare al meglio l’AI, con tutte le sue potenzialità, non ci si può fermare ai benefici immediati – spiega l’avvocato Olivi -: è necessario valutarne attentamente i rischi, affrontando e gestendo le problematiche che i sistemi intelligenti possono porre prima di tutto a livello di governance e compliance normativa, ma senza dimenticare l’aspetto etico”.
Il sondaggio ha infatti evidenziato la consapevolezza dei molti vantaggi che possono derivare dall’uso dell’AI, come, ad esempio, il risparmio di tempo dovuto all’automazione dei processi e la riduzione degli errori umani nelle attività di elaborazione dei dati. Al contempo, tale consapevolezza non ha ancora consentito di superare la preoccupazione sul rapporto tra l’AI e il trattamento dei dati personali, la responsabilità per le azioni e le omissioni compiute dai sistemi intelligenti, e più in generale, la normativa applicabile.

L’incertezza sui criteri di attribuzione della responsabilità

La maggioranza dei partecipanti al sondaggio è infatti preoccupata dall’incertezza sui criteri di attribuzione della responsabilità per le conseguenze che possono derivare dalle decisioni, ed eventuali omissioni, dei sistemi di AI (80%).
La tutela dei dati personali è un’esigenza di primaria importanza (81%), ma solo il 55% conferma di aver effettivamente implementato specifiche procedure interne di protezione dei dati. Oltre la metà degli intervistati (57%) dichiara poi di temere le discriminazioni che possono derivare dalle decisioni dei sistemi intelligenti.

In attesa di un intervento legislativo 

Nonostante la consapevolezza dei rischi connessi all’uso dei sistemi intelligenti, riferisce Adnkronos, solo il 19% delle società del panel ha già una strategia o segue una specifica roadmap per l’implementazione dell’AI, e sta adottando presidi per assicurarne una gestione conforme al contesto normativo attuale. Molte società infatti stanno attendendo che sia il legislatore ad attivarsi per l’adozione di disposizioni specificamente dedicate all’AI. In particolare, in materia di tutela dei dati personali (61%), protezione dei consumatori (52%), responsabilità penale (46%) e proprietà intellettuale (45%).
“Nell’attesa di interventi specifici dei legislatori – commenta Olivi -, per non perdere le opportunità offerte dall’intelligenza artificiale è necessario adottare da subito un approccio più consapevole, che non guardi solo agli obiettivi di business ma anche alle persone”.

Fine anno senza pericoli per salute e bilancia: i consigli degli esperti

Noi italiani amiamo festeggiare, ogni occasione è buona per ritrovarci insieme con amici e parenti e condividere a tavola le bontà della nostra tradizione gastronomica. Questo rito, inoltre, è particolarmente sentito durante le festività di Natale, Santo Stefano e Capodanno, dove si cucina come se non ci fosse un domani. Bene, anche quest’anno – in cui i ritrovi numerosi sono stati sconsigliati a causa dell’emergenza sanitaria – quasi nessuno ha voluto rinunciare al piacere di cucinare e mangiare le specialità delle ricorrenze. Meno commensali, quindi, ma non meno portate.

Le dritte salvalinea dei medici Aigo

Per festeggiare come si deve, ma senza però attentare alla linea e alla salute, ci sono i consigli di di AIGO – Associazione Italiana Gastroenterologi ed Endoscopisti Digestivi Ospedalieri, che indicano come concedersi le gioie delle convivalità senza doverle pagare sulla bilancia. Focus innanzitutto sull’alcol, ricco di zuccheri. Nessuno vieta il tradizionale brindisi, però bisogna ricordare che negli uomini la dose massima giornaliera è di 1-2 bicchieri di vino, mentre nelle donne di 1 bicchiere. Anche nei soggetti sani l’alcol può causare pure in dosi moderate sintomi da reflusso o bruciore, in presenza di patologia serve particolare prudenza. Il paziente con malattia di fegato non dovrebbe assumere bevande alcoliche, mentre il paziente con disturbi funzionali, come intestino irritabile, può concedersi un brindisi. La cosa più importante che spesso manca nelle tavole delle feste è l’acqua. Quindi, sì a un brindisi, ma uno solo!

Limitare grassi, zuccheri e “cattive” abitudini

Le ricette della tradizione sono buonissime, si sa. Ma sono spesso più ricche di grassi animali e zuccheri, elementi che possono favorire disturbi come cattiva digestione, gonfiore addominale, reflusso gastroesofageo, essendo difficilmente digeribili anche per le persone in buona salute. Senza demonizzare le nostre eccellenze gastronomiche, è bene tenere presente che in alcune persone con difficoltà nell’assorbimento del lattosio, prodotti caseari freschi, creme e intingoli possono favorire alcuni disturbi. Quindi, spazio anche a tante verdure sulla tavola e addio invece alle cattive abitudini, come ad esempio mangiare troppo velocemente, fumare tra una portata e l’altra o sdraiarsi sul divano subito dopo il pasto. Un po’ di movimento farà sicuramente bene alla salute e anche all’umore. No anche allo stress, compagno di molti in questi mesi difficili: pranzi più leggeri aiutano inoltre a non aggravarne gli effetti.

Mantenere un figlio da 0 a 18 anni costa in media 175.642,72 euro

Mantenere un figlio da 0 a 18 anni ha un costo medio pari a 175.642,72 euro, ma nel caso di una famiglia con alto reddito, ovvero oltre i 70 mila euro l’anno, la cifra lievita al record di 321.617,36 euro. Il costo poi è aumentato con la pandemia, e rispetto al 2018 l’incremento è dell’1,2%. Si tratta delle valutazioni che emergono dal rapporto dell’ONF – Osservatorio Nazionale Federconsumatori. Secondo l’associazione, la diminuzione delle spese relative ai trasporti, così come di quelle sostenute per le attività sportive e ludiche durante il periodo delle restrizioni, non è bastata ad ammortizzare l’aumento dei costi per l’abitazione e le utenze (+12% rispetto al 2018), né per l’alimentazione (+8% rispetto al 2018) o per l’educazione e la cura dei figli (+6% rispetto al 2018).

Rispetto al 2019 contrazione del reddito annuale dei nuclei familiari a -2,8%

La pandemia ha inoltre contribuito ad ampliare un fenomeno già in costante crescita, la diminuzione del reddito annuo delle famiglie italiane. Rispetto al 2019 si è registrata infatti una contrazione considerevole sia della spesa (-9%) sia del reddito annuale dei nuclei familiari (-2,8%), con esiti rovinosi per le famiglie, in particolar modo se monogenitoriali e appartenenti al primo quintile di reddito, ossia la fascia reddituale più bassa.

Il costo cresce in relazione alle fasce reddituali

A seconda del reddito, la spesa per crescere un figlio fino alla maggiore età varia infatti notevolmente. Una famiglia bi-genitoriale, la tipologia familiare presa a campione per l’indagine, con un reddito annuo di 22.500 euro per mantenere un figlio fino a 18 anni spende in media 118.234,15 euro. Per la stessa tipologia di famiglia, ma con un reddito medio (34.000 euro/anno) la spesa totale per crescere un figlio fino alla maggiore età aumenta fino a 175.642,72 euro. Per le famiglie ad alto reddito, ovvero oltre i 70.000 euro/anno, mantenere un figlio fino a 18 anni ha un costo medio di 321.617,36 euro.

Un figlio è un lusso che sempre meno italiani possono permettersi

Secondo Federconsumatori, come riprende Agi, “questi dati mettono in evidenza come, oggi più che mai, fare un figlio stia diventando un lusso riservato a pochi, che sempre meno italiani sono in grado di permettersi. Non stupisce che nel 2021, in Italia, si è registrato il minimo storico di nascite”.
Infatti, seppur rappresentino un passo in avanti, i bonus e le agevolazioni disposti dal Governo, come l’Assegno di natalità, il Bonus mamma domani, l’Assegno unico figli, e il Bonus asilo nido, non sono ancora sufficienti a invertire tale tendenza.
Ecco perché è necessario avviare politiche a tutela della famiglia, della natalità e soprattutto del lavoro, per garantire condizioni migliori alle famiglie, oggi costrette a continui sacrifici, e dare un nuovo impulso al ringiovanimento del Paese.

Industria tecnologica europea, nel 2021 investiti quasi 100 miliardi di dollari

Secondo il report annuale del venture capital Atomico, che dal 2015 rilascia la propria analisi sullo Stato della tecnologia in Europa, nell’intero 2021 sono quasi 100 i miliardi di dollari investiti nell’industria tecnologica europea. Con livelli di investimento ‘early-stage’ per la prima volta pari a quelli degli USA, e con un numero di nuovi unicorni in aumento, l’industria tecnologica europea sta crescendo più velocemente di quanto non facesse prima della pandemia, aumentando il proprio valore di 1 trilione di dollari soltanto nei primi 8 mesi del 2021. Ma quali sono le tendenze in campo tecnologico per questo primo anno di ‘next normal’?

Le start up non sono mai andate meglio

In Europa il numero totale di aziende tecnologiche che hanno scalato fino a 1 miliardo di dollari è salito da 223 nel 2020 a 321 nel 2021. I grandi round, oltre i 250 milioni di dollari, ora sono la norma, e sono cresciuti di 10 volte rispetto allo scorso anno, rappresentando il 40% del capitale totale investito. E le start up non sono mai andate meglio: l’Europa ha la sua pipeline ‘early stage’ più forte di sempre, con il 33% di tutto il capitale investito a livello globale in round fino a 5 milioni di dollari.
L’Europa diventa quindi la seconda regione a livello globale quando si tratta di investimenti, con un totale di 3,8 miliardi di dollari contro i 4,1 degli USA. 

Italia tra i primi 10 paesi per capitalizzazione

Nell’ultimo anno l’Europa ha visto aumentare di oltre 750 miliardi di dollari il valore del mercato tecnologico azionario, e attualmente si trova sopra i 2 trilioni di dollari. L’Italia ha raddoppiato la capitalizzazione del suo mercato tecnologico, toccando 26,6 miliardi entra di diritto nei i primi 10 paesi per capitalizzazione del mercato tecnologico.  Le IPO blockbuster poi stanno diventando la norma, e nel 2021 la più grande è quella della società rumena UiPath, che debutta a circa 35.6 miliardi di dollari dopo il giorno di apertura. Altre quotazioni pubbliche su larga scala sono state Auto1, Wise e Deliveroo, tutte con scambi sopra i 10 miliardi di dollari nel loro primo giorno.

Circa la metà dei nuovi fondi VC ha una politica ESG

Le aziende ‘purpose-driven’, riporta Agi, costruiscono un futuro sostenibile per tutti affrontando uno o più SDGs. Nei primi dieci paesi per numero di nuovi fondi circa la metà dei nuovi fondi VC raccolti nel 2021 hanno una politica ESG sul loro sito web. Il mercato tecnologico resta ancora indietro però sui temi della diversity. Le donne e le minoranze etniche hanno molte più difficoltà a raccogliere capitali rispetto agli uomini e alle persone bianche. Nonostante le dimostrazioni che i team misti e diversificati hanno prestazioni migliori, questi hanno ottenuto solo il 9% del capitale raccolto nel 2021.

Omnicanalità, cresce l’interesse delle aziende, ma la maturità è ancora limitata

Nell’ultimo anno l’interesse delle imprese italiane nei confronti dell’omnicanalità è aumentato notevolmente, ma solo circa un’azienda su cinque ha strutturato una ‘vista unica sul cliente’, che consenta di avere una reale conoscenza delle loro caratteristiche e dei loro interessi. La scarsa maturità delle aziende nell’approcciare l’omnicanalità si riflette anche sull’attività di Data Activation. Se un’azienda su tre giudica almeno buona la propria capacità di generare valore di business dai dati raccolti solo il 6% la ritiene ottima. Di fatto, portare avanti la trasformazione omnicanale, come evidenziato dalla quinta edizione dell’Osservatorio Omnichannel Customer Experience, promosso dalla School of Management del Politecnico di Milano, richiede di lavorare su quattro pilastri, Strategia, Organizzazione, Dati e Tecnologie.

I pilastri dell’omnicanalità

Una condizione necessaria per il successo di una trasformazione omnicanale è la presenza di una chiara strategia e di un forte commitment del top management in grado di guidare il cambiamento in maniera strutturata. Sebbene l’83% dei casi analizzati dichiari che il vertice aziendale risulti coinvolto nel monitoraggio delle iniziative, per metà delle aziende l’Omnichannel Customer Experience è una priorità strategica solo ‘a parole’: nei fatti mancano gli strumenti tecnologici e organizzativi per attuarla. Occorre poi lavorare sul terzo pilastro, quello relativo ai Dati, impostando una omnichannel data strategy e dotarsi delle opportune Tecnologie per raccogliere e gestire in maniera integrata i dati sui clienti. Così da valorizzarli in chiave di personalizzazione dell’esperienza cliente e miglioramento dell’efficacia e dell’efficienza dei processi di marketing, vendita e customer care. 

Il grado di maturità delle aziende

Incrociando la valutazione dell’approccio delle imprese a livello strategico-organizzativo e a livello di dati e tecnologie, emergono cinque diversi cluster che rappresentano il grado di maturità omnicanale delle aziende. Gli Omnichannel Master, il segmento omnicanale maggiormente evoluto, rappresentano il 9% delle aziende del campione, principalmente appartenenti ai settori Energy, Utility e Oil&Gas, Telco e Bancario e assicurativo. Il segmento degli Omnichannel Novice, rappresenta invece il 21%, soprattutto nei settori Industriale/B2b, Beni di largo consumo e Beni durevoli. Tra questi due estremi, si posizionano gli altri tre cluster, ciascuno con un’incidenza prossima al 25%: gli Omnichannel In-Progress, i Committed, e i Tactician.

L’impatto dell’OCE sui processi di gestione del cliente

I benefici di un approccio omnicanale si esplicano in maniera significativa all’interno dei processi aziendali deputati alla gestione del cliente. In particolare, Marketing e Comunicazione, Vendite e Customer Care. Il processo di Marketing e Comunicazione data-driven si compone di tre fasi principali: profilazione della customer base, content management e personalizzazione, e delivery delle iniziative, e per il processo di Vendita, lead management, personalizzazione dell’esperienza e attivazione di servizi omnicanale e di assistenza alla vendita. Per trasformare invece il processo di Customer Care, è necessario agire sulla progettazione di un processo integrato a livello di conoscenza e di canali di assistenza, e sull’adozione di opportune tecnologie e strumenti a supporto della fase di interazione con il cliente.

Economia circolare: i consumatori chiedono più impegno alle aziende

Comprare prodotti durevoli, riciclabili o fatti con materiali riciclati, e utilizzarli a lungo attraverso manutenzioni e riparazioni efficaci. Questi sono i comportamenti ‘circolari’ dei consumatori sostenibili. Per le aziende significa invece sviluppare prodotti e modelli di business che non producano rifiuti, ridurre l’uso di materie prime e prevedere la restituzione o il recupero di prodotti e imballaggi.
Insomma, le aziende devono adottare modelli di economia circolare per soddisfare le richieste dei consumatori, e mitigare i rischi futuri legati alla supply chain. Contrariamente al modello economico lineare l’economia circolare è infatti rigenerativa, e mira a separare gradualmente la crescita dal consumo di risorse finite.

Cresce il desiderio di un consumo consapevole

Con l’aumento della consapevolezza sul tema dei rifiuti e dell’esaurimento delle risorse cresce il desiderio da parte dei consumatori di adottare pratiche di consumo consapevole. Secondo il rapporto del Capgemini Research Institute, ‘Circular economy for a sustainable future: How organizations can empower consumers and transition to a circular economy’, il 54% dei consumatori vuole adottare pratiche come ridurre i consumi complessivi, acquistare prodotti più durevoli (72%) e conservare e riparare i prodotti per aumentarne la durata (70%).  Tuttavia, quasi il 50% è convinto che le organizzazioni non stiano facendo abbastanza, mentre il 67% si aspetta che le organizzazioni siano maggiormente responsabili quando pubblicizzano i prodotti, senza incoraggiarne un consumo eccessivo.

Le organizzazioni faticano ad adottare azioni concrete

Le organizzazioni faticano però a intraprendere azioni concrete legate a pratiche di economia circolare, malgrado i consumatori si rivolgano sempre di più a quelle che lo fanno. Questo accade in particolare in ambiti dove la consapevolezza dei consumatori è maggiore, come i rifiuti alimentari e quelli di plastica. Il 44% dei consumatori ha infatti aumentato la propria spesa negli ultimi 12 mesi verso aziende alimentari che si impegnano nel riciclo, nel riutilizzo e nella riduzione dei rifiuti, ma in generale i consumatori sono limitati nelle loro scelte da questioni di praticità, accessibilità e costo.

I motivi che impediscono di intraprendere azioni circolari positive

Tra i motivi che impediscono di intraprendere azioni circolari positive, riferisce Adnkronos, il 60% dei consumatori cita la mancanza di informazioni sufficienti sulle etichette dei prodotti, per il 55% i costi elevati sono un ostacolo alla riparazione dei prodotti, e il 53% non vuole scendere a compromessi sulla comodità.Questa è una conseguenza del boom dell’e-commerce degli ultimi 10 anni, che ha alzato gli standard offrendo servizi convenienti a basso costo, come la consegna il giorno successivo o addirittura il giorno stesso. Nonostante gli sforzi normativi per estendere la durata di vita dei prodotti, attualmente gli approcci di consumo circolare si concentrano principalmente sulla fase post-utilizzo, con il 58% dei consumatori che dichiara di separare e smaltire i rifiuti alimentari dopo l’uso, ma solo il 41% di comprare cibo con un imballaggio minimo, sottolineando la scarsità di opzioni disponibili.

Monopattini elettici: uno su tre è assicurato

Il DL infrastrutture recentemente approvato ha introdotto diverse novità per i monopattini elettrici, ma il Governo ha deciso di non inserire l’obbligo di assicurazione, lasciando l’imposizione solo per le società di noleggio. Infatti, uno degli emendamenti al DL prevedeva l’introduzione dell’obbligo di assicurazione e casco, nonché di targa da apporre al mezzo, ma la proposta è stata bocciata. Ma fra i possessori dei monopattini molti sono propensi a tutelarsi, tanto che come emerge dall’indagine commissionata da Facile.it agli istituti mUp Research e Norstat, quasi 1 conducente su 3 ha già acquistato una copertura assicurativa.

Chi non possiede il monopattino chiede misure più severe 

Curiosamente, la proposta trova maggiori consensi tra chi non possiede né usa questo mezzo. In particolare, il 76,8% è d’accordo con l’obbligo di casco, il 70,3% con l’assicurazione e il 56,1% con la targa. Quanto a chi invece ha un monopattino, solo il 50,9% è favorevole all’introduzione del casco obbligatorio, il 36,8% all’assicurazione e il 31,6% alla targa. Sul fronte assicurativo, il 17,3% ha una copertura per eventuali infortuni alla guida, mentre il 16% ha una polizza per danni a terzi. Inoltre, il 30,7% sta valutando di sottoscrivere una copertura, mentre 1 su 5 non è a conoscenza di questi prodotti.

Le infrastrutture stradali sono ancora inadeguate

Nonostante il crescente numero di monopattini in circolazione, a giudizio di chi si sposta con questo mezzo, le infrastrutture stradali sembrano ancora oggi inadeguate. Quasi 2 intervistati su 3 ritengono che gli spazi destinati all’uso del monopattino siano insufficienti e non adatti (64%), e la percentuale arriva addirittura al 71% al Sud e nelle Isole. Ma quanto sono diffusi i monopattini in Italia? Secondo l’indagine sono circa 2,5 milioni gli italiani che oggi lo utilizzano. Di questi, circa 1,9 milioni ne hanno uno di proprietà, mentre poco più di 600mila usano quelli a noleggio.

Il mezzo di trasporto ideale per raggiungere il luogo di lavoro

Il mezzo sembra aver conquistato tutti: uomini e donne lo usano in egual misura (7%), mentre quanto all’età del conducente è diffuso in modo particolare tra i giovani con età 25-34 anni e 18-24 anni. A livello territoriale, invece, il monopattino è utilizzato soprattutto tra i residenti nel Nord Ovest (9,6%), a fronte di una media nazionale pari al 7%. Una platea che nei prossimi anni potrebbe aumentare notevolmente, se si considera che 3,4 milioni di italiani hanno dichiarato di stare valutando la possibilità di acquistarne uno. Infatti il monopattino elettrico si sta consolidando sempre più come mezzo di trasporto per raggiungere il luogo di lavoro: oggi il 33% lo usa proprio per questa finalità, percentuale che arriva al 45% nei Comuni con oltre 100 mila abitanti.

Stranieri in azienda: nel rapporto Ipsos la “fotografia” italiana

Si intitola “Difficoltà ed opportunità d’inclusione degli stranieri in azienda” l’indagine Ipsos condotta per  l’UN Global Compact Network Italia, realtà con cui nel nostro Paese opera il Global Compact delle Nazioni Unite con un piano di lavoro tutto incentrato su sviluppo, sostenibilità e responsabilità d’impresa. Da poco presentato nel corso della 6° edizione dell’Italian Business & SDGs Annual Forum, l’appuntamento annuale dell’UN Global Compact Network Italia, il sondaggio evidenzia una realtà variegata e la grande importanza che riveste la leadership nel gestire e attribuire valore alla multiculturalità.

Il bisogno di manodopera la rincipale motivazione 

Innanzitutto, il rapporto Ipsos risponde alla domanda “perché”, cioè perché si assumono dipendenti stranieri. Secondo i dati raccolti, le principali motivazioni all’inserimento degli stranieri risultano essere la necessità di manodopera, ma anche una scelta dettata da un’autentica vision. Come dimostra il sondaggio, infatti, più del 70% delle aziende a proposito dell’assunzione di persone straniere considera maggiori le opportunità rispetto alle difficoltà dell’inserimento. Per quanto riguarda le diverse figure, più del 72% delle aziende ha almeno un dipendente straniero arrivato in Italia per motivi legati a scelte non forzate dalla necessità economica o di sicurezza personale, il 45% almeno un migrante e il 9% almeno un richiedente asilo o rifugiato politico. Ovviamente, niente ormai può prescindere dal Covid -19 e anche lo studio Ipsos ha indagato l’effetto della pandemia su questo tema così delicato. Ebbene, le notizie sono buone: almeno qui, non si evidenziano particolari scossoni. Infatti, per quanto riguarda l’impatto della pandemia, le aziende intervistate non rilevano una ripercussione negativa sul piano economico e psicologico da parte degli stranieri se non in percentuali al di sotto del 5%. 

La leadership è fondamentale per l’inclusività

Il ruolo della leadership è decisivo per l’inclusività per più del 50% delle aziende. Una quota simile, inoltre, sostiene che siano proprio i manager a vedere valore nella multiculturalità.  Numeri alla mano, è poco più di 1 azienda su 3 ad avere un programma di responsabilità sociale di impresa. Questi programmi sono relativi alla multiculturalità in azienda nel 29% casi, mentre prevalgono nettamente la sostenibilità ambientale (82%) e il benessere dei lavoratori (63%). Nel complesso, i dati della ricerca Ipsos evidenziano che le aziende Global Compact che si mostrano più impegnate nell’inclusione degli stranieri presentano anche una maggiore frequenza di programmi e iniziative di vario tipo spinte anche da programmi di responsabilità sociale di impresa più diffusi. Una più spiccata attenzione all’inclusività e il maggiore sviluppo di programmi dedicati porta inoltre, come conseguenza, una più forte consapevolezza delle difficoltà e dei limiti, oltre che una maggiore autocritica.