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Cybersecurity, entro il 2022 servono 350mila professionisti

Una figura professionale necessaria e dal grande futuro occupazionale: è il Cybersecurity manager, che ha il compito di proteggere l’impresa dagli attacchi informatici. Ma secondo una ricerca, il 24% del nostro sistema produttivo ha difficoltà nel trovare questa competenza, ed entro quest’anno mancheranno 350mila professionisti.
“Non è allora un caso – spiega Ernesto Barbone, legale specializzato nella sicurezza informatica – che l’Università statale di Milano, nella sua facoltà di Giurisprudenza, ha dato vita a un master in Cybersecurity. Gli spazi sono enormi e vanno riempiti assolutamente”.

Competenze tecniche e normative

Il Cybersecurity manager unisce le competenze di compliance normativo (regolamento europeo protezione dati personali, diritto del lavoro, diritto commerciale e diritto penale) all’implementazione di misure di sicurezza idonee ad abbassare il rischio di possibili reati/incidenti all’interno della struttura.
“Si tratta di un elemento fondamentale, che permette di avere una visione legale sull’adeguamento tecnologico dell’azienda per far sì che la stessa non si veda danneggiata nella tenuta dei dati aziendali e nelle ripercussioni di bad reputation – continua Barbone -. La particolare conoscenza dei sistemi informativi dal punto di vista tecnico permettono di inquadrare lo scenario normativo a cui l’azienda va incontro, permettendo di implementare al meglio le contromisure legali idonee a scongiurare sanzioni o controlli”.

Un elemento in più: il PNRR

Ma ora c’è un elemento in più: il PNRR, che indica agli Stati membri di raccogliere categorie standardizzate di dati e informazioni, che consentano la prevenzione, l’individuazione e la repressione di gravi irregolarità, mediante un sistema di informazione e monitoraggio, estrazione di dati e valutazione del rischio reso disponibile dalla Commissione.
“Questo vuol dire – prosegue Barbone – che bisogna essere pronti a raccogliere la sfida e i relativi fondi messi a disposizione dall’Europa. Una sfida che per prima deve essere raccolta dalla Pubblica amministrazione, con i 623 milioni di euro messi a disposizione dal Piano. Soldi che serviranno a superare evidenti ritardi che l’Italia purtroppo lamenta”.

Un’inversione di tendenza necessaria

Secondo un report dell’Osservatorio del Politecnico di Milano, l’impatto economico della pandemia ha costretto le imprese italiane a fronteggiare le aumentate sfide di sicurezza con budget ridotti: il 19% ha diminuito gli investimenti in cybersecurity e solo il 40% li ha aumentati. Ma per il 54% l’emergenza è stata un’occasione positiva per investire in tecnologie, e aumentare la sensibilità dei dipendenti riguardo alla sicurezza e alla protezione dei dati. Eppure il 59% delle Pmi afferma che l’uso di device personali e reti domestiche ha esposto le aziende a maggiori rischi di sicurezza, e per il 49% sono aumentati gli attacchi informatici, riporta Askanews. Insomma, “quando le aziende affermano che al loro interno hanno già un legale – sottolinea Barbone -, non hanno ancora compreso che le competenze di quest’ultimo non bastano”. 

Gamers, più “veri” nel metaverso che nella vita reale

I giocatori della Generazione Z trascorrono il doppio del tempo in compagnia degli amici nel metaverso rispetto alla vita reale, trascorrendo 12,2 ore a settimana impegnati ai videogiochi contro 6,6 ore a uscire con gli amici di persona. Questi giocatori non vedono solo il loro tempo nel metaverso come pura evasione, ma anche come un’estensione della vita reale: il 52% dei gamers della Gen Z afferma che vorrebbe provare a guadagnare nel metaverso, mentre il 33% di loro vorrebbe sperimentare la costruzione di una carriera lì. Lo rivela “The Metaverse: A View from Inside”, lo studio di Razorfish condotto con VICE Media Group. I giocatori della Generazione Z acquistano oggetti nel metaverso nello stesso modo in cui lo fanno nella vita reale. Nei prossimi cinque anni, il 20% dei budget “leisure” dei giocatori della Generazione Z (cioè denaro speso per l’intrattenimento o il tempo libero) andrà agli acquisti in-game, con una spesa media di 50 dollari all’anno. Inoltre, sono ben disposti verso i brand: il 33% dei giocatori della Generazione Z vorrebbe che i marchi fornissero negozi virtuali per la navigazione e l’acquisto di prodotti nel metaverso, mentre il 30% vorrebbe che i marchi vendessero skin e abbigliamento per i propri avatar. Spiega Nicolas Chidiac, responsabile della brand strategy di Razorfish: “I giocatori della Generazione Z vedono il metaverso come un luogo sicuro in cui esprimersi liberamente, sperimentare identità, stabilire amicizie e infine creare un mondo in cui vogliono vivere. È importante che i marchi non respingano il metaverso come una moda passeggera, ma che lo considerino come un cambio di paradigma che è appena iniziato”

Per i giovani è già realtà

Il “metaverso” è emerso rapidamente come una delle prime parole di tendenza del 2022. Ma la Gen Z sta già crescendo con esso, lo vive come una realtà, in particolare i gamers. In effetti, il 57% dei giocatori della Generazione Z sente di essere in grado di esprimersi in modo più aperto agli altri in un gioco rispetto alla vita reale. Il metaverso influisce sul modo in cui i giocatori della Generazione Z pensano, socializzano e consumano ogni giorno.

Uno spazio per esplorare la propria identità

Tra i risultati più significativi dello studio, spicca il fatto che il metaverso offre ai giocatori lo spazio per esplorare la propria identità, nel senso che il 45% dei gamers afferma che “la mia identità in un gioco è l’espressione più vera di chi sono”. Interessante è anche l’aspetto distensivo di questa esperienza: il 77% dei giocatori della Gen Z afferma che il motivo principale del giocare è alleviare lo stress e l’ansia.

Nel secondo semestre 2021 aumentano le minacce agli ICS

Nel corso della seconda metà del 2021, circa il 40% di tutti gli ICS, i sistemi di controllo industriale, è stato vittima almeno una volta di attacchi da parte di software malevoli. Nonostante il numero complessivo di attacchi sia leggermente diminuito rispetto al primo semestre 2021, nella seconda parte dell’anno il panorama delle minacce rivolte ai sistemi di controllo industriale è apparso molto diversificato. I miner usati per prendere di mira i computer ICS sono aumentati dello 0,5%, gli spyware dello 0,7%, e gli script dannosi sono cresciuti di 1,4 volte in più rispetto al tasso di crescita registrato nel 2020. Secondo il Kaspersky ICS CERT, la percentuale dei computer ICS sui quali sono stati bloccati elementi dannosi rispetto al 2020 è passata dal 38,6% al 39,6%. Tuttavia, nel secondo semestre del 2021 questo dato è sceso dell’1,4% per la prima volta in un anno e mezzo.

Bloccate più di 20.000 varianti di malware

Complessivamente, nella seconda metà del 2021, le soluzioni di sicurezza Kaspersky hanno bloccato più di 20.000 varianti di malware. Sebbene questo dato non sia cambiato di molto rispetto ai sei mesi precedenti, anno dopo anno gli script dannosi crescono costantemente. Nel secondo semestre 2021, la percentuale dei computer ICS attaccati da script è cresciuta di 1,4 volte rispetto all’inizio del 2020, registrando un +0,5% rispetto alla prima metà del 2021. I cybercriminali si servono degli script dannosi per raggiungere vari obiettivi, dalla raccolta dati al caricamento di altri malware, come spyware o miner di criptovalute.

Incremento di script dannosi, spyware e miner di criptovalute

I threat actor, oltre a utilizzare sempre più script dannosi, hanno incrementato anche l’uso di spyware e miner di criptovalute. Il primo viene utilizzato soprattutto per rubare credenziali o denaro alle vittime, e la percentuale di computer ICS attaccati con spyware è in aumento dell’1,4% dal primo semestre 2020. Lo spyware continua infatti a crescere ed è in aumento per il terzo semestre di fila, mentre la percentuale di computer ICS attaccati da miner è più che raddoppiata dal primo semestre del 2020.

“I sistemi di controllo industriale possiedono una serie di dati sensibili e sono i responsabili del funzionamento dei settori più importanti – commenta Kirill Kruglov, security expert di Kaspersky -. Un attacco a basso rischio rivolto a una struttura IT può trasformarsi in una minaccia significativa per la tecnologia operativa (OT)”.

È importante non sottovalutare i crypto miner

Se da un lato la tipologia di minacce rivolte ai computer ICS sono rimaste invariate, dall’altro lato si è assistito a un aumento costante della percentuale di computer ICS che affrontano script malevoli e pagine di phishing, insieme a Trojan, spyware e miner che verrebbero consegnati da script malevoli.

“I crypto miner vengono spesso sottovalutati, il che non è un bene – aggiunge Kruglov -: se la loro influenza sulle reti dell’ufficio può essere trascurata, a lungo andare potrebbero portare all’interruzione di un servizio per alcuni componenti del sistema di controllo automatizzato”.

Il 2021 è l’anno della Cloud Transformation, un mercato da 3,84 miliardi di euro

Da quanto emerge dall’undicesima edizione dell’Osservatorio Cloud Transformation, promosso dalla School of Management del Politecnico di Milano, il 2021 è l’anno delle grandi occasioni per il mercato del Cloud in Italia. Se la spesa Cloud continua a crescere è trainata non più dai servizi SaaS (Software as a Service), ma da quelli PaaS (Platform as a Service), che riguardano più nello specifico la modernizzazione applicativa, l’orchestrazione e la gestione dei sistemi informativi, e dai servizi IaaS (Infrastructure as a Service). Tuttavia, il 34% delle imprese non ha ancora accompagnato questo percorso tecnologico con azioni di cambiamento organizzativo, come l’arricchimento delle competenze del personale, il potenziamento della struttura organizzativa con specialisti nelle tecnologie Cloud, o la revisione dei processi aziendali coinvolti.

Quanto vale la spesa per la ‘nuvola’?

Il Public & Hybrid Cloud, ovvero l’insieme dei servizi forniti da provider esterni e l’interconnessione tra Cloud pubblici e privati, si conferma ancora la componente principale della spesa (2,39 miliardi, +19%). In particolare, proprio all’interno del Public & Hybrid Cloud, i servizi PaaS registrano la dinamica di crescita più robusta, raggiungendo il valore di 390 milioni (+31%), e si confermano un layer tecnologico abilitante non solo per lo sviluppo del nuovo, ma anche per la modernizzazione applicativa, l’orchestrazione e la gestione del sistema informativo. Seguono lo IaaS (+23%, per un totale di 898 milioni di euro), e il SaaS che, con oltre 1,1 miliardi, pur rimanendo la componente più rilevante, dopo il boom del 2020 vede un fisiologico rallentamento del tasso di crescita (+13%). 

Rinnovata consapevolezza sulla rilevanza strategica del digitale

Quanto alle scelte progettuali e all’evoluzione dei sistemi informativi, l’adozione del Cloud nelle grandi imprese italiane è un dato di fatto e il portafoglio applicativo aziendale risulta erogato da ambienti eterogenei. Mediamente, il 44% del parco applicativo è oggi gestito in Cloud pubblico o privato, numeri ormai vicini a sorpassare la quota gestita on-premises. L’emergenza sanitaria ha generato nelle imprese una rinnovata consapevolezza sulla rilevanza strategica del digitale: il 67% degli attori della filiera digitale ha introdotto nuovi servizi all’interno della propria offerta, poi confermati a regime nel portafoglio d’offerta nella quasi totalità dei casi.

Strategie Hybrid e Multi Cloud sempre più diffuse nelle grandi imprese italiane

Le strategie Hybrid e Multi Cloud sono sempre più diffuse nelle grandi imprese italiane, che oggi fanno riferimento mediamente a 5 Cloud provider per l’erogazione dei propri servizi, in crescita rispetto ai 4 del 2020. Si tratta di ambienti integrati, ma non ancora pronti a un’orchestrazione dinamica delle risorse. Dopo una prima fase di adozione del Cloud finalizzata a migrare le applicazioni con minor impatto possibile sul business, le grandi imprese stanno oggi iniziando ad affrontare progetti più complessi, che non trovano un’adeguata risposta nell’offerta di mercato di soluzioni standard. Lo dimostra l’interesse crescente verso le strategie di migrazione orientate alla riprogettazione applicativa e verso le architetture Cloud Native, utilizzate come standard per tutti i nuovi progetti nel 15% dei casi.

Italia ultima in Ue per l’uso dei social, manca Internet

Sembra impossibile, eppure è così: gli italiani utilizzano poco, decisamente meno rispetto alla media europea, i social network. Eppure tutti noi nella nostra percezione quotidiana abbiamo la sensazione che Facebook, Instagram, TikTok e tutte le altre piattaforme riempiano quasi ogni momento libero della giornata, e non solo di quella dei giovanissimi. A certificare questo primato in negativo è l’Eurostat nel suo “Regional yearbook 2021 edition”. Ma come è possibile che davvero l’Italia sia all’ultimo posto della classifica degli utilizzatori di social network, surclassati addirittura dalla Turchia?

Il problema fondamentale è la connessione

La spiegazione di questa posizione, però, non è certo da ricercare in un cambiamento culturale degli italiani rispetto al resto degli europei. La motivazione è molto più terra terra: nel nostro Paese esiste un ritardo nella connessione soprattutto in alcune zone. La “colpa”, quindi, è delle infrastrutture ancora poco efficienti e non nei gusti o negli hobby dei nostri connazionali rispetto agli altri cittadini del Vecchio Continente. “Le ampie differenze nei tassi di partecipazione per i social network possono, almeno in parte, essere collegate al fatto che le persone siano (o meno) connesse a Internet. Tassi di accesso a Internet relativamente bassi limiteranno, per definizione, l’uso potenziale dei social network“ spiega il report di Eurostat.

Sui social sale il target degli over 

I dati di Eurostat certificano che più della metà della popolazione adulta nella zona Ue (il 57%) ha partecipato ai social network. Il tasso di partecipazione per i giovani di età compresa tra i 16 e i 24 anni (87%) è stata quasi quattro volte superiore al tasso corrispondente agli anziani di età compresa tra i 65 e i 74 anni (22%). Tuttavia, si sottolinea come durante l’ultimo quinquennio (il 2015-2020 per il quale sono disponibili i dati) la quota di giovani che partecipano ai social network è cambiata poco o nulla. Al contrario, la percentuale di persone anziane che utilizzano queste piattaforme è quasi raddoppiata nello stesso periodo. Nella classifica l’Italia è la nazione con la minor partecipazione ai social network, il 48%.

I più social? Gli islandesi

Tra i paesi europei più “social addicted” spiccano l’Islanda (94%), seguita da Norvegia (88%) e Danimarca (85%). Le ampie differenze nei tassi di partecipazione ai social sono in parte legate al fatto che le persone siano o meno connesse a Internet, in zone che Eurostat definisce “regioni prevalentemente rurali o ultraperiferiche”. Nel caso dell’Italia sono il Sud e le Isole.

Incassi a 64,9 miliardi di dollari per le app, TikTok la regina

Il Covid e i conseguenti periodi di lockdown hanno fatto bene almeno ad un settore, quello delle app. A decretarlo è l’analisi appena diffusa dalla società di analisi Sensor Tower, che ha analizzato l’andamento delle applicazione nel primo semestre del 2021. Quello che appare evidente è che la pandemia ha incrementato l’utilizzo degli smartphone e di altri strumenti digitali, sia per scopo lavorativo che educativo e di intrattenimento. 

Un business gigantesco

Dai dati diffusi da Sensor Tower si scopre che gli utenti di tutto il mondo hanno investito circa 65 miliardi di dollari (per la precisione 64,9 miliardi) su App Store e Google Play Store, con un aumento del 25% rispetto ai 52 miliardi di dollari spesi nello stesso periodo dell’anno scorso. Gli utenti iOS hanno speso quasi il doppio degli utenti Android. La spesa per i giochi mobili ha toccato i 44,7 miliardi di dollari, mentre la categoria dell’intrattenimento ha totalizzato gli incassi maggiori tra le applicazioni non di gaming, con 4,4 miliardi di dollari. Bene anche per la categoria libri, che ha messo a segno un più che ragguardevole giro d’affari di 1,1 miliardi di dollari.

TikTok e Youtube le prime app al di fuori del gaming 

TikTok è stata l’app non di gioco con il maggior incasso sia su App Store sia su Google Play, con gli utenti di tutto il Pianeta che hanno speso più di 920 milioni di dollari su questo social, in crescita del 74% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. YouTube è stata la seconda app non di gioco con il maggior incasso, seguita dall’app  di incontri Tinder, dal reader di fumetti giapponese Piccoma e dalla piattaforma di streaming Disney+.

In percentuale cresce maggiormente Google Play

Secondo Sensor Tower, le installazioni scaricate da Google Play sono aumentate del 6% a 56,2 miliardi, aiutate dalla prevalenza di dispositivi Android nei mercati ancora pesantemente colpiti dalla pandemia, come l’India. L’App Store di Apple ha invece visto un calo delle installazioni, scendendo di circa l’11% a 16,3 miliardi dai 18,3 miliardi dell’anno precedente.

I giochi saldamente sul podio

Grande successo anche per i videogame. La spesa globale ha raggiunto i 44,7 miliardi di dollari nella prima metà del 2021, con un aumento del 17,9% anno su anno. Una crescita che segue quella sperimentata un anno fa, quando il settore dei videogiochi mobili è salito del 25,5%. I giochi con i maggiori incassi sono stati, nell’ordine, Tencent’s Honor of Kings (15 miliardi di dollari), PUBG Mobile (compresa la sua versione localizzata per la Cina, ha raggiunto quasi 1,5 miliardi di dollari, Genshin Impact (848 milioni di dollari), Roblox e Coin Maestro.

Facebook e la lotta alle fake news, condivisioni “consapevoli”

La lotta alle fake news è un ambito sempre più strategico per la rete e in particolare per i social network. Tanto che anche il colosso Facebook sta provando ad arginare il fenomeno con nuovi strumenti, simili a quelli già messi in atto da Twitter. Questa la novità, al momento in fase di test: per far sì che gli utenti condividano con maggiore consapevolezza  post e notizie, nel prossimo aggiornamento della piattaforma ci sarà un avviso specifico. Ovvero: quando gli utenti condivideranno un articolo basandosi solo sul titolo, potenzialmente contribuendo alla diffusione di fake news, vedranno un prompt che chiederà se hanno prima letto la notizia. Si tratta di un passo ulteriore per la piattaforma di Mark Zuckerberg, che negli ultimi tempi è stata più volte al centro di polemiche relative alla diffusione di notizie non veritiere, in particolare durante le elezioni statunitensi e nel corso dell’emergenza sanitaria dovuta al Covid19. 

Due opzioni prima di condividere

Stando a quanto reso noto dal social network, se l’algoritmo di Facebook rileverà che un un utente condivide un collegamento senza aprirlo, attiverà  un messaggio nella parte inferiore della finestra con un testo che avvisa “Stai per condividere questo articolo senza aprirlo”. Facebook avverte che condividere articoli senza leggerli può significare sia perdere informazioni importanti sia diffondere notizie inesatte. A questo punto, l’utente avrà due opzioni ulteriori: o aprire l’articolo (e leggerlo) oppure continuare con la condivisione.

L’esperienza di Twitter

Qualcosa di simile avviene già su Twitter in fase di retweet di un post che contiene link a fonti esterne. Nel settembre 2020, infatti, Twitter ha reso disponibile la notifica che appare quando gli utenti tentano di ritwittare un articolo che non hanno aperto. Secondo l’azienda, la funzione ha avuto un certo successo: il prompt ha aumentato la probabilità che le persone leggano una notizia prima di condividerla. Sia Twitter che Facebook hanno lavorato per diminuire la disinformazione, adottando misure simili per raggiungere lo scopo. Come nel caso delle novità precedenti, è probabile che l’avviso sullo sharing venga attivato prima negli Stati Uniti e poi nel resto del mondo. In ogni caso, sembra che la strada sia ancora lunga prima di riuscire a debellare il fenomeno delle fake: ogni strumento in questa direzione, pertanto, è benvenuto.