Author Archives: Giovanni Piovanelli

Rapporto Noi doniamo 2021: la propensione al dono durante la pandemia

Il Rapporto Noi doniamo 2021 dell’Istituto Italiano della Donazione (IID) misura le pratiche e la propensione al dono degli italiani utilizzando diverse fonti, tra cui le ricerche BVA Doxa Italiani Solidali, e il Tracker settimanale condotto fin dal primo lockdown del marzo 2020. Il 2020 è stato un banco di prova inedito per misurare la propensione al dono degli italiani. Per tale ragione la quarta edizione del rapporto riproduce un’immagine profondamente segnata dalla situazione. Infatti, come emerge dai dati BVA Doxa, la generosità degli italiani nel 2020 ha visto un incremento complessivo dovuto all’emergenza sanitaria e alle iniziative volte a contenerla, ma l’emergenza stessa ha provocato un drenaggio importante di risorse economiche dalle cause classiche per cui gli italiani hanno sempre donato.

Nel 2020 meno occasioni dove esercitare forme di solidarietà informali

Nel 2020 la quota di cittadini che hanno effettuato donazioni informali, ovvero non passando tramite una associazione, come donazioni alla Messa, elemosina per strada, raccolte informali a carattere religioso e non, donazioni per la scuola e altro, registra un calo rilevante, passando dal 41% del 2019 al 33% del 2020. Ciò è dovuto sicuramente alla minore densità di occasioni dove esercitare tale forma di solidarietà, prima di tutto la Messa, proprio a seguito dell’emergenza sanitaria.

ONP, l’impatto Covid ha determinato un calo di risorse economiche

Anche sul fronte delle donazioni alle ONP il monitoraggio di BVA Doxa registra un calo: nel 2020 la percentuale di donatori risulta pari al 21% degli italiani, contro il 26% del 2019 e il 28% del 2018. Se, come emerso dal Tracker settimanale Doxa, complessivamente circa un italiano su 3 ha donato per l’emergenza sanitaria tra marzo e aprile 2020, allo stesso tempo non ha effettuato alcuna donazione per un’organizzazione non profit nel corso dell’anno. È un dato importante perché rappresenta la stima di coloro che a causa della pandemia hanno fatto mancare il proprio sostegno alle ONP, che hanno subito e stanno subendo l’impatto dell’emergenza in termini di mancate risorse economiche.

Volontariato e donazioni biologiche messe alla prova dalla pandemia

Anche la donazione di tempo e capacità, il volontariato, è stata messa alla prova dalla pandemia. I lockdown più o meno restrittivi hanno impattato fortemente sulla possibilità stessa di fare volontariato da parte degli italiani. Secondo l’indagine AVQ Istat la quota di coloro che hanno svolto attività gratuite in associazioni è calata dal 9,8% al 9,2%. Anche sul fronte delle donazioni biologiche l’impatto della pandemia è stato preoccupante. Secondo i dati forniti dal Centro nazionale sangue, il numero di coloro che hanno donato il sangue nel 2020 è calato del 3,4% rispetto al 2019, e la quota di nuovi donatori è diminuita del 2%. Complesso anche l’impatto della pandemia sulle donazioni di organi e midollo, e si è registrato anche un lieve calo dei consensi alla donazione degli organi sui rinnovi dei documenti di identità.

Curriculum vitae, vietato sbagliare: ecco cosa inserire e cosa evitare

Il curriculum vitae è il nostro primo biglietto da visita quando vogliamo approcciare un’azienda, un responsabile delle risorse umane o un cacciatore di teste se vogliamo trovare o cambiare lavoro. In sintesi, si tratta di un documento importantissimo, che può fare la differenza fra l’ottenere un colloquio e una potenziale assunzione o invece finire cestinato. Per questo è vietato sbagliare: ecco i consigli degli esperti di InfoJobs, la piattaforma specializzata nella ricerca di lavoro online, per non farsi cogliere impreparati all’appuntamento con un possibile cambio vita professionale. La prima dritta, che può sembrare banale, è quella di averlo, il cv: innanzitutto va redatto e poi periodicamente aggiornato, seguendo qualche facile indicazione per poter emergere in fase di selezione. 

Gli elementi da valorizzare…

I responsabili delle risorse umane sono attenti anche ai dettagli. Prima di tutto, nel cv perfetto vanno inserite in modo analitico tutte le esperienze maturate, anche quelle parallele al lavoro: si sta frequentando un corso? Si svolge un’attività nel tempo libero che ci ha fatto sviluppare competenze relazionali? Ecco, vanno inserite. Allo stesso modo, andrebbero evidenziate le hard e soft skills, a maggior ragione se corrispondono alle richieste dell’offerta. E’ sempre opportuno dare il giusto valore anche al lavoro che si vorrebbe lasciare, descrivendo noi stessi in quel ruolo e il valore aggiunto che abbiamo portato. Infine, la lettera di accompagnamento va preparata con cura, al fine di valorizzarci e di farci conoscere, inserendo ciò che non trova spazio nel cv ma potrebbe essere prezioso per il selezionatore.

… e quelli da evitare

Ci sono poi degli aspetti che non andrebbero inseriti, oppure “ribaltati” a nostro favore. Ad esempio se nel nostro percorso lavorativo c’è un vuoto temporale, questo andrebbe riempito con le altre attività che abbiamo svolto in quel periodo. Per emergere fra la massa dei candidati, inoltre, il cv non dovrebbe essere standard, bensì personalizzato a seconda dell’interlocutore, in modo da adattare la descrizione di esperienze e competenze in base al ruolo per il quale ci si propone. Bocciato senza appello anche un linguaggio prolisso, così come uno eccessivamente sintetico: diciamo quello che serve in maniera chiara e completa, cercando di essere specifici ma comprensibili. No anche all’autocelebrazione e sopratutto no a espressioni gergali o a inglesismi inutili: il nostro modo di scrivere è importante e deve servire a presentarci nel modo migliore. Infine, occorre tenere bene a mente l’obiettivo, che è riuscire a farci scegliere! 

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Italia ultima in Ue per l’uso dei social, manca Internet

Sembra impossibile, eppure è così: gli italiani utilizzano poco, decisamente meno rispetto alla media europea, i social network. Eppure tutti noi nella nostra percezione quotidiana abbiamo la sensazione che Facebook, Instagram, TikTok e tutte le altre piattaforme riempiano quasi ogni momento libero della giornata, e non solo di quella dei giovanissimi. A certificare questo primato in negativo è l’Eurostat nel suo “Regional yearbook 2021 edition”. Ma come è possibile che davvero l’Italia sia all’ultimo posto della classifica degli utilizzatori di social network, surclassati addirittura dalla Turchia?

Il problema fondamentale è la connessione

La spiegazione di questa posizione, però, non è certo da ricercare in un cambiamento culturale degli italiani rispetto al resto degli europei. La motivazione è molto più terra terra: nel nostro Paese esiste un ritardo nella connessione soprattutto in alcune zone. La “colpa”, quindi, è delle infrastrutture ancora poco efficienti e non nei gusti o negli hobby dei nostri connazionali rispetto agli altri cittadini del Vecchio Continente. “Le ampie differenze nei tassi di partecipazione per i social network possono, almeno in parte, essere collegate al fatto che le persone siano (o meno) connesse a Internet. Tassi di accesso a Internet relativamente bassi limiteranno, per definizione, l’uso potenziale dei social network“ spiega il report di Eurostat.

Sui social sale il target degli over 

I dati di Eurostat certificano che più della metà della popolazione adulta nella zona Ue (il 57%) ha partecipato ai social network. Il tasso di partecipazione per i giovani di età compresa tra i 16 e i 24 anni (87%) è stata quasi quattro volte superiore al tasso corrispondente agli anziani di età compresa tra i 65 e i 74 anni (22%). Tuttavia, si sottolinea come durante l’ultimo quinquennio (il 2015-2020 per il quale sono disponibili i dati) la quota di giovani che partecipano ai social network è cambiata poco o nulla. Al contrario, la percentuale di persone anziane che utilizzano queste piattaforme è quasi raddoppiata nello stesso periodo. Nella classifica l’Italia è la nazione con la minor partecipazione ai social network, il 48%.

I più social? Gli islandesi

Tra i paesi europei più “social addicted” spiccano l’Islanda (94%), seguita da Norvegia (88%) e Danimarca (85%). Le ampie differenze nei tassi di partecipazione ai social sono in parte legate al fatto che le persone siano o meno connesse a Internet, in zone che Eurostat definisce “regioni prevalentemente rurali o ultraperiferiche”. Nel caso dell’Italia sono il Sud e le Isole.

Come si svolge una visita senologica?

Se non ne hai mai fatta una, la decisione di sottoporti ad una visita senologica è saggia nell’ottica della prevenzione. Si tratta di un tipo di visita assolutamente non invasiva e indolore per la paziente, e che in genere dura pochi minuti.

È particolarmente raccomandata a partire dai 40 anni in poi, salvo condizioni particolari, ed è bene effettuare una ogni anno. Se ti appresti a sottoporti alla tua prima visita senologica e desideri anticipatamente capire come questa funzioni e cosa ti chiederà il tuo specialista, di seguito trovi interessanti informazioni che fanno al caso tuo.

Fase uno: l’anamnesi

Nella prima fase della tua visita senologica lo specialista andrà ad effettuare l’anamnesi, ovvero raccogliere tutte le informazioni relative alla tua situazione di salute, la storia clinica ed eventuali casi di tumore al seno verificatisi in famiglia.

Ti saranno chieste informazioni circa l’utilizzo che fai attualmente di farmaci, le gravidanze precedenti ed eventuali patologie in corso.

Sarà importante per lo specialista approfondire anche quel che riguarda il tuo stile di vita con particolare riferimento all’alimentazione e al tipo di attività fisica che eventualmente svolgi. Ti saranno chieste probabilmente anche informazioni sul tuo eventuale consumo di alcol e dipendenza dal fumo.

Se hai degli esami effettuati precedentemente fai bene a portare referti e tutte le informazioni che ritieni possano essere utili al medico, il quale avrà a questo punto tutte le informazioni di suo interesse.

Fase due: la visita vera e propria

A questo punto lo specialista può procedere con la visita vera e propria, ovvero con l’osservazione e la palpazione. Sarà chiesto alla paziente di sedersi, di spostare le braccia all’indietro e poi sollevarle così da poter osservare inizialmente la forma, la simmetria, le dimensioni e l’aspetto generale delle mammelle.

A questo punto il professionista proseguirà con la palpazione dei seni, così come delle cavità ascellari. Successivamente sarà chiesto alla paziente di assumere la posizione supina per andare alla ricerca di eventuali indizi che possano far pensare a qualsiasi tipo di anomalia.

Viene effettuata infine la palpazione del capezzolo per andare alla ricerca di eventuali noduli o ispessimenti. A questo punto il medico avrà effettuato tutte le operazioni che gli consentono di poter formulare la sua diagnosi.

Se non avrà riscontrato nulla, verrà semplicemente suggerito alla paziente di ripetere in futuro lo stesso tipo di visita. In caso contrario può essere prescritta una terapia specifica oppure, sulla base delle valutazioni del professionista, può essere richiesto di effettuare ulteriori esami per approfondire.

Con quale frequenza effettuare questo tipo di visita?

Se non ci sono particolari problematiche, e se anche effettuando l’autopalpazione non si hanno dubbi relativi ai noduli, è possibile effettuare questa visita una volta l’anno.

Nel caso in cui si dovesse invece riscontrare qualsiasi tipo di anomalia già attraverso l’autopalpazione, diventa importante avvisare in tempo il proprio medico di famiglia o specialista così da sottoporsi a una visita e procedere ad un controllo più accurato.

Ci sono controindicazioni?

Non ci sono controindicazioni di nessun tipo nell’effettuare questo tipo di visita, dato che lo specialista non adopera strumenti particolari se non le sua mani, per cui non è necessario essere in tensione o avere timore di qualsiasi tipo.

Si tratta per questo motivo di un tipo di visita che non è invasiva, ma soprattutto è sicura e semplice, alla quale possono sottoporsi anche donne in giovane età.

Non esistono per questo motivo delle controindicazioni o delle precauzioni attenersi. Basta semplicemente fidarsi del proprio specialista e ascoltare le sue indicazioni affinché la visita possa essere proficua.

Nuove etichette anche per le lampadine, migliora l’efficienza energetica

Se per gli elettrodomestici la nuova etichettatura è entrata in vigore già dal primo marzo, dal primo settembre viene applicata anche alle sorgenti luminose. Le nuove etichette energetiche per gli elettrodomestici sono state introdotte in tutta Europa per offrire ai consumatori informazioni più semplici e smart, e migliorare l’efficienza energetica. Per quanto riguarda le sorgenti luminose, come appunto le lampadine, tra le maggiori novità della nuova etichetta c’è il ritorno a una classificazione più semplice, con la scala di 7 classi di efficienza energetica, colorata da verde a rosso, da A (migliore) a G (peggiore). Lo ricorda Selectra, il servizio gratuito che confronta e attiva le tariffe di luce, gas e internet. 

Le nuove etichette evidenziano il consumo di energia

Addio alle classi supplementari caratterizzate dal segno +, ed è previsto anche un riscalaggio periodico, ogni circa 10 anni, o quando una significativa percentuale di modelli sarà presente nelle due classi di efficienza più elevate. Per quanto riguarda le sorgenti luminose, la nuova etichetta energetica diventa obbligatoria per sorgenti luminose con o senza unità di alimentazione integrata, direzionali e non direzionali, sorgenti luminose parte di un prodotto contenitore. Oltre a mostrare il nome o il marchio del costruttore e del modello, le nuove etichette delle sorgenti luminose evidenziano il consumo di energia in kWh se accese per 1.000 ore, e riportando le classi di efficienza energetica, indicano a quale di queste appartiene il modello preso in considerazione.

Parola d’ordine, digitalizzazione

Parola d’ordine, inoltre, è ‘digitalizzazione’: viene infatti introdotto un QR code che scansionato tramite la fotocamera dello smartphone permette di conoscere informazioni supplementari sul prodotto presenti nella banca dati europea Eprel (European product registry for energy labelling).

Ma quali lampadine scegliere?

Per poter emettere luce, una lampadina consuma energia elettrica pari a quanti Watt sono necessari per attivarla, un consumo che finisce infatti direttamente in bolletta luce, alla voce ‘spesa per la materia energia’.
Ogni lampadina ha quindi una potenza espressa in Watt, alla quale sarà associato sull’etichetta un consumo in kWh per 1.000 ore di uso/accensione.

Quali fra Led, fluorescenti o alogene? 

Una lampadina Led, ad esempio, ha un consumo di circa 35 kWh/anno e un costo medio in bolletta di 7 euro/anno. Tale lampadina, con la nuova etichettatura, sarà inserita in classe D o E, a seconda delle prestazioni specifiche. Consumi appena superiori ha una lampadina fluorescente, che con 41 kWh/anno e 8 euro/anno in bolletta finirà in classe F. Un modello alogeno arriva invece a consumare 123 kWh/anno, facendo salire il costo medio in bolletta a 25 euro: tale lampadina finirà in classe G. Senza considerare le lampadine a incandescenza (ormai fuori commercio) che con un consumo di 175 kWh/anno avrebbero portato il costo medio in bolletta a 35 euro/anno.

Aiuto, che spreco: il 17% del cibo mondiale finisce nella spazzatura

Lo spreco alimentare non è solo uno sfregio a quella gran parte di mondo che non ha da vivere, ma è anche un autentico attentato alla sostenibilità ambientale e climatica. A lanciare l’allarme è il nuovo Food Waste Index Report 2021 del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (Unep) e l’organizzazione Wrap: nel 2019 sono infatti finiti nella spazzatura  931 milioni di tonnellate di rifiuti alimentari prodotti ogni anno nella fase di consumo, per un peso equivalente a quello di 23 milioni di camion da 40 tonnellate a pieno carico. Di questi, il 61% è prodotto dalle famiglie, nelle nostre case. E proprio la riduzione degli sprechi alimentari è uno degli Obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite, così da dimezzarli entro il 2030. 

I numeri dello spreco a livello mondiale

Più nel dettaglio, il Rapporto evidenzia che le famiglie scartano l’11% di alimenti, mentre servizi e punti vendita al dettaglio ne sprecano rispettivamente il 5% e il 2%. A livello globale vengono gettati 121 chilogrammi di cibo a testa l’anno, con 74 chilogrammi a livello familiare, molto di più di quanto precedentemente stimato. Uno spreco che ha gravissimi impatti ambientali, sociali ed economici.

Una sfida vitale per il clima

Esistono anche strette connessioni tra clima e spreco alimentare. A livello globale, tra l’8 e il 10% delle emissioni di gas serra sono dovute al cibo non consumato. Se lo spreco alimentare rappresentasse un paese, sarebbe il terzo più grande emettitore di gas serra, dietro Cina e Stati Uniti. Riuscire a ridurre il food waste, secondo gli esperti dell’Onu, significherebbe portare a un taglio delle emissioni di gas serra, a rallentare la distruzione della natura attraverso la conversione dei terreni, all’aumento della disponibilità di cibo e quindi ridurre la fame.

Un problema globale da correggere

Contrariamente a quanto suggerito finora dagli studi, lo spreco alimentare dei consumatori non è nemmeno appannaggio dei paesi a più alto reddito. Per Clémentine O’Connor, responsabile del programma per i sistemi alimentari sostenibili presso l’Unep, “E’ il momento di agire”. Lo studio evidenzia infatti che esiste una criticità che riguarda tutti i paesi, che devono necessariamente rendersi conto della gravità della situazione. Proprio per questo, l’Unep sta istituendo gruppi di lavoro in Asia, Sud America e Africa per aiutare i governi a sviluppare strategie per misurare lo spreco e a progettare strategie di prevenzione del food waste. 

La selezione del personale? Da reale a … virtuale, ma super efficace

l Virtual Recruiting, ovvero la selezione del personale a distanza, con relativi colloqui, è ormai una prassi per moltissime aziende. Che ne decantano la validità: mentre sullo smart working i pareri non sono tutti positivi, la selezione a distanza ha convinto invece un gran numero di candidati. Il 60% delle persone intervistate da CleverConnect a maggio 2020 ha trovato l’esperienza positiva. Per le aziende, il lockdown prima e la diffusione dello smart working poi hanno portato a un ripensamento del proprio processo di selezione. L’impossibilità di condurre un colloquio in presenza ha spinto le imprese ad accelerare la digitalizzazione e a optare per colloqui virtuali e da remoto.

Un’attività “non essenziale”: ma è davvero così?

Nel 2020, complice l’emergenza sanitaria, molte attività considerate non essenziali sono state quasi “congelate”, e i colloqui di selezione rischiavano di finire in questo spazio vuoto. Le aziende italiane, però, hanno dimostrato un’eccezionale resilienza e la capacità di innovarsi per poter proseguire nei processi di selezione. Al di là del periodo di crisi, in realtà, già da tempo le imprese stanno sperimentando i colloqui video a distanza, ma durante il lockdown questi hanno registrato un boom del +40%, percentuali in crescita che durano tutt’oggi. I recruiter si sono resi conto che il video è un approccio adatto a risparmiare molto tempo, a favore anche dei candidati. Per alcune posizioni il video può tranquillamente sostituire del tutto il CV o il classico colloquio telefonico. In questi casi, il risparmio di tempo è veramente senza precedenti.

L’evoluzione della ricerca di lavoro

Anche grazie alla tecnologia, gli individui sono al centro del processo di ricerca di un’occupazione. Non per niente, l’89% dei candidati inizia la ricerca di lavoro sul web, visitando portali dedicati, job board e pagine Lavora con noi. Dal momento della candidatura, però, il processo di selezione resta sempre lo stesso: invio del CV, lettera di presentazione, colloquio telefonico, incontro fisico. Le soluzioni digitali, invece, stanno gradualmente scuotendo questo ordine consolidato per offrire un’esperienza innovativa e molto più flessibile. Il tempo che non viene speso per organizzare e programmare gli incontri fisici consente al recruiter di concentrarsi su altre attività ad alto valore aggiunto, come creare una relazione e interagire con i candidati dall’inizio alla fine del processo. Il virtual recruiting, inoltre, aiuta a diversificare il profilo dei candidati e quindi migliora l’efficienza e la qualità delle assunzioni: non limitandosi alle informazioni del CV, ma concentrandosi sulle soft skill, alcuni candidati hanno l’occasione di dimostrarsi profili veramente validi.

Manager e smart working, una ricerca di Fiera Milano Media

Nonostante le imprese italiane sembrano rimanere più propense all’outsourcing anziché all’investimento di risorse per lo sviluppo, l’innovazione e l’automazione della propria attività lo smart working rimane un caposaldo delle strategie di business anche per il futuro. Si tratta di un’evidenza emersa dal report Business Leaders Survey, realizzato da Business International-Fiera Milano Media tra aprile e maggio 2021 su un campione di oltre 200 direttori finance, HR, procurement, sales, marketing e del risk management attivi in alcune delle più importanti società di medie e grandi dimensioni operanti in Italia.

La principale misura di contrasto adottata contro gli impatti del Covid-19

Secondo il 40% degli intervistati lo smart working è stata la principale misura di contrasto adottata contro gli impatti del Covid-19, e su cui un ulteriore 25% dichiara di voler puntare nei prossimi mesi, mentre il 48% ammette di volerlo mantenere stabilmente come modello lavorativo anche per il futuro. Ovviamente la cassa integrazione straordinaria ha avuto un ruolo importante nel superamento delle difficoltà, come conferma il 17,5% degli intervistati. Quello che però stona è il fatto che sebbene solo il 5,5% delle aziende ha bloccato gli investimenti nel 10% dei casi le società hanno preferito esternalizzare l’ottimizzazione dei propri processi operativi piuttosto che provare a puntare sull’innovazione, l’automazione e la robotizzazione dei propri servizi, su cui si è impegnato solo l’1%.

Per il 6% la società in cui lavora ha cambiato il proprio modello di business

Il 6% degli intervistati dichiara poi che la sua società ha cambiato il proprio modello di business per fronteggiare le criticità proposte dalla pandemia, mentre nei prossimi mesi il 13% prevede questo intervento, e gli intervistati che dichiarano di voler implementare soluzioni di robotizzazione e automazione salgono all’8,5% (+850%). Valori in aumento che però non bastano a consentire una reale ondata di cambiamento. Nel 24% dei casi l’attenzione sull’outsourcing continuerà infatti a essere focalizzata anche nei prossimi mesi. In ogni caso, il 23,7% pensa che anche per il futuro resilienza, flessibilità e tolleranza allo stress saranno qualità cruciali per il successo, mentre creatività, originalità e iniziativa risultano al secondo posto (16.3%).

Le competenze desiderate dai C-level per affrontare i prossimi mesi

L’attenzione è ancora su distanziamento sociale e necessaria riorganizzazione delle attività, riporta Italpress, e pone Team work e time management (10%) in terza posizione, seguiti poi a pari merito da formazione e apprendimento continuo (9%) e Critical thinking e predictive analytics (9%).  In fondo alla classica si trovano proprio quelle competenze tecniche che le aziende faticano a trovare sul nostro mercato, come data analysis e innovazione (8,7%), technology use/design, computational thinking & programming (2,7%).
L’ultimo aspetto rilevato dalla ricerca sullo smart working è il fatto che skill come leadership e social influence (8%), problem solving (7,6%) e Intelligenza emotiva (4,8%) risultano in fondo alle competenze desiderate dai C-level per affrontare i prossimi mesi.

Incassi a 64,9 miliardi di dollari per le app, TikTok la regina

Il Covid e i conseguenti periodi di lockdown hanno fatto bene almeno ad un settore, quello delle app. A decretarlo è l’analisi appena diffusa dalla società di analisi Sensor Tower, che ha analizzato l’andamento delle applicazione nel primo semestre del 2021. Quello che appare evidente è che la pandemia ha incrementato l’utilizzo degli smartphone e di altri strumenti digitali, sia per scopo lavorativo che educativo e di intrattenimento. 

Un business gigantesco

Dai dati diffusi da Sensor Tower si scopre che gli utenti di tutto il mondo hanno investito circa 65 miliardi di dollari (per la precisione 64,9 miliardi) su App Store e Google Play Store, con un aumento del 25% rispetto ai 52 miliardi di dollari spesi nello stesso periodo dell’anno scorso. Gli utenti iOS hanno speso quasi il doppio degli utenti Android. La spesa per i giochi mobili ha toccato i 44,7 miliardi di dollari, mentre la categoria dell’intrattenimento ha totalizzato gli incassi maggiori tra le applicazioni non di gaming, con 4,4 miliardi di dollari. Bene anche per la categoria libri, che ha messo a segno un più che ragguardevole giro d’affari di 1,1 miliardi di dollari.

TikTok e Youtube le prime app al di fuori del gaming 

TikTok è stata l’app non di gioco con il maggior incasso sia su App Store sia su Google Play, con gli utenti di tutto il Pianeta che hanno speso più di 920 milioni di dollari su questo social, in crescita del 74% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. YouTube è stata la seconda app non di gioco con il maggior incasso, seguita dall’app  di incontri Tinder, dal reader di fumetti giapponese Piccoma e dalla piattaforma di streaming Disney+.

In percentuale cresce maggiormente Google Play

Secondo Sensor Tower, le installazioni scaricate da Google Play sono aumentate del 6% a 56,2 miliardi, aiutate dalla prevalenza di dispositivi Android nei mercati ancora pesantemente colpiti dalla pandemia, come l’India. L’App Store di Apple ha invece visto un calo delle installazioni, scendendo di circa l’11% a 16,3 miliardi dai 18,3 miliardi dell’anno precedente.

I giochi saldamente sul podio

Grande successo anche per i videogame. La spesa globale ha raggiunto i 44,7 miliardi di dollari nella prima metà del 2021, con un aumento del 17,9% anno su anno. Una crescita che segue quella sperimentata un anno fa, quando il settore dei videogiochi mobili è salito del 25,5%. I giochi con i maggiori incassi sono stati, nell’ordine, Tencent’s Honor of Kings (15 miliardi di dollari), PUBG Mobile (compresa la sua versione localizzata per la Cina, ha raggiunto quasi 1,5 miliardi di dollari, Genshin Impact (848 milioni di dollari), Roblox e Coin Maestro.