Author Archives: Giovanni Piovanelli

Moda lombarda: crescono export e scambi commerciali

Il peso percentuale del settore moda di Milano sul totale complessivo delle imprese di tutti i settori è del 3,2%. E nei primi sei mesi del 2022 l’export della moda italiana raggiunge oltre 31 miliardi, con una crescita del 21,6% rispetto all’anno precedente. Nell’area di Milano, Monza Brianza Lodi nei primi sei mesi del 2022 il settore moda genera esportazioni per un valore di 5,3 miliardi di euro (+31,3%), e pesa il 63% sul totale delle esportazioni lombarde del comparto. I principali partner commerciali per le esportazioni di abbigliamento, accessori in pelle e prodotti tessili di Milano Monza Brianza Lodi sono gli Stati Uniti, verso cui esportiamo prodotti per un valore di oltre 863 milioni di euro (+71,6%), la Cina, con oltre 565 milioni di euro (+28,4%) e la Corea del Sud, con 434 milioni di euro.

Le imprese attive in Italia sono 185.983

Sono alcuni dati elaborati dall’Ufficio Studi della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi su dati Istat aggiornati al 1° semestre 2022 e confrontati con il primo semestre 2021.
Secondo i numeri aggiornati al 30 giugno 2022, elaborati dall’Ufficio Studi della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi su dati del Registro Imprese, in totale in Italia le imprese attive nel settore moda sono 185.983, di cui 110.327 imprese operano nell’ambito del commercio e 75.656 nell’ambito del manifatturiero.

A Milano, Monza Brianza e Lodi il 39,7%% sono imprese manifatturiere

Tra Milano Monza Brianza e Lodi il settore moda conta 12.048 imprese attive. Per la sola Milano, si tratta di 10.015 imprese, mentre l’area di Monza e Brianza ne conta 1744, e Lodi 289.
Il 39,7%% del totale del comparto moda di Milano, Monza Brianza e Lodi è rappresentato da imprese manifatturiere, con circa 4.784 imprese attive in termini assoluti. A queste si aggiungono 7.264 attività del commercio al dettaglio e all’ingrosso. 

I tre mercati principali: Stati Uniti, Cina, Corea del Sud

Nei primi sei mesi del 2022 l’export del settore moda dei territori di Milano Monza Brianza Lodi rappresenta circa il 63% delle esportazioni lombarde di questi prodotti e vale oltre 5,3 miliardi di euro. Di questi, 2,6 miliardi hanno origine dalle esportazioni di articoli di abbigliamento, compresi gli articoli in pelle e pelliccia, e oltre 2 miliardi dall’export di articoli in pelle (accessori, scarpe, eccetera) escluso l’abbigliamento. Stati Uniti, Cina, Corea del Sud, Francia e Svizzera sono i primi 5 Paesi di destinazione.
Il volume degli scambi evidenzia un aumento rispetto al 2021 del +71,6% con gli Stati Uniti, +28,4% con la Cina, +56,2% con la Corea del Sud, +13,5% con la Francia, e +59,2% con la Svizzera.

D.Lgs. 81/2008 e lavori in quota

Il Testo Unico Sicurezza sul Lavoro, noto anche come D.Lgs. 81/2008, inquadra i lavori in quota equiparandoli del tutto ad un tipo di attività che va ad esporre i lavoratori a potenziale rischio di caduta dall’alto verso un piano stabile.

Da notare che per “piano stabile” si intende una superficie che non può essere in alcun modo alterata per effetto di una caduta, per questo da considerare come piano stabile e parliamo dunque di un pavimento o terreno.

In particolar modo è stata individuato come livello massimo oltre il quale bisogna adottare le misure di sicurezza necessarie la quota di 2 metri.

Di seguito vediamo allora cosa prevede la normativa in caso di lavori in quota e quali sono i dispositivi di protezione individuale di base.

Cosa prevede la normativa relativa ai lavori in quota?

Il D.Lgs. 81/2008 ben conosce le esigenze di cantiere per le quali spesso è necessario lavorare a diversi metri di altezza. Per questo motivo, quando un determinato tipo di lavoro non può essere svolto in un luogo più sicuro, è necessario adoperare tutte quelle attrezzature che consentono agli operai di poter lavorare in sicurezza anche in quota, tenendo conto di quanto segue:

  1. Le misure di protezione collettiva hanno la priorità rispetto quelle di protezione individuale.
  2. È necessario adoperare le attrezzature di sicurezza di lavoro che siano proporzionate alle tipologie di lavoro in quota che ci si appresta ad effettuare, così da garantire maggiore libertà di movimento e minori rischi.
  3. Bisogna inoltre pianificare le modalità di accesso per i lavori da svolgere in quota in base alla durata del lavoro, dell’altezza e della frequenza di circolazione.

Appare dunque evidente che lo scopo di tali disposizioni sia quello di consentire in maniera adeguata l’individuazione dei giusti dispositivi di sicurezza in relazione ai tipi di rischi ai quali i lavoratori vengono esposti.

La formazione dei Lavoratori sulla sicurezza

Sempre secondo il D.Lgs. 81/2008, il datore di lavoro è tenuto a formare periodicamente i suoi dipendenti in merito quelli che sono i rischi cui essi sono sottoposti durante le proprie mansioni, nonché tutte le misure di sicurezza che essi hanno a disposizione e che possono adottare per ridurre al minimo il numero di possibili incidenti.

I lavoratori devono inoltre essere ben istruiti su quelle che sono le attrezzature di lavoro a loro disposizione e come queste possono essere adoperate per garantirne la sicurezza in ogni momento.

È importante che tale formazione non preveda semplicemente una parte teorica ma anche una pratica, così che i lavoratori possano già acquisire una certa manualità con quelli che saranno i rischi che andranno realmente ad affrontare sul lavoro e gli strumenti che consentono loro di poter lavorare in tutta sicurezza.

I dispositivi di protezione individuale

Per quel che riguarda i dispositivi di protezione individuale, il D.Lgs. 81/2008 richiede esplicitamente che, nel caso in cui non siano già state adottate delle soluzioni di protezione collettiva, vengano adoperati dei sistemi di protezione specifici ed a norma, come segue:

  • Dispositivi di ancoraggio
  • Assorbitori di energia
  • Dispositivi retrattili
  • Linea vita sul tetto
  • Imbracature
  • Corde

Questi sono soltanto alcuni tra i dispositivi di protezione individuale che devono essere adottati in cantiere.

Adottare tali soluzioni significa mettere gli operai in condizione di lavorare in massima sicurezza e dunque poter svolgere le quotidiane attività di lavoro senza alcun tipo di timore o patema d’animo, anche nel caso in cui debba verificarsi un errore.

Ricordiamo infine che la mancata applicazione di tali misure di sicurezza previste dal D.Lgs. 81/2008 comporta per il datore di lavoro una pena detentiva che parte da 3 mesi e una ammenda che va da 2.500€ in poi.

Micromobilità, con i monopattini elettrici meno traffico e meno inquinamento

Le città traggono un beneficio deciso, in termini di vivibilità e lotta all’inquinamento ambientale, con l’utilizzo dei monopattini elettrici. E la micromobilità, specie come alternativa alle auto, è sempre più utilizzata nelle grandi città. Lo conferma anche l’ultimo sondaggio, presentato in occasione della Giornata internazionale della micromobilità (25 agosto), condotto dalla società di ridesharing svedese Voi. In particolare, l’inchiesta evidenzia un deciso calo dell’uso della macchina nelle località in cui sono presenti altre possibilità di spostamento, come i monopattini appunto.

Un terzo degli utenti ha ridotto l’uso dell’auto

La ricerca, che ha coinvolto ha coinvolti 10.000 riders in tutto il continente, evidenzia che oltre un terzo degli utenti intervistati ha dichiarato di aver ridotto significativamente o completamente l’uso dell’auto. Nello specifico, il 36% degli utenti di monopattini elettrici afferma di aver fatto un uso contenuto dell’auto. Un altro dato interessante è che i monopattini elettrici sono utilizzati da ogni fascia di età, anche dai meno giovani. Per scoprire ancora di più la tipologia dell’utente, si legge che il 35% dei riders utilizza esclusivamente monopattini elettrici per il proprio viaggio, mentre oltre il 55% combina viaggi in monopattino elettrico con il trasporto pubblico. Quest’ultimo dato è in crescita sul 47% rilevato l’anno scorso.

Spostamenti di lavoro comodi e “light”

L’anno scorso più del 40% dei riders ha affermato che uno dei loro scopi principali per guidare uno scooter elettrico Voi era il divertimento. Da allora questo numero è sceso al 30%, con un numero maggiore di riders che affermano di utilizzare i monopattini per viaggiare per eventi di socializzazione (59%) e per recarsi al lavoro o a scuola (48%). Inoltre, anche le persone che vivono in periferia stanno riducendo l’uso dell’auto. Il 60% dei riders che vivono entro 30 minuti di trasporto pubblico dal centro città ha ridotto l’utilizzo dell’auto a causa dei servizi di micromobilità.

Vantaggi ancora maggiori in futuro

“Stiamo iniziando a vedere un impatto significativo con un numero maggiore di persone che utilizzano i monopattini elettrici insieme ai trasporti pubblici e persone di tutte le età che trovano un’alternativa flessibile ai viaggi in auto, o addirittura abbandonano completamente l’auto. Anche con oltre 100 milioni di corse e 100 città alle spalle, abbiamo solo scalfito la superficie di ciò che è possibile con la micromobilità condivisa e ci sono vantaggi ancora maggiori per le città europee, la loro aria e la qualità della vita mentre continuiamo in questo viaggio” ha dichiarato Fredrik Hjelm, co-fondatore e CEO di Voi.

Chatbot e assistenti virtuali: solo 27 comuni su 8mila li utilizzano 

Lo rivela uno studio realizzato dall’Osservatorio dedicato all’applicazione dell’Intelligenza artificiale nel mondo delle Pubbliche Amministrazioni: appena ventisette comuni italiani sui quasi ottomila presenti sul territorio utilizzano i chatbot o gli assistenti virtuali. Sono quindi lo 0,33% del totale le amministrazioni locali italiane che hanno scelto di includere chatbot o assistenti virtuali all’interno dei propri siti d’informazione. Di queste, 19 si trovano nel Nord Italia (70%), 5 al Sud (18%) e solo 4 al Centro (12%). 

Seppure ancora pochi, i chatbot evidenziano una buona capacità di interazione 

Seppure ancora pochi, i chatbot analizzati dall’Osservatorio hanno comunque evidenziato una buona capacità di interazione con il pubblico nel 44% dei casi, rispondendo correttamente a domande di tipo base oltre 6 volte su 10 (63%). Inoltre, l’85% dei chatbot utilizza forme di cortesia durante le conversazioni e il 78% di essi è in grado di chiedere all’utente di specificare meglio la sua richiesta nel momento in cui viene formulata la domanda. Non solo: il 26% dei virtual assistant propone dei suggerimenti all’utente in caso di eventuali dubbi o necessità, il 22% possiede anche capacità conversazionali, e il 19% reindirizza automaticamente l’utente sulla pagina web desiderata.

“I professionisti del settore sono entusiasti del servizio”

“Stando a quanto raccolto dai colloqui one to one, i professionisti del settore sono entusiasti del servizio – ha affermato Ernesto Di Iorio, ceo di QuestIT -. I chatbot avvicinano le istituzioni ai cittadini, soprattutto la fascia più giovane. Inoltre, rappresentano un investimento che presenta ampi margini di miglioramento”.

Una ricerca nata da una partnership tra università e azienda

La ricerca è nata da una partnership tra il Dipartimento di Scienze Sociali, Politiche e Cognitive dell’Università di Siena e QuestIT, azienda senese spin-off dell’Università di Siena, specializzata nello sviluppo di software e servizi basati sull’Intelligenza artificiale. Lo studio, riporta Ansa, è stato condotto sotto la guida della dottoressa Linda Basile, ricercatrice presso il Dipartimento di Scienze Sociali, Politiche e Cognitive dell’Università di Siena.  I dati della ricerca derivano da un’analisi suddivisa in due fasi: la prima si basa sull’utilizzo di un sistema di codifica incrociata utile a verificare l’attendibilità dei chatbot presenti nei siti d’informazione. La seconda fase, invece, prende in esame interviste con funzionari e dirigenti comunali, per valutare il loro grado di soddisfazione nei confronti della tecnologia e anche quali sono i potenziali margini di miglioramento.

Long Covid: come riconoscere i sintomi?

Alcune persone interessate dal Covid-19 accusano dei problemi di vario tipo anche dopo la guarigione. In alcuni casi è possibile parlare di sindrome da long Covid. Vediamo in dettaglio cosa è e come riconoscerla.

Cosa è il long Covid?

Per long Covid si intende il persistere di sintomi legati al Covid-19, che continuano ad interessare il soggetto anche a distanza di mesi dal momento della guarigione.  Chiaramente la percezione di tali sintomi non è uguali per tutti, in quanto ogni organismo reagisce a sua maniera e dunque possono esserci significative variazioni da paziente a paziente.

In alcuni casi addirittura Inizialmente è anche difficile collegare i sintomi accusati dal paziente al Covid-19, dal quale magari si è guariti diversi mesi prima.

Vediamo comunque adesso in dettaglio quali sono i sintomi del long Covid e come riconoscerlo.

I sintomi del long Covid

Diciamo innanzitutto che si parla di sintomi di long Covid nel momento in cui determinati sintomi che andremo ad analizzare di seguito persistono per più di 4 settimane dopo la guarigione dall’infezione.

Ecco dunque alcuni tra i sintomi riscontrati ad oggi di long Covid, considerando comunque che ogni organismo reagisce a modo suo e per questo può percepire sintomi differenti:

  • Stanchezza eccessiva
  • Spossatezza
  • Eccessiva fatica per piccoli sforzi
  • Dolori articolari
  • Dolori muscolari
  • Inappetenza

Nei casi più acuti possono presentarsi anche:

  • Tosse
  • Fastidio al petto e tachicardia
  • Perdita di gusto e olfatto
  • Mal di testa
  • Problemi all’udito
  • Mancanza di sonno

Ecco dunque alcuni tra quelli che potrebbero essere i sintomi del cosiddetto long Covid.

Chiaramente non sempre avvertire uno tra i problemi in elenco significa essere soggetto a questa patologia, e per tale motivo è bene sempre richiedere anche un teleconsulto medico così da poter avere rapidamente il parere di un esperto.

Esistono ad ogni modo in Italia delle strutture in cui è possibile curare risolvere tutti i sintomi legati al long Covid.

Tutti quelli che hanno avuto il Covid avranno anche i sintomi long Covid?

No. Non è detto che tutti quelli che sono stati interessati da Covid-19 debbano essere interessati da quelli che sono i sintomi del long Covid.

Al contrario, ne sono interessati soltanto una piccola percentuale rispetto tutti quelli che contraggono questo tipo di infezione.

Ad ogni modo, bisogna aggiungere che ad oggi non è chiaro quale sia il meccanismo che causa l’insorgenza del long Covid, per cui è impossibile determinare a priori quali possano essere i soggetti maggiormente a rischio da questo punto di vista.

È possibile che siano interessati da long Covid colori quali sono stati interessati da gravi forma di Covid-19?

In base alle informazioni ad oggi disponibili, non vi è alcun nesso tra la gravità dell’infezione riscontrata nel paziente e l’insorgere dei sintomi del long Covid.

Sono numerosi infatti i pazienti che sono stati interessati da questa patologia anche se avevano riscontrato sintomi blandi legati all’infezione da Covid-19.

Sembra essere scongiurata dunque l’ipotesi per la quale il long Covid colpisca prevalentemente le persone che sono stata interessate da una infezione acuta di Covid-19.

Quel che è certo, è che tutti i dati convergono nel dimostrare come le possibilità di avere conseguenze gravi, sia a livello di Covid-19 che di long Covid, siano quelle di vaccinarsi.

La vaccinazione offre infatti un importante livello di protezione contro entrambe queste patologie, ed esse rappresentano dunque al momento lo strumento migliore per mettersi al riparo da eventuali problemi.

Per vaccinazione si intende chiaramente l’intero ciclo di tre dosi, quello che è effettivamente in grado di offrire una copertura completa anche in relazione alle varie varianti in circolo.

Arriva il nuovo Registro delle opposizioni contro il telemarketing selvaggio:

Le novità sono state introdotte con i decreti attuativi della riforma approvata dal Consiglio dei ministri dello scorso gennaio. Da mercoledì 27 luglio è operativo lo strumento di contrasto al telemarketing selvaggio, il nuovo Registro Pubblico delle Opposizioni. Si tratta di un servizio pubblico e gratuito per tutti i cittadini che una volta iscritti negli elenchi del registro non potranno più essere contattati dall’operatore di telemarketing, a meno che quest’ultimo non abbia ottenuto specifico consenso all’utilizzo dei dati successivamente alla data di iscrizione, oppure nell’ambito di un contratto in essere o cessato da non più di trenta giorni.

Tutelare la privacy da attività promozionali invasive e indesiderate

L’Rpo semplifica le procedure per i cittadini che intendono tutelare la propria privacy da attività promozionali invasive e indesiderate, ed estende ai numeri di telefono cellulare la possibilità di iscrizione (già prevista per il telefono fisso e l’indirizzo postale), annullando così i consensi all’utilizzo dei dati da parte degli operatori. I quali saranno obbligati a consultare periodicamente il registro, e comunque prima dell’avvio di ogni campagna pubblicitaria. Al nuovo Rpo si potranno infatti iscrivere, oltre ai numeri di telefono fissi presenti negli elenchi pubblici e gli indirizzi postali, anche i numeri di cellulare: potenzialmente 78 milioni di utenze mobili.

Le chiamate degli operatori saranno bloccate entro 15 giorni dalla richiesta

L’utente potrà iscrivere qualsiasi numero di telefono (fisso e mobile), e lo potrà fare gratis sul sito, via mail, raccomandata, al telefono o via fax. Le chiamate degli operatori di telemarketing saranno bloccate entro 15 giorni dalla richiesta, dal momento che tutte le aziende del settore iscritte al Roc (il Registro degli Operatori di Comunicazione), ossia tutte quelle che rispettano la legge, sono tenute a consultare il Registro delle Opposizioni ed eliminare dalla lista i numeri che hanno tolto il consenso al trattamento dei dati. Le telefonate pubblicitarie, quindi, potranno essere fatte solo ai numeri non presenti nel registro.

Rafforzare il rispetto della disciplina sul trattamento dei dati personali

Restano valide le iscrizioni inserite precedentemente, con la facoltà per l’utente di annullare i consensi attraverso il rinnovo dell’iscrizione. Come si si legge su Corriere Comunicazioni, “L’entrata in funzione del Registro delle Opposizioni è un passo avanti, ma non è abbastanza per contrastare le imprese illegali che operando fuori da ogni azione di controllo e disciplina, i veri molestatori dei cittadini – commenta Lelio Borgherese, presidente di Assocontact, l’Associazione Nazionale dei Business Process Outsourcer -. Per questo insieme con altre Associazioni, Confindustria e Confcommercio abbiamo aperto le consultazioni pubbliche sul Codice di Condotta, un progetto elaborato in questi mesi proprio per rafforzare il rispetto della disciplina sul trattamento dei dati personali e promuovere comportamenti virtuosi lungo tutta la filiera, anche al fine di ricostruire il rapporto di fiducia tra i cittadini, noi, i brand e le Istituzioni”.

Milano, Monza Brianza, Lodi: qui più start up innovative rispetto al resto d’Italia

I numeri letti così, a freddo, possono ancora sembrare piccoli, ma sono comunque più elevati rispetto al resto d’Italia: si tratta dell’andamento delle start up innovative sul territorio di Milano, Monza Brianza e Lodi, che emerso dall’ultimo rapporto “Milano Produttiva” del Servizio Studi Statistica e Programmazione della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi. Infatti, sebbene, in numeri assoluti si tratti di poche migliaia di imprese, queste hanno registrato performance interessanti, con incrementi superiori alla media del sistema. Nell’area di Milano Monza Brianza Lodi, a fine giugno 2022, se ne contano 2.912, il 74,6% del totale regionale e un quinto del nazionale. Inoltre, rispetto a luglio del 2021, il loro numero è cresciuto del 5,7% (rispetto a giugno 2019 sono cresciute del 48,6%). La gran parte è localizzata nella provincia di Milano (2.737), che è prima nella classifica nazionale, seguita da Roma (1.599), Napoli (675) e Torino (532). Si tratta di imprese che operano soprattutto nei servizi avanzati – produzione di software e consulenza informatica; attività dei servizi d’informazione; ricerca scientifica e sviluppo; inoltre, sono di piccola dimensione (anche per limiti al fatturato imposti dalla legge per rimanere nel Registro) e sono solo società di capitali, principalmente Srl e Srl semplificate.

Buon andamento per il sistema imprenditoriale

Nei primi sei mesi del 2022 continua la performance positiva delle iscrizioni, che aumentano rispetto al primo semestre del 2021, sebbene in misura contenuta: sono 17.129 le nuove imprese nate al 30 giugno nei territori di Milano Monza Brianza lodi, cresciute dello 0,8% su base tendenziale (erano state 16.994 nei primi sei mesi del 2021). Cresce anche la mortalità, con 12.173 chiusure (+1,9%), che sta tornando lentamente ai livelli fisiologici dopo i cali anomali registrati nel primo semestre del 2021 e del 2020, a causa delle conseguenze del blocco delle attività economiche prodotto dalla crisi sanitaria; tuttavia, il numero delle cancellazioni rimane ancora inferiore al dato pre-Covid (nel I semestre 2019 erano state 14.781). Come già ipotizzato per i dati dell’anno, probabilmente ci sono ancora aziende che, seppur in crisi, ritardano la chiusura, soprattutto se in attesa dei ristori governativi per la forzata riduzione delle attività. Il saldo tra iscrizioni e cancellazioni è stato positivo: +4.956 imprese (con il contributo determinante di Milano: +4.237 il suo saldo), risultato in lieve calo rispetto a quello registrato nel primo semestre del 2021, quando era stato di +5.050 unità. Conseguentemente, il tasso di crescita si conferma positivo (+1,05%, molto vicino all’1,08% del primo semestre 2021). Osserviamo, infine, che la natalità è praticamente tornata ai livelli pre-Covid: nel confronto tra il primo semestre del 2022 e il primo semestre del 2019 dobbiamo evidenziare una differenza negativa di sole 184 imprese (-1% in valori percentuali).

“Segnale di speranza per le sfide future” 

“Il sistema imprenditoriale della grande Milano, nonostante la crisi economica, la crisi geopolitica e la pandemia, sta reagendo bene e si conferma una delle aree più attive e resilienti d’Europa” ha detto Carlo Sangalli Presidente della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi. “I settori trainanti sono soprattutto l’export, il manifatturiero, i servizi e il commercio online. Di particolare rilievo la performance delle imprese giovanili che tornano a crescere dopo otto anni. Un trend molto positivo che nasce dalla capacità di innovazione e formazione del nostro territorio e dalle politiche a favore della nuova imprenditorialità messe in campo dalle istituzioni e dalla Camera di commercio. Ma soprattutto rappresenta un forte segnale di speranza per le sfide future”.

Video e TV: tendenze e comportamenti  

Una ricerca focalizzata sui contenuti video e di pubblicità e sull’evoluzione delle esperienze e dei comportamenti dell’audience: The Future Viewing Experience di Kantar evidenzia infatti opportunità e challenge dei media owner, inserzionisti e agenzie oltre alle implicazioni in termini di audience measurement. Secondo la ricerca la smart TV ora è il principale canale di fruizione dei servizi streaming, e se il mobile è un mezzo consolidato e dominante per molte attività, quando si tratta di far uso di contenuti di lunga durata vengono prediletti device con uno schermo migliore. Inoltre, l’era degli apparecchi STB (set-top box) sta volgendo al termine, mentre si è ufficialmente aperta la battaglia tra le differenti connected TV (CTV), dispositivi che consentono alla tv di connettersi a Internet per visualizzare contenuti video in streaming. 

Si accende lo scontro tra i franchisee

Sempre secondo lo studio, il prossimo futuro verrà determinato da un’integrazione verticale significativa, considerando la ricerca dei media owner di controllare l’intera supply chain, dalla produzione di contenuti alla loro diffusione in casa. Questa tendenza potrebbe però portare a limitare i contenuti disponibili. Le aziende del settore media stanno cercando di ottenere un ritorno dai loro importanti investimenti promuovendo il franchising e capitalizzando fan base globali e locali. La globalizzazione, il desiderio da parte dell’audience, soprattutto i più giovani, di conoscere nuove culture e fruire di contenuti multimediali con sottotitoli inaugurano una nuova era in cui i contenuti locali possono diventare globali.

Gli apparecchi STB sono ormai caduti in disuso?

Dal momento che la ‘massa critica’ per un servizio globale non potrà essere raggiunta se non da alcuni selezionati operatori big, la produzione indipendente rimarrà fondamentale. Gli attori più piccoli del mercato troveranno utile collaborare con altri per competere efficacemente. Quanto agli apparecchi STB stanno cadendo in disuso. I servizi di streaming adottano un approccio più ispirato alle emittenti per quanto riguarda la messa in onda/streaming di contenuti originali di punta, contribuendo a stimolare l’interesse e a prolungare gli abbonamenti. Questa tendenza vede i servizi SVOD allontanarsi sempre più dalle strategie di rilascio ‘tutto in una volta’, e sta perfino portando a rivalutare il ruolo dei canali lineari per favorire la scoperta di contenuti.

SVOD e AVOD: il futuro sarà su due livelli differenti

Il mercato dei video sta entrando in una nuova era caratterizzata da modelli ibridi, con molti servizi SVOD e BVOD sia ‘ad-free’ sia ‘ad-supported’, riferisce Adnkronos. Tuttavia, la sfida da affrontare è di non cannibalizzare le offerte principali. Questo approccio porterà velocemente a un panorama pubblicitario su due livelli, in cui coloro che potranno permettersi ambienti ad-free diventeranno sempre più difficili da raggiungere. I progressi verso una vera e propria addressability sono stati più lenti del previsto e le attuali capacità e opportunità di distribuzione sono limitate. Tuttavia, la complessità del panorama mediatico video può essere affrontata in modo efficace grazie alle smart TV, che faranno progredire l’addressability, facilitando nuove forme di pubblicità. Alla base di queste tendenze vi è il valore attribuito alla misurazione dell’audience, destinata a evolversi in linea con i cambiamenti del mercato.

Cresce l’e-commerce B2b in Italia

La pandemia ha aumentato la consapevolezza delle imprese rispetto alla necessità di investire nel digitale per garantire continuità operativa e aumentare la competitività, ma resta ancora bassa la percentuale di imprese che punta in modo deciso sulla digitalizzazione delle relazioni B2b. Sette imprese italiane su dieci hanno intenzione di investire in questo ambito, ma appena il 17% investe una quota tra il 2%-5% del fatturato. Secondo la ricerca dell’Osservatorio Digital B2b della School of Management del Politecnico di Milano, nel 2021 l’e-commerce B2b ha raggiunto 453 miliardi di euro, pari al 21% delle transazioni B2b totali italiane. Dopo il 2020, l’indicatore riprende quindi a crescere in valore assoluto, e aumenta dell’1% la sua incidenza sul fatturato italiano complessivo.

Transazioni tramite Marketplace B2b: +50%

Rispetto al 2020 crescono del 50% le transazioni tramite Marketplace B2b, piattaforme in grado di allargare le relazioni all’intero ecosistema aziendale poiché includono in un unico spazio virtuale diverse tipologie di attori provenienti da differenti settori merceologici e geografie. I Portali B2b sono attivati dal 13% delle imprese, e da semplici siti per caricare documenti o fare data entry, sono diventati veri e propri ‘hub’ in cui far confluire tutti i documenti del ciclo esecutivo. L’EDI (Electronic Data Interchange) si conferma una tecnologia trainante per lo scambio strutturato delle informazioni in ambito B2b, anche se la sua crescita rallenta a causa dell’ingresso di altre soluzioni a supporto dei processi tra privati.

Blockchain: progetti avviati dal 14% delle aziende

In Italia l’utilizzo di blockchain e tecnologie a registro distribuito, è ancora sporadico. Solo il 4% delle aziende ha avviato progetti, tuttavia la creazione di ecosistemi B2b si sta strutturando anche sulla base di queste tecnologie. Circa il 14% delle aziende ha avviato progetti o ha intenzione di farlo entro il prossimo anno. I principali ambiti di applicazione sono: tracciabilità, scambio di documenti in formato digitale e gestione di dati interni. I driver che spingono verso l’adozione di questa tecnologia solo il miglioramento dell’efficacia del processo e dell’efficienza, risparmiando tempo e costi operativi. Questi ecosistemi sono al momento popolati principalmente da grandi aziende che stringono accordi con altri attori della filiera per progetti congiunti, guidati dall’esperienza di società di consulenza e fornitori tecnologici.

Migliorare la relazione con i clienti business e valorizzare i dati aziendali

Tra le tendenze a livello B2b si evidenzia una forte attenzione al miglioramento della relazione con il cliente business, e un sempre più alto interesse verso la valorizzazione dei dati aziendali. Questa esigenza però non si sta ancora tramutando in un’azione effettiva. Solo un’azienda su cinque ha attivato una collaborazione con i clienti attraverso lo scambio di informazioni strategiche, mentre gran parte delle aziende si limita a uno scambio di informazioni di natura tecnico-commerciale.
Un’immaturità che deriva da un percorso ancora in essere all’interno delle aziende, sia organizzativo sia tecnologico. Solo il 15% si è mosso in entrambe le direzioni, mostrando, almeno a livello teorico, una maturità superiore.

A maggio le domande dei mutui “giovani” salgono al 35,4%

Sono i giovani a sostenere l’intero comparto dei mutui. Un comparto che complessivamente risulta in flessione del -16,8% rispetto a maggio 2021, a causa del forte ridimensionamento delle surroghe dovuto al fisiologico esaurimento dei contratti in grado di trarre beneficio dalla rinegoziazione delle condizioni. Nel mese di maggio le richieste di mutui immobiliari da parte degli under 35 salgono al 35,4%. Ad aprile erano al 34,9% del totale. Quanto alle richieste di prestiti da parte delle famiglie, secondo l’analisi del Barometro CRIF basato sul Sistema di Informazioni Creditizie EURISC, nel complesso crescono del +23,3%. Nello specifico, le richieste di finanziamenti finalizzati all’acquisto di beni e servizi registrano un incremento del +23,8%, mentre i prestiti personali segnano un +22,4%.

Gen Z e Millennials fanno crescere la domanda digitale: +163%

“La domanda di mutui immobiliari risente complessivamente della frenata delle surroghe, che solo nei primi tre mesi dell’anno sono diminuite del 56% rispetto al corrispondente periodo del 2021 – commenta Simone Capecchi, Executive Director di CRIF -. Malgrado l’aumento dei tassi di interesse, a trainare il comparto rimangono le richieste dei giovani che si avvicinano per la prima volta all’acquisto di un immobile, agevolati dagli incentivi statali legati all’età e ai mutui green. I prestiti, invece, seppur in calo rispetto al picco di aprile, continuano a crescere in doppia cifra, spinti dalle richieste indirizzate verso le piattaforme di operatori del credito digitali”.
In particolare, a maggio, la domanda digitale segna un complessivo +163% rispetto allo stesso periodo del 2021, con la Generazione Z a +321%, i Baby Boomers +163% e i Millennials +154%. 

Aumentano l’importo medio e la durata

A maggio l’importo medio richiesto per i mutui si è attestato a 146.909 euro, in aumento del +5,6% rispetto al pari periodo 2021.  Al contempo, le famiglie continuano a privilegiare piani di rimborso maggiormente diluiti nel tempo. L’83,8% delle richieste prevede infatti una durata superiore ai 15 anni, con un valore della rata non eccessivamente impattante rispetto al reddito disponibile. Tanto che le richieste di mutui al di sotto dei 150.000 euro rappresentano il 66,7% del totale.

In calo l’importo medio dei prestiti personali e finalizzati

Per quanto riguarda l’importo medio dei prestiti richiesti, l’aggregato di prestiti personali e finalizzati nell’ultimo mese si è attestato a 8.949 euro, in calo del -5,5% rispetto a maggio 2021.
Più in particolare, cala maggiormente l’importo medio richiesto per i prestiti finalizzati, che scende a 6.379 euro (-11,5% rispetto alla corrispondente rilevazione del 2021), mentre per i prestiti personali il valore si attesta a 12.834 euro (-0,1%).