Author Archives: Giovanni Piovanelli

Cybersecurity, entro il 2022 servono 350mila professionisti

Una figura professionale necessaria e dal grande futuro occupazionale: è il Cybersecurity manager, che ha il compito di proteggere l’impresa dagli attacchi informatici. Ma secondo una ricerca, il 24% del nostro sistema produttivo ha difficoltà nel trovare questa competenza, ed entro quest’anno mancheranno 350mila professionisti.
“Non è allora un caso – spiega Ernesto Barbone, legale specializzato nella sicurezza informatica – che l’Università statale di Milano, nella sua facoltà di Giurisprudenza, ha dato vita a un master in Cybersecurity. Gli spazi sono enormi e vanno riempiti assolutamente”.

Competenze tecniche e normative

Il Cybersecurity manager unisce le competenze di compliance normativo (regolamento europeo protezione dati personali, diritto del lavoro, diritto commerciale e diritto penale) all’implementazione di misure di sicurezza idonee ad abbassare il rischio di possibili reati/incidenti all’interno della struttura.
“Si tratta di un elemento fondamentale, che permette di avere una visione legale sull’adeguamento tecnologico dell’azienda per far sì che la stessa non si veda danneggiata nella tenuta dei dati aziendali e nelle ripercussioni di bad reputation – continua Barbone -. La particolare conoscenza dei sistemi informativi dal punto di vista tecnico permettono di inquadrare lo scenario normativo a cui l’azienda va incontro, permettendo di implementare al meglio le contromisure legali idonee a scongiurare sanzioni o controlli”.

Un elemento in più: il PNRR

Ma ora c’è un elemento in più: il PNRR, che indica agli Stati membri di raccogliere categorie standardizzate di dati e informazioni, che consentano la prevenzione, l’individuazione e la repressione di gravi irregolarità, mediante un sistema di informazione e monitoraggio, estrazione di dati e valutazione del rischio reso disponibile dalla Commissione.
“Questo vuol dire – prosegue Barbone – che bisogna essere pronti a raccogliere la sfida e i relativi fondi messi a disposizione dall’Europa. Una sfida che per prima deve essere raccolta dalla Pubblica amministrazione, con i 623 milioni di euro messi a disposizione dal Piano. Soldi che serviranno a superare evidenti ritardi che l’Italia purtroppo lamenta”.

Un’inversione di tendenza necessaria

Secondo un report dell’Osservatorio del Politecnico di Milano, l’impatto economico della pandemia ha costretto le imprese italiane a fronteggiare le aumentate sfide di sicurezza con budget ridotti: il 19% ha diminuito gli investimenti in cybersecurity e solo il 40% li ha aumentati. Ma per il 54% l’emergenza è stata un’occasione positiva per investire in tecnologie, e aumentare la sensibilità dei dipendenti riguardo alla sicurezza e alla protezione dei dati. Eppure il 59% delle Pmi afferma che l’uso di device personali e reti domestiche ha esposto le aziende a maggiori rischi di sicurezza, e per il 49% sono aumentati gli attacchi informatici, riporta Askanews. Insomma, “quando le aziende affermano che al loro interno hanno già un legale – sottolinea Barbone -, non hanno ancora compreso che le competenze di quest’ultimo non bastano”. 

Gamers, più “veri” nel metaverso che nella vita reale

I giocatori della Generazione Z trascorrono il doppio del tempo in compagnia degli amici nel metaverso rispetto alla vita reale, trascorrendo 12,2 ore a settimana impegnati ai videogiochi contro 6,6 ore a uscire con gli amici di persona. Questi giocatori non vedono solo il loro tempo nel metaverso come pura evasione, ma anche come un’estensione della vita reale: il 52% dei gamers della Gen Z afferma che vorrebbe provare a guadagnare nel metaverso, mentre il 33% di loro vorrebbe sperimentare la costruzione di una carriera lì. Lo rivela “The Metaverse: A View from Inside”, lo studio di Razorfish condotto con VICE Media Group. I giocatori della Generazione Z acquistano oggetti nel metaverso nello stesso modo in cui lo fanno nella vita reale. Nei prossimi cinque anni, il 20% dei budget “leisure” dei giocatori della Generazione Z (cioè denaro speso per l’intrattenimento o il tempo libero) andrà agli acquisti in-game, con una spesa media di 50 dollari all’anno. Inoltre, sono ben disposti verso i brand: il 33% dei giocatori della Generazione Z vorrebbe che i marchi fornissero negozi virtuali per la navigazione e l’acquisto di prodotti nel metaverso, mentre il 30% vorrebbe che i marchi vendessero skin e abbigliamento per i propri avatar. Spiega Nicolas Chidiac, responsabile della brand strategy di Razorfish: “I giocatori della Generazione Z vedono il metaverso come un luogo sicuro in cui esprimersi liberamente, sperimentare identità, stabilire amicizie e infine creare un mondo in cui vogliono vivere. È importante che i marchi non respingano il metaverso come una moda passeggera, ma che lo considerino come un cambio di paradigma che è appena iniziato”

Per i giovani è già realtà

Il “metaverso” è emerso rapidamente come una delle prime parole di tendenza del 2022. Ma la Gen Z sta già crescendo con esso, lo vive come una realtà, in particolare i gamers. In effetti, il 57% dei giocatori della Generazione Z sente di essere in grado di esprimersi in modo più aperto agli altri in un gioco rispetto alla vita reale. Il metaverso influisce sul modo in cui i giocatori della Generazione Z pensano, socializzano e consumano ogni giorno.

Uno spazio per esplorare la propria identità

Tra i risultati più significativi dello studio, spicca il fatto che il metaverso offre ai giocatori lo spazio per esplorare la propria identità, nel senso che il 45% dei gamers afferma che “la mia identità in un gioco è l’espressione più vera di chi sono”. Interessante è anche l’aspetto distensivo di questa esperienza: il 77% dei giocatori della Gen Z afferma che il motivo principale del giocare è alleviare lo stress e l’ansia.

Caffè: anno record per la bevanda che non conosce crisi

Nel 2021 il commercio mondiale di prodotti della filiera caffè ha mostrato dinamiche decisamente positive: +13,6% nei valori in euro per le macchine da caffè espresso, +13,1% per il caffè decaffeinato o torrefatto e +8,8% per il caffè in grani non torrefatto. Complessivamente, il valore degli scambi mondiali dei tre settori ha raggiunto 34,5 miliardi di euro, e nel triennio 2022-2025, secondo i dati elaborati da HostMilano, ci si attende un tasso annuo di crescita del +5,6%, fino a sfiorare i 43 miliardi di euro. Quanto ai mercati mondiali, Stati Uniti (22,4%) e Germania (14,2%) nel 2021rappresentano le principali destinazioni in termini di vendite, precedendo Italia (6,4%), Giappone (5,1%), Belgio (4,2%) e Svizzera (3,8%).

Brasile principale esportatore

I principali esportatori? Al primo posto il Brasile, con una quota del 27,6%, davanti a Colombia (13,9%), Vietnam (9,9%), Honduras (5,4%), Guatemala (3,6%), Etiopia e Belgio (entrambi 3,5%).
Le esportazioni italiane di prodotti della filiera caffè hanno toccato nel 2021 un nuovo massimo, 2,6 miliardi di euro (+14%). In particolare, crescite rilevanti per l’export italiano di caffè decaffeinato o torrefatto (+14,1%) e di macchine da caffè espresso (+14,3%). Entro il 2025 si attende una crescita delle esportazioni italiane di prodotti della filiera del +5,5%, per un valore complessivo dell’export di quasi 3,3 miliardi di euro. 

Nel 2021 importazioni per 1.450 milioni di euro

Le importazioni italiane di prodotti della filiera hanno toccato nel 2021 un valore di 1.450 milioni di euro, +6% rispetto al 2020: il punto di massimo assoluto nell’esperienza storica dei prodotti della filiera. La componente più rilevante in termini di valori di importazioni italiane riguarda il caffè in grani, che rappresenta oltre il 77% dell’import italiano complessivo della filiera.

Nuove formule di consumo: il caso Gen Z

Probabilmente è iniziato tutto con il Dalgona coffee, una ricetta nata in Corea durante la pandemia che consiste in una schiuma montata e densa di caffè istantaneo e zucchero posizionata sopra al latte. Da lì il caffè ha conquistato TikTok, il social dei Gen Z. Sono seguiti il Proffee (unione di caffè e bevanda proteica), e tutta una schiera di drink a base di caffè. L’ultimo sondaggio National Coffee Drinking Trends della NCA (National Coffee Association statunitense) evidenzia come il 46% dei giovani americani tra i 18 e i 24 anni beve caffè regolarmente, mettendo in luce la crescente popolarità del caffè freddo, ghiacciato e congelato, specie in questa fascia di consumatori. E da un sondaggio dell’Università di Foggia del 2020 emerge che il 76% dei giovani ha l’abitudine di bere bevande alla caffeina ogni giorno: nove su dieci la assumono attraverso il caffè.

Bando Nuova Impresa: 9,9 milioni di euro per rilanciare l’economia lombarda

Grazie al rifinanziamento del bando Nuova Impresa di Regione Lombardia, gestito dalle Camere di Commercio lombarde, per le imprese e i professionisti di nuova costituzione ci sono importanti novità. Salgono a 9,9 milioni gli euro a disposizione delle imprese, e dal 4 aprile possono presentare la domanda anche i lavoratori autonomi, le partite IVA, nuove aziende e professionisti. Regione Lombardia e il Sistema Camerale lombardo promuovono infatti la nuova edizione del bando Nuova Impresa per sostenere l’avvio di nuove imprese lombarde e l’autoimprenditorialità. E rilanciare l’economia lombarda anche per il 2022.

Al contributo possono accedere anche lavoratori autonomi con partita IVA

Il bando mette quindi a disposizione quasi 10 milioni di euro per cofinanziare le spese per la costituzione e l’avvio di nuove imprese e partite IVA, acquistare beni strumentali, software e hardware, coprire canoni di locazione e coprire le spese generali e di comunicazione. Il contributo a fondo perduto è del 50% delle spese ammissibili, fino a un massimo erogabile di 10.000 euro, per spese sostenute a partire dal 1° gennaio 2022.
Le tipologie di nuove aziende ammissibili comprende ora anche i lavoratori autonomi con partita IVA individuale, oltre alle micro, Piccole e medie imprese lombarde del settore commercio, terziario, manifatturiero, e le imprese artigiane dei medesimi settori costituite a partire dal 1° gennaio di quest’anno, e che lo faranno anche nei prossimi 12 mesi.

“La Regione sostiene chiunque decida di aprire una nuova attività”
“Abbiamo deciso di strutturare questa misura dedicata ai lombardi che vogliono intraprendere una nuova sfida imprenditoriale – ha affermato l’assessore allo sviluppo economico di Regione Lombardia, Guido Guidesi -. La Regione sostiene e continuerà a sostenere chiunque decida di aprire una nuova attività in Lombardia sin dall’inizio della propria sfida. Vogliamo continuare a essere la casa delle idee”.
Secondo il Presidente di Unioncamere Lombardia, Gian Domenico Auricchio  “Continua l’impegno congiunto di Regione e Camere di Commercio lombarde per favorire la creazione di nuove imprese e sostenerne la vitalità. Questo strumento di sostegno proseguirà fino ai primi mesi dell’anno prossimo così da incoraggiare adeguatamente anche le future iniziative imprenditoriali nella nostra regione”.

La domanda può essere presentata esclusivamente in modalità telematica

Le domande possono essere presentate esclusivamente in modalità telematica con firma digitale dalle ore 14.00 del 4 aprile fino alle ore 12.00 del 31 marzo 2023, tramite il sito webtelemaco.infocamere.it. Il testo completo del bando e le istruzioni per profilarsi e compilare la domanda sono disponibili sul sito di Unioncamere Lombardia.

Immobili a Milano, quanto valgono e come cambia il mercato post pandemia 

Quanto valgono gli immobili a Milano e cosa è cambiato negli ultimi mesi, complice anche l’effetto dell’emergenza sanitaria? Fa luce su questa tendenza “Rilevazione dei prezzi degli Immobili della Città Metropolitana di Milano” sul secondo semestre 2021, realizzata dalla Camera di Commercio di Milano Monza Brianza Lodi, attraverso una Commissione di rilevazione composta dalle principali Associazioni di Categoria ed Ordini Professionali del settore: FIMAA Milano Lodi Monza e Brianza (Confcommercio Milano), Assimpredil ANCE, FIAIP Milano, ANAMA Milano (Confesercenti) ed ISIVI (Valutatori Immobiliari).

Il valore al metro quadro

In media valgono 5.898 euro al mq gli immobili nuovi a Milano al secondo semestre 2021 e crescono di 1,1% rispetto a 5.836 euro al mq, valore del primo semestre. Era di 5.210 il dato pre Covid a fine 2019, con una crescita del 13,2% del prezzo medio degli immobili nuovi milanesi in due anni. In particolare, a fine 2021, in centro i prezzi medi sono di 10.367 euro al mq, nel settore nord di 4.548 euro al mq, nel settore est di 4.932 euro al mq, nel settore sud di 4.283 euro al mq, nel settore ovest di 5.361 euro al mq. Le zone con i prezzi più elevati sono ovviamente quelle centrali, con al primo posto Spiga – Montenapoleone,€/m² 12.950 al secondo semestre 2021, rispetto a 12.950 al primo semestre 2021, poi Vittorio Emanuele – S.Babila con 12.450 rispetto a 12.425, +0,2%, Diaz – Duomo Scala con 11.950 rispetto a 11.875, +, 0,6%.

Un momento di incertezza

“Da inizio anno, rispetto al quadro di fine 2021 delineato dalle precedenti rilevazioni, stiamo verificando un rallentamento del numero delle trattative insieme ad una emergente incertezza, spesso legata alla finanziabilità delle operazioni, conseguenza della difficile situazione internazionale e alla lievitazione di costi. Inoltre, la guerra in atto ha già impattato con la perdita di clienti, russi ed ucraini, che hanno un peso significativo per il nostro territorio” commenta Beatrice Zanolini, consigliere Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi e segretario FIMAA Milano, Lodi, Monza e Brianza. “Tra le conseguenze future, in uno scenario di smart living, l’impatto che lo smart working continua ad avere sul territorio si traduce non solo in nuovi modi di vivere la propria abitazione ma anche in un modo diverso di fruire di spazi esterni, servizi, trasporti, attività commerciali. Determina nuove abitudini e nuove esigenze, condiziona tutti i settori in modo trasversale. I dati del Comune di Milano dimostrano che lo smart working ha impattato sulle attività, sui trasporti e sui servizi. Con la fine auspicata dell’emergenza sanitaria ci saranno aziende che riporteranno i lavoratori in presenza ma anche altre che opteranno per l’attività mista, o totalmente in smart working: lo scenario è aperto ed offre molti motivi di riflessione che necessitano di risposte differenziate secondo le situazioni ed i contesti. Il Comune si sta anche adoperando per valutare come poter incentivare il miglior uso degli spazi aziendali che restano vuoti proprio per via del lavoro da remoto, per evitare la desertificazione di alcune zone dove le attività vivono soprattutto grazie all’indotto che queste aziende portano. A due anni dal primo lockdown la nostra Camera di Commercio vuole approfondire il tema anche dal punto di vista immobiliare, attraverso l’analisi dei prezzi rilevati e delle tipologie di richieste, mappando il trend delle scelte dei contesti che sono spesso condizionate proprio dalla necessità o dalla opportunità di lavorare in buona parte dalla propria abitazione”.

Il 71% dei dipendenti preferisce lavorare da qualsiasi luogo piuttosto che una promozione 

Cosa è importante per i lavoratori oggi e cosa lo sarà domani? Quali sono i cambiamenti in atto? E come potranno rispondere le aziende a questi nuovi bisogni? Per rispondere a questi quesiti arriva un nuovo report, presentato da Ivanti. Il sondaggio annuale Everywhere Workplace ha infatti coinvolto esperti globali sul tema “Il futuro del lavoro”, intervistando oltre 6.100 impiegati e professionisti IT per rilevare le valutazioni dei dipendenti sui mesi passati, sul presente e sul futuro del lavoro. Il report ha svelato come le priorità dei dipendenti stiano continuando a cambiare con il 71% degli intervistati che preferirebbe lavorare da qualsiasi luogo piuttosto che ricevere una promozione. Nonostante la crescente diffusione del lavoro da remoto, il 10% degli intervistati riscontra un effetto negativo sul proprio stato di salute. Sono soprattutto le donne a soffrirne maggiormente: il 70% delle lavoratrici nell’IT ha segnalato di aver riscontrato effetti negativi, a livello psicologico, legati al lavoro da remoto, contro il 30% degli uomini, appartenenti allo stesso settore. In aggiunta, molti dipendenti avvertono la perdita di contatto interpersonale con i propri colleghi (9%), aggiungendo di lavorare più ore rispetto a quando erano in ufficio (6%). Il report ha anche mostrato un ulteriore divario di genere: il 56% delle donne intervistate ha affermato come il lavoro da remoto abbia influenzato negativamente la loro salute mentale, rispetto al 44% degli uomini. 

Quali saranno i nuovi modelli

Per quanto concerne i possibili modelli di lavoro futuri, la ricerca segnala che il 42% dei dipendenti preferisce modalità di lavoro ibride (+5% dall’ultimo studio). Il 30% dei medesimi opta invece per lavorare da casa in modo permanente (-20% dall’ultimo studio), dimostrando la volontà di interagire nuovamente con i propri colleghi. Nonostante i diversi benefici legati al lavoro da remoto, tra i quali il risparmio di tempo negli spostamenti (48%), un migliore equilibrio tra vita privata e professionale (43%) e un orario di lavoro più flessibile (43%), si sono verificati alcuni svantaggi. Infatti, il 49% degli intervistati afferma di essere stato influenzato negativamente dal lavoro a distanza a causa di una scarsa interazione con i colleghi (51%), della mancanza di collaborazione e comunicazione (28%), del rischio di rumore di fondo e di alcune distrazioni (27%).

Il ruolo dell’automazione

A fronte di ambienti di lavoro sempre più complessi, l’automazione assumerà un ruolo centrale. Di fatti, il 15% degli intervistati preferirebbe lavorare da qualsiasi luogo (+87% dall’ultima indagine). È interessante notare che il 22% degli intervistati è diventato un “nomade digitale”, il 18% sta valutando di diventarlo contro il 13% che vorrebbe lavorare permanentemente in ufficio (-11% dall’ultima indagine). 

Come funziona una caldaia a condensazione?

Sicuramente la caldaia è uno dei dispositivi più importanti di casa, uno di quelli che è possibile definire irrinunciabili. Senza la caldaia infatti, viene a mancare buona parte del comfort percepito tra le mura domestiche.

La caldaia ha infatti il nobile compito di riscaldare l’acqua che adoperiamo ogni giorno ad esempio per fare la doccia o semplicemente per lavare le mani, così come fornire l’acqua calda necessaria ai termosifoni per potersi riscaldare e consentirci di non patire il freddo in inverno.

Ecco dunque che la caldaia riveste per questo un ruolo veramente prezioso nell’economia del comfort domestico, un dispositivo di quelli che, quando non funzionano, ce ne accorgiamo presto.

Da qualche anno sul mercato a tal proposito sono arrivate le nuove caldaie a condensazione, che stanno lentamente sostituendo quelle normali.

Queste nuove caldaie offrono dei vantaggi non indifferenti che andremo ad esaminare in questo articolo. Quali vantaggi, riguardano sia l’aspetto economico che quello ambientale.

Il funzionamento di una caldaia a condensazione

Come funziona una caldaia a condensazione? Per rispondere a questa domanda è necessario premettere che una caldaia di questo tipo funziona grazie a dei materiali che sono molto più resistenti di quelli presenti nelle caldaie tradizionali.

La condensa ha infatti molto spesso un PH che può anche superare la soglia del 4,5 e che è in grado di corrodere tubature ed elementi vari. In particolar modo, l’acqua viene riscaldata per mezzo di un ingegnoso bruciatore cosiddetto a premiscelazione, che consente di emettere una quantità inferiore di monossido di carbonio aumentando l’efficienza della caldaia.

Inoltre i fumi di scarico vengono espulsi mediante un ventilatore che è posizionato in alto. Inoltre, la condensa prodotta viene poi convogliata e raccolta all’interno di un apposito pozzetto.

Bisogna aggiungere che il calore che si genera dalla combustione viene adoperato per riscaldare l’acqua, evitando anche di andare a disperdere inutilmente del calore durante l’emissione dei fumi di scarico.

Dunque questo tipo di caldaia si chiama “a condensazione” proprio perché è già il calore proprio dei fumi e del vapore acqueo che riveste un ruolo primario nell’ottenimento e gestione del calore.

Ecco dunque in sintesi spiegato il funzionamento di una caldaia a condensazione, che è profondamente diverso da quello di una caldaia tradizionale.

Conviene installare una caldaia a condensazione?

Sicuramente installare una caldaia a condensazione conviene, e comporta tutta una serie di vantaggi. Primo tra tutti sicuramente quello di riuscire a diminuire i consumi ed ottenere un concreto risparmio sulla bolletta del gas.

Certamente il costo di acquisto è leggermente più alto rispetto le vecchie caldaie tradizionali, ma grazie al risparmio in bolletta è possibile pensare di rientrare nell’arco di qualche mese dall’investimento.

Da considerare inoltre, aspetto questo non assolutamente secondario, che le caldaie a condensazione garantiscono un impatto ambientale decisamente minore grazie a temperature più basse rispetto a quella delle caldaie tradizionali.

Le caldaie tradizionali infatti hanno dei fumi la cui temperatura raggiunge 120 gradi, mentre quelli delle caldaie a condensazione non superano i 60 gradi.

Conclusione

Una caldaia a condensazione è dunque la scelta ideale se hai deciso di risparmiare sulla bolletta del gas e tenere in maggior considerazione la situazione relativa all’inquinamento e dunque alla salute del pianeta.

Se la tua caldaia tradizionale è ormai obsoleta, se questa presenta dei problemi o se per qualsiasi altro motivo stai pensando di effettuare la sostituzione caldaia, fai bene a scegliere un modello a condensazione per usufruire a lungo termine di tutti i suoi vantaggi.

Nel secondo semestre 2021 aumentano le minacce agli ICS

Nel corso della seconda metà del 2021, circa il 40% di tutti gli ICS, i sistemi di controllo industriale, è stato vittima almeno una volta di attacchi da parte di software malevoli. Nonostante il numero complessivo di attacchi sia leggermente diminuito rispetto al primo semestre 2021, nella seconda parte dell’anno il panorama delle minacce rivolte ai sistemi di controllo industriale è apparso molto diversificato. I miner usati per prendere di mira i computer ICS sono aumentati dello 0,5%, gli spyware dello 0,7%, e gli script dannosi sono cresciuti di 1,4 volte in più rispetto al tasso di crescita registrato nel 2020. Secondo il Kaspersky ICS CERT, la percentuale dei computer ICS sui quali sono stati bloccati elementi dannosi rispetto al 2020 è passata dal 38,6% al 39,6%. Tuttavia, nel secondo semestre del 2021 questo dato è sceso dell’1,4% per la prima volta in un anno e mezzo.

Bloccate più di 20.000 varianti di malware

Complessivamente, nella seconda metà del 2021, le soluzioni di sicurezza Kaspersky hanno bloccato più di 20.000 varianti di malware. Sebbene questo dato non sia cambiato di molto rispetto ai sei mesi precedenti, anno dopo anno gli script dannosi crescono costantemente. Nel secondo semestre 2021, la percentuale dei computer ICS attaccati da script è cresciuta di 1,4 volte rispetto all’inizio del 2020, registrando un +0,5% rispetto alla prima metà del 2021. I cybercriminali si servono degli script dannosi per raggiungere vari obiettivi, dalla raccolta dati al caricamento di altri malware, come spyware o miner di criptovalute.

Incremento di script dannosi, spyware e miner di criptovalute

I threat actor, oltre a utilizzare sempre più script dannosi, hanno incrementato anche l’uso di spyware e miner di criptovalute. Il primo viene utilizzato soprattutto per rubare credenziali o denaro alle vittime, e la percentuale di computer ICS attaccati con spyware è in aumento dell’1,4% dal primo semestre 2020. Lo spyware continua infatti a crescere ed è in aumento per il terzo semestre di fila, mentre la percentuale di computer ICS attaccati da miner è più che raddoppiata dal primo semestre del 2020.

“I sistemi di controllo industriale possiedono una serie di dati sensibili e sono i responsabili del funzionamento dei settori più importanti – commenta Kirill Kruglov, security expert di Kaspersky -. Un attacco a basso rischio rivolto a una struttura IT può trasformarsi in una minaccia significativa per la tecnologia operativa (OT)”.

È importante non sottovalutare i crypto miner

Se da un lato la tipologia di minacce rivolte ai computer ICS sono rimaste invariate, dall’altro lato si è assistito a un aumento costante della percentuale di computer ICS che affrontano script malevoli e pagine di phishing, insieme a Trojan, spyware e miner che verrebbero consegnati da script malevoli.

“I crypto miner vengono spesso sottovalutati, il che non è un bene – aggiunge Kruglov -: se la loro influenza sulle reti dell’ufficio può essere trascurata, a lungo andare potrebbero portare all’interruzione di un servizio per alcuni componenti del sistema di controllo automatizzato”.

Il 60% degli italiani si sente bersagliato dalle fake news

Il 66% degli italiani si dice preoccupato o molto preoccupato per la diffusione di fake news, e il 60% ritiene di esserne quotidianamente bersagliato. Il 62% pensa inoltre che nei prossimi tre anni la circolazione di notizie false sui media sia destinata ad aumentare. Queste percentuali, emerse da un’indagine di Readly, sono le più alte d’Europa. In media, negli altri paesi, solo il 39% dei cittadini si dice preoccupato per le fake news, e solo il 44% si sente quotidianamente esposto a esse. In Svezia ‘solo’ il 28% dichiara di sentirsi esposto quotidianamente alle notizie false.
Insomma, sono passati due anni dall’inizio della pandemia, ma la discussione sulla diffusione delle fake news continua a essere più che mai attuale. 

Poco propensi a pagare per accedere a un’informazione qualificata

Tuttavia, oggi, i cittadini italiani sono i meno propensi a pagare per accedere a contenuti di informazione qualificati. Lo fa, infatti, solo il 7%, a fronte di una media del 12% nei paesi europei. Quasi un italiano su quattro si dichiara però disposto ad acquistare contenuti di informazione a pagamento, mentre il 22% si ripromette di valutare la spesa in caso di aumento dell’esposizione alle fake news.
“La diffusione di notizie create ad arte è stata una questione sempre presente durante la pandemia, e sembra raggiungere nuovi picchi in periodi pre-elettorali o quando si inaspriscono i contrasti tra le potenze economiche – afferma Marie Sophie Von Bibra, Head of Growth per l’Italia di Readly -. La nostra indagine dimostra tuttavia che in generale siamo diventati sempre più consapevoli della responsabilità personale di verificare i contenuti che riceviamo e le fonti di informazione a cui ci affidiamo”. 

Meglio affidarsi a TV e quotidiani

Gli italiani preferiscono affidarsi ai media tradizionali per accedere a contenuti di informazione, soprattutto TV (28%), quotidiani e riviste (23%) e siti di informazione (19%). Soltanto il 5% degli italiani considera i social media attendibili per l’informazione.
Anche i social network iniziano però a prendere posizione contro le fake news: Twitter, ad esempio, ha dichiarato che bollerà come ‘contenuti fuorvianti’ i post che contengono informazioni false e notizie ingannevoli sulla pandemia.

“L’ importanza di accedere a notizie verificate da diverse prospettive”

La maggior parte degli italiani (57%) crede che i media abbiano un impatto nella propria vita. Il 36% crede che siano direttamente correlati con la crescita del proprio livello di conoscenza, il 31% che i media influiscano sull’apprendimento di questioni fondamentali, che altrimenti non verrebbero considerate, il 20% pensa che i media plasmino i propri valori politici, il 18% che influenzino passioni e interessi, e il 17% che influiscano sui propri valori.
“Ciò che leggiamo sui media ha un grande impatto in diversi ambiti della nostra vita quotidiana – sostiene Marie Sophie Von Bibra -. Un italiano su cinque afferma che il consumo dei media modella i propri valori politici: è quindi della massima importanza accedere a notizie verificate da diverse prospettive”. 

Cultura, società e imprese: quali sono i cambiamenti che ci aspettano nel 2022?

Come sono cambiate le aziende, e il loro approccio al lavoro, dopo due anni di pandemia? Impossibile pensare che tutto sia rimasto come prima: così, per dare delle indicazioni precise, arriva il rapporto annuale Fjord Trends di Accenture Interactive. Un rapporto che esplora i nuovi modelli operativi delle imprese, partendo dalle relazioni delle persone con il lavoro, il consumo, la tecnologia e il pianeta. Giunta alla 15esima edizione, l’analisi fornisce una guida pratica a quelle aziende che cercano di fornire valore e rilevanza ai loro clienti, dipendenti e alla società. I nuovi comportamenti identificati nel corso dell’analisi stimoleranno le aziende a ripensare il loro approccio al design, all’innovazione e alla crescita, come conseguenza dei cambiamenti nelle aspettative e nella mentalità dei dipendenti, della discontinuità nella catena logistica e dell’emergere di nuovi ambienti virtuali, come il metaverso.

I cinque trend in atto 

Il rapporto ha individuato in particolare cinque comportamenti umani e trend destinati a influenzare la società, la cultura e le imprese. In prima battuta, c’è una crescente voglia di essere se stessi: il senso di autonomia che le persone hanno nella loro vita, a distanza di due anni dall’insorgenza della pandemia, sta influenzando il modo in cui le stesse lavorano, si relazionano con gli altri e consumano. Le persone stanno mettendo in discussione ciò che sono e ciò che conta per loro. Il crescente individualismo sotteso ad una mentalità improntata al “prima io e poi noi” ha profonde implicazioni per le organizzazioni in relazione ai modi in cui queste guidano i loro dipendenti, formulano una nuova employee value proposition e gestiscono le relazioni azienda-cliente. In seconda battuta, cambia forse per sempre il senso di “abbondanza”: nell’ultimo anno, molti di noi sono stati testimoni e hanno avuto esperienza diretta di scaffali vuoti, bollette energetiche in aumento e carenze nei servizi quotidiani. Mentre la scarsità determinata dalle carenze logistiche potrebbe essere una sfida temporanea, il suo impatto persisterà e porterà a un cambiamento della nostra “idea di abbondanza” – basata su disponibilità, comodità e rapidità dei beni di consumo – e ad una maggiore coscienza ambientalista. Le imprese devono affrontare l’ansia da disponibilità che ha attanagliato molte persone in tutto il mondo.

Dal metaverso alla verità

I cambiamenti sono davvero profondi, a cominciare dalle nuove frontiere della tecnologia. Il metaverso è un’esplosione culturale che si prepara a manifestarsi da un momento all’altro. Sarà una nuova frontiera di internet su cui convergeranno tutti i livelli esistenti di informazioni, interfacce e spazi attraverso i quali le persone interagiscono. È un luogo in cui si potranno generare profitti, creare nuove opportunità lavorative e offrire infinite possibilità alle persone di contribuire alla costruzione o evoluzione dei brand. Il mettevano non esisterà solo attraverso schermi e cuffie ma includerà anche esperienze e luoghi del mondo reale in dialogo con il mondo digitale. Sempre in questa direzione, ed è il quarto trend individuato dalla ricerca, le persone si aspettano di avere risposte alle loro domande semplicemente premendo un pulsante o attraverso un breve scambio con un assistente vocale. Il fatto che sia così facile e immediato implica che le persone facciano più domande. Per i marchi, la serie di domande dei clienti e il numero di canali per porle sono in costante crescita. Come rispondere è una grande sfida di design, un fattore critico per l’instaurazione di un rapporto di fiducia e una futura fonte di vantaggio competitivo. Infine, resta alto il valore della cura: l’anno passato, l’assistenza agli altri e la cura di sé, hanno assunto un ruolo primario dal punto di vista dei servizi e dei canali per fornire assistenza, sia digitali che fisici. Tale responsabilità continuerà ad avere la priorità nelle nostre vite. Una tendenza che sta creando opportunità e sfide per i datori di lavoro e i brand, che devono ora stabilire come integrare l’assistenza nelle relazioni con i dipendenti, i clienti e la società in generale.