Milano-Cortina 2026: l’audience supera Parigi 2024

Anne-Sophie Voumard, AD di Cio Television and Marketing Services) rende noti i dati relativi a Milano-Cortina 2026: due italiani su tre hanno guardato o stanno guardando i Giochi, e questa percentuale, superiore a quella registrata per Parigi 2024, è destinata ad aumentare.

Durante una conferenza stampa a Milano, Voumard ammette che “I Giochi sono più popolari che mai, l’audience è notevole e ogni giorno mi sorprendo davanti ai numeri. Abbiamo un notevole successo di pubblico e trasmissioni tv, le aspettative sono state superate indipendentemente dal fuso orario: assistiamo a un successo di audience in tutto il mondo”. E in Italia le visioni di questi Giochi Invernali superano di molto le tre edizioni precedenti messe insieme.

Battuto ogni record di ascolti

Ottimo riscontro anche in Francia, sede della prossima edizione nel 2030, dove sono stati superati 50 milioni di telespettatori. 
Sulla piattaforma Olympics.com, invece, “Sono stati superati 100 milioni di utenti. A Pechino erano 68 milioni, per cui batteremo ogni record”, afferma Yannis Exarchos, ceo di OBS, il broadcaster ufficiale dei Giochi. 

Non sono mancate iniziative del tutto informali, come la presenza all’interno di Roblox di attività firmate CIO sul videogioco Brookhaven, che hanno fatto registrare più di 1,3 miliardi di visualizzazioni da tutto il mondo, oltre 60 volte superiori di quelle per Parigi 2024.

Iniziative digitali e gaming

Tutto questo è stato possibile “grazie anche alla collaborazione con molti partner come Netflix – aggiunge Voumard -, per far conoscere atleti al grande pubblico prima dell’inizio delle Olimpiadi. Un modo per presentare la storia ‘dietro le quinte’ della qualificazione ai Giochi dei vari atleti”, si legge sul Corriere dello Sport.
Insomma, Milano Cortina 2026 sono già le Olimpiadi invernali più seguite sulle Tv generaliste e on-demand, via web e sui social. “Le medaglie ovviamente contribuiscono”, sottolinea Voumard.

Per quanto riguarda le piattaforme di streaming, Warner Bros. Discovery segnala una crescita percentuale a tre cifre in termini di ore visualizzate. Lo stesso vale per gli Stati Uniti, dove su Peacock sono stati trasmessi in streaming 11,2 miliardi di minuti, con un aumento del 62%. A ciò si aggiungono oltre 100 creators nelle diverse sedi per contenuti rivolti a un pubblico più giovane.

Miliardi di interazioni sui social

Secondo Yiannis Exarchos, sul sito web Olympics.com sono stati pubblicati 8.400 articoli, oltre 8.600 video e 900 interviste.
“Abbiamo avuto 9 miliardi di interazioni sui nostri social media, il doppio del numero raggiunto a Pechino – dichiara il ceo di OBS -. La maggior parte del consumo avviene su Instagram e TikTok, e regiatriamo numeri record su YouTube”. Più di 12 milioni sono i post in totale sui social, e sui post degli atleti il record è di 1,4 miliardi di interazioni.

Sono numeri che consentono agli atleti di essere molto più visibili in tutto il mondo, riferisce ANSA. “Questi Giochi – rimarca Exarchos – li aiuteranno ad avere e mantenere un seguito attraverso le loro piattaforme digitali”.

Scuola, lavoro, futuro: cosa chiedono i ragazzi?

“Senso della scuola, senso del lavoro”: è il titolo della prima indagine dell’Osservatorio Iride, nato dalla collaborazione tra Censis e Fondazione Costruiamo il Futuro. I risultati della ricerca confermano che oggi i giovani vogliono una scuola capace di prepararli a un mondo del lavoro complesso e in rapido cambiamento.

I ragazzi, infatti, chiedono soprattutto competenze. Quelle che permettono di conoscere diritti e doveri (come saper leggere i contratti di lavoro, 56,1%), e quelle che garantiscono strumenti di orientamento per la vita quotidiana tra istituzioni, uffici, banche, e imprese (40,9%).
E se il 62,8% di loro è preoccupato per il proprio futuro occupazionale, pur temendo le difficoltà, la maggioranza desidera proseguire gli studi.

Non si accontentano di “un lavoro qualunque”

Insomma, sono ragazzi che chiedono più competenze pratiche, orientamento, strumenti educativi adeguati, e una scuola capace di prepararli a un contesto complesso e in rapido cambiamento.

Pur affermando che il lavoro non definisce l’identità di una persona (63,3%), i ragazzi hanno voglia di confrontarsi con il mondo del lavoro. E se vedono la prospettiva di un’occupazione poco qualificata, e pensano di essere penalizzati, ne cercano una che consenta autonomia su tempi e orari, e permetta di ‘fare cose’ interessanti e appassionanti.
Insomma, non si accontentano di un lavoro qualunque.

Genitori, educatori, decisori politici: tutti sono chiamati in causa

Inoltre, i giovani hanno le loro priorità e le mettono in fila. Il 91,6% vorrebbe avere un lavoro che gli piace, l’89,6% avere successo nel lavoro, l’88,8% vivere con la persona amata, l’88,7% vivere una vita soddisfacente, il 74,1% riuscire a fare la differenza nel mondo e impegnarsi per cambiare le cose, e il 70,8% desidera avere figli.

In sostanza, i ragazzi sono coscienti che la realtà sociale sia molto complessa e in continua trasformazione, che il futuro non sia affatto facile e che gli strumenti in loro possesso non siano i più adatti per affrontare un percorso incerto. Ma nonostante questo, hanno la forte volontà di impegnarsi per raggiungere i loro obiettivi.
È uno scenario, questo, che chiama in causa tutti, in particolare, gli adulti, i genitori, gli educatori, i decisori politici.

Altro che “bamboccioni” senza idee o valori

“L’Osservatorio Iride nasce per valorizzare lo sguardo delle ragazze e dei ragazzi sui percorsi educativi e sul loro futuro – dichiara Gabriele Toccafondi, Direttore dell’Osservatorio Iride -. Accanto ai tradizionali sistemi di valutazione della scuola e della formazione, Iride esplora uno spazio ancora poco indagato: il punto di vista diretto degli studenti. Quello presentato oggi è il primo studio realizzato e dalle risposte emerge chiaramente che questi ragazzi sono tutt’altro che ‘bamboccioni’ o generazione senza idee o valori. Anzi, sono giovani consapevoli, non rassegnati, e desiderosi di costruire il proprio futuro. Anche incerti (34,2%) e ansiosi (30,9%), ma contemporaneamente fiduciosi (29,8%) e ottimisti (30,2%)”.

Consumatori e imprese: a inizio 2026 sale l’indice di fiducia

Per chi si aspettava che a gennaio 2026 cambiasse tutto, beh, non è così. Quello che è vero, però, è che qualche segnale positivo c’è. Stiamo parlando dei dati Istat sul clima di fiducia di consumatori e imprese raccolti a inizio anno.

In sintesi, danno lo spaccato di un Paese che prova a rialzare la testa, con la cautela di chi sa che il terreno sotto i piedi non è ancora solidissimo.

Un miglioramento piccolo, ma da non sottovalutare

La fiducia dei consumatori cresce di appena due decimi, da 96,6 a 96,8. Non è certo un balzo in avanti, però è comunque un dato positivo.
Più marcato, invece, l’aumento della fiducia delle imprese, che sale a 97,6. Qui il segnale è più chiaro: il mondo produttivo sembra intravedere qualche spiraglio in più rispetto ai mesi precedenti.

Famiglie tra speranza e prudenza

Se si entra nel dettaglio delle opinioni dei consumatori, emerge un atteggiamento quasi ambivalente. Da un lato cresce la fiducia nel quadro economico generale e nelle prospettive future, comprese quelle legate al lavoro e alla disoccupazione. Dall’altro, quando si guarda al presente e alla propria situazione personale, prevale ancora la cautela.

Le famiglie sembrano dire: il futuro forse sarà un po’ meno complicato, ma oggi conviene andarci piano, senza fare passi azzardati.

Servizi in pole position per capacità di ripresa

Il fronte delle imprese presenta una certa disomogeneità. I servizi di mercato spingono sull’acceleratore e registrano un netto miglioramento della fiducia. Anche la manifattura dà segnali positivi, seppure più contenuti.

A soffrire sono invece le costruzioni e, soprattutto, il commercio al dettaglio, dove il clima peggiora in modo evidente. Qui il pessimismo attraversa sia la grande distribuzione sia i negozi tradizionali, senza distinzione.

Migliorano gli ordini, ma i magazzini si riempiono

Nella manifattura crescono le aspettative sulla produzione e migliorano i giudizi sugli ordini, ma aumenta anche il livello delle scorte. Un segnale che racconta una ripresa ancora incompleta, dove l’offerta riparte più velocemente della domanda.

Le costruzioni, al contrario, segnalano un calo degli ordini e prevedono un’occupazione stabile, senza particolari scosse. Nei servizi il clima è decisamente più positivo, mentre nel commercio pesano vendite deludenti e magazzini pieni.

Cambia anche il modo di leggere i dati

Da gennaio 2026 l’Istat ha snellito i questionari, eliminando alcune domande per semplificare la rilevazione. Alcuni indicatori, quindi, non verranno più pubblicati. Un aspetto tecnico, ma utile da tenere a mente per interpretare correttamente le serie future.

In sintesi, la fiducia cresce piano, sostenuta più dalle aspettative che dalla realtà quotidiana. In ogni caso, è già qualcosa.

AI: nel 2025 cresce l’adozione nel mondo, ma si accentua il divario digitale

Nonostante i progressi nell’adozione dell’AI, i dati della nuova edizione dell’AI Diffusion Report (Global AI Adoption in 2025 – A Widening Digital Divide) di Microsoft AI Economy Institute mostrano un divario crescente.
Nel secondo semestre 2025 il Report evidenzia una crescita globale dell’adozione dell’Intelligenza artificiale pari all’1,2%, portando circa il 16% della popolazione mondiale a utilizzare strumenti di AI generativa.

Ma l’utilizzo dell’AI da parte del Nord del mondo è cresciuta quasi il doppio rispetto al Sud, ovvero, i Paesi in via di sviluppo, stabilendo un gap di 10,6 punti percentuali.
Di conseguenza, ora il 24,7% della popolazione in età lavorativa nel Nord del pianeta utilizza questi strumenti, rispetto a solo il 14,1% della popolazione del Sud.

Una geografia dell’innovazione asimmetrica

In questo scenario, la leadership resta saldamente nelle mani di Paesi che hanno investito precocemente in infrastrutture e competenze.
Gli Emirati Arabi Uniti si confermano al primo posto, con un tasso del 64% di adozione, seguiti da Singapore al 60,9%.
In Europa, nazioni come Norvegia, Irlanda, Francia e Spagna mantengono posizioni di rilievo nel ranking globale.

Gli Stati Uniti, leader nelle infrastrutture di AI e nello sviluppo di modelli di frontiera, sono scesi dal 23° al 24° posto tra la popolazione in età lavorativa, con un tasso di utilizzo del 28,3%.
La Corea del Sud rappresenta il caso di crescita più rilevante del semestre, scalando sette posizioni (dal 25° al 18° posto). Con un incremento del 4,8% in soli sei mesi, il Paese ha beneficiato di politiche governative mirate e dell’ottimizzazione dei modelli nella lingua locale.

I casi di successo: Corea del Sud e il fenomeno DeepSeek

L’AI generativa i Corea del Sud ora viene utilizzata nelle scuole, nei luoghi di lavoro e nei servizi pubblici, e il Paese è diventato uno dei mercati in più rapida crescita per ChatGPT, portando OpenAI ad aprire un ufficio a Seul.
Parallelamente, il 2025 ha segnato l’ascesa di DeepSeek. 

Grazie a una licenza open source e alla gratuità del servizio chatbot, questo modello di AI ha guadagnato terreno in mercati storicamente meno serviti dai provider tradizionali o soggetti a restrizioni, come Cina, Russia, Iran e diversi Paesi africani.
L’ascesa di DeepSeek evidenzia come l’accessibilità finanziaria e tecnica sia un driver fondamentale per la diffusione tecnologica.

Il mercato italiano mostra segnali di consolidamento

Nel corso del secondo semestre 2025 l’adozione dell’Intelligenza artificiale in Italia è cresciuta di 2 punti percentuali,  passando dal 25,8% al 27,8% del semestre precedente.
Sebbene il dato sia superiore alla media di crescita globale, resta la sfida di integrare tali strumenti in modo capillare nel tessuto produttivo e scolastico per mantenere la competitività internazionale.

La prossima ondata di diffusione a livello globale dipenderà dalla capacità dei sistemi di ridurre le barriere d’ingresso. La sfida per il prossimo anno sarà infatti garantire che l’innovazione non accentui le disuguaglianze esistenti, mantenendo un focus rigoroso su etica e sicurezza.

Le aspettative per il 2026 tra ripresa e incertezze

In Italia il 63% dei cittadini ritiene che il 2025 sia stato un anno negativo per il Paese. Tuttavia, a livello personale il giudizio si fa meno severo, e la percentuale scende al 44%.
A livello globale, è il 66% della popolazione a considerare il 2025 un anno negativo per il proprio Paese, e il 50% per sé e la propria famiglia. Il 71% però crede che il 2026 sarà migliore, e guarda al 2026 con ottimismo.

Inoltre, secondo l’Ipsos Predictions Survey 2026 su aspettative e preoccupazioni per l’anno nuovo, il 49% dei cittadini prevede un miglioramento dell’economia globale, ma il 59% si aspetta proteste contro le modalità di governo. E l’82% intende trascorrere più tempo con famiglia e amici.

Quali prospettive per l’anno nuovo?

L’Italia si posiziona tra i Paesi meno ottimisti per il 2026, con ‘solo’ il 57% di fiduciosi, superando però Francia (41%), Giappone (44%) e Belgio (49%).
Sul fronte economico, meno della metà degli intervistati nei 30 Paesi considerati dall’indagine (49%) prevede un miglioramento dell’economia globale nel 2026.

Gli italiani si mostrano decisamente più pessimisti. Il 66% ritiene che l’economia mondiale peggiorerà nel corso del prossimo anno.
In un contesto internazionale segnato dalle politiche tariffarie del presidente americano Donald Trump, il sentiment economico è diminuito o rimasto stabile in 19 dei 30 Paesi analizzati, con significative oscillazioni in entrambe le direzioni. 

Rischi e minacce percepite

L’ottimismo per il futuro, sceso di 9 punti percentuali (65%) alla fine del 2022, anno caratterizzato da inflazione, pandemia e invasione dell’Ucraina, fatica ancora a riprendersi completamente.
In Italia, solo il 34% crede che le persone inizieranno a essere più ottimiste riguardo al futuro.

Il 29% della popolazione globale teme poi un importante attacco terroristico nel proprio Paese nel 2026, percentuale che in Italia scende al 18%.
E sulla sicurezza locale le opinioni si dividono. Il 46% prevede che la propria area di residenza sarà meno sicura nel 2026, percentuale che sale al 50% in Italia.

Tra disordini pubblici e buoni propositi

Il 59% a livello globale (58% in Italia) si aspetta disordini pubblici su larga scala, come proteste o rivolte, contro le modalità di governo del Paese. Rispetto al 2019, tre paesi del G7, ovvero, Gran Bretagna, Giappone (entrambi +11%) e Stati Uniti (+10%) hanno registrato aumenti a doppia cifra nelle aspettative di disordini sociali.

Quanto ai buoni propositi per l’anno appena iniziato, il 75% a livello globale (67% in Italia) intende fare più esercizio fisico, il 60% dedicherà più tempo al proprio aspetto (62% in Italia), l’82% pianifica di trascorrere più tempo con famiglia e amici (84% in Italia), il 37% intende ridurre l’uso dei social media (41% in Italia), mentre il 53% non prevede cambiamenti.

Intelligenza Artificiale: il 16% delle imprese con oltre 10 addetti la utilizza

A quanto emerge da dati Istat, le imprese di maggiori dimensioni registrano in termini assoluti una crescita più marcata nell’utilizzo di tecnologie AI, passando dal 32,5% del 2024 al 53,1%. Si amplia così il divario rispetto alle Pmi, il cui utilizzo ugualmente raddoppia, passando dal 7,7% al 15,7%.

Le differenze più marcate si riscontrano nelle attività che richiedono competenze specialistiche avanzate, come l’analisi dei dati (41,9% Pmi, 83,6% grandi imprese) e quelle legate alla complessità organizzativa e dimensionale, come per l’utilizzo di software gestionali ERP (48,8%, 85,9%) e CRM (21,1%, 56,5% grandi imprese).
Nel 2025, il 16,4% delle imprese con almeno 10 addetti utilizza almeno una tecnologia di AI, segnando un significativo incremento rispetto all’8,2% del 2024 e al 5,0% del 2023.

Decennio Digitale: obiettivo digitalizzare le Pmi

Tra gli obiettivi europei del ‘Decennio Digitale’, uno dei più importanti è portare entro il 2030 il 90% delle Pmi a un livello base di digitalizzazione.
Per l’Italia il grado di raggiungimento dell’obiettivo passa dal 68,1% nel 2023 e all’88,3% nel 2025, lasciando cinque anni per coprire i restanti 11,7%.
Altri tre obiettivi riguardano l’adozione di cloud computing, l’analisi dei dati e l’uso di AI nelle imprese con almeno 10 addetti, ciascuno con un target del 75% entro il 2030.

Quanto alle tecnologie AI utilizzate per settore di attività economica si evidenziano le imprese attive nell’informatica e altri servizi d’informazione (53%, era 36,7% nel 2024), le attività di produzione cinematografica, video e programmi televisivi, di registrazioni musicali e sonore (49,5%, 28,3% nel 2024) e le telecomunicazioni (37,3%, 27,6%).

Una combinazione di tecnologie

Aumenta anche la varietà nell’utilizzo delle tecnologie di AI, misurata attraverso l’adozione combinata di almeno due tecnologie. La percentuale di imprese con almeno 10 addetti che utilizza questa combinazione passa dal 5,2% del 2024 al 10,6% nel 2025.

Tra le imprese che utilizzano AI, le tecnologie più comuni riguardano l’estrazione di conoscenza e informazione da documenti di testo (70,8%), la GenAI relativa al linguaggio scritto/parlato, immagini, video, suoni/audio (59,1%) e la conversione della lingua parlata in formati leggibili da dispostivi informatici attraverso tecnologie di riconoscimento vocale (41,3%).

L’impiego della GenAI resta residuale

È il settore dei servizi postali il primo utilizzatore di tecnologia GenAI di linguaggio naturale (80,2%), machine learning (59,5%), automatizzazione dei flussi di lavoro (39,9%).
Nel complesso, la diffusione dell’AI presenta ancora ampi spazi per una crescita ulteriore: l’83,6% delle imprese non adotta alcuna tecnologia di AI, segnalando un livello di penetrazione ancora molto contenuto.

Nell’ambito delle imprese con almeno 10 addetti che hanno adottato l’AI, l’impiego esclusivo di AI generativa (1,7%) resta residuale, mentre l’uso della sola AI non generativa (6,7%) riflette una maggiore maturità in applicazioni consolidate.
Inoltre, l’adozione congiunta (8,0%) indica un segmento potenzialmente più avanzato nell’adozione tecnologica.

Investimenti digitali: +1,8% nel 2026. Prosegue la crescita, ma la svolta è lontana

Le imprese italiane sembrano pienamente coscienti dell’importanza del ruolo del digitale per la competitività e lo sviluppo, e la diffusione dell’AI sta creando grande entusiasmo. Ma questo non coincide ancora con adeguata capacità economica per gli investimenti in ICT.

In un quadro di espansione modesta dell’economia, in cui il Pil mostra prospettive di crescita dello 0,6% nel 2025 e dello 0,8% nel 2026, in Italia gli investimenti in innovazione digitale proseguono la loro crescita con un andamento confortante che però non rappresenta ancora una svolta decisiva. Nel 2026 il budget ICT delle imprese italiane crescerà dell’1,8% rispetto al 2025, in linea con il trend degli ultimi dieci anni.
Sono alcuni dei risultati della ricerca degli Osservatori Startup Thinking e Digital Transformation Academy del Politecnico di Milano.

Le PMI  trainano la crescita spinte dal PNRR

Per il terzo anno consecutivo, un importante contributo alla crescita degli investimenti digitali viene dalle piccole (+3,3%) e dalle medie imprese italiane (+5,2%), spinte dalle azioni del PNRR.
Il 44% delle imprese individua nelle scarse risorse economiche il principale ostacolo all’innovazione.

Tra le grandi aziende, al primo posto nelle priorità di investimento in digitale si conferma ancora una volta la cybersecurity (indicata dal 65% delle imprese), ma quest’anno al secondo posto sale l’Intelligenza Artificiale (57%), che con le sue declinazioni di Generative AI e Agentic AI interessa sempre di più tutti i settori. 
Seguono Big Data Management – Business Intelligence (49%) e Cloud migration e governance (35%).

Le grandi imprese puntano sull’Open Innovation

Tra le Pmi, invece, le principali aree di investimento sono sicurezza informatica (45%), Industria 4.0 (37%), Cloud (32%) e ERP (30%).
La maggior parte delle grandi imprese (86%) ha avviato iniziative di Open Innovation, con una percentuale stabile negli ultimi anni che potrebbe indicare il raggiungimento di un plateau.

In prevalenza si tratta di attività inbound, come collaborazioni con università e centri di ricerca, scouting di startup e partecipazione a call4ideas o contest, mentre quelle outbound sono meno sviluppate.
Nonostante l’Open Innovation sia ormai pratica comune, non si traduce ancora in un consolidamento dei risultati generati.

Per creare valore servono leve concrete a imprese e startup 

“Tra le imprese e le startup italiane è ormai diffusa la consapevolezza di dover affrontare la trasformazione digitale in modo pervasivo, ma mancano ancora adeguate risorse per sostenere gli investimenti necessari e capacità per mettere a terra questa convinzione – afferma Alessandra Luksch, Direttore degli Osservatori -. Serve un cambio di passo, con leve concrete affinché imprese e startup possano creare valore per il Paese, di fronte alle sfide epocali che abbiamo di fronte. Sono necessari investimenti, formazione inclusiva, consolidamento degli ecosistemi di innovazione. In un contesto di crescita moderata e grandi sfide strutturali, le imprese italiane devono accelerare la maturità della propria innovazione, passando da iniziative sperimentali a modelli capaci di generare impatti misurabili nel tempo”.

Sicurezza digitale: perché preoccupa le PMI sotto le feste

Quando arriva il periodo del Black Friday e si avvicina il Natale, nelle aziende cresce un misto di entusiasmo e tensione. I pagamenti aumentano, gli ordini corrono veloci e le giornate sembrano finire troppo presto. Ma insieme al boom di transazioni c’è un’altra impennata, meno piacevole: quella delle truffe digitali. E ormai le PMI europee lo sanno bene.

Secondo un sondaggio di Qonto, realizzato con Appinio, una piccola impresa su tre mette sicurezza e privacy in cima alla lista dei problemi che frenano la piena digitalizzazione. Un dato che fa riflettere: mentre il mercato spinge verso l’online, le imprese avvertono che il terreno non è ancora del tutto sicuro.

Black Friday e Natale, stagione “calda” anche per i criminali

Le cifre degli ultimi anni parlano da sole. Nel 2024 i tentativi di phishing legati al Black Friday sono esplosi con un +692%, e quelli che sfruttano il tema natalizio sono saliti del 327%. In pratica, quando le aziende sono più oberate, i cybercriminali diventano più aggressivi. L’Europa, poi, si ritrova al centro di questa battaglia: quasi la metà delle truffe globali legate al Black Friday è stata registrata qui.

La situazione generale non è più rosea. Le frodi sui pagamenti nell’Area Economica Europea hanno toccato i 4,3 miliardi di euro, e solo nei primi sei mesi del 2023 oltre un miliardo è stato sottratto attraverso bonifici manipolati. Molti raggiri si basano su un trucco semplice: far credere al pagatore di inviare denaro a un beneficiario legittimo. Ed è proprio questa vulnerabilità che sta costando caro alle imprese.

La contromossa: controllare prima di premere “Invia”

Per arginare il problema, l’Unione Europea ha imposto l’introduzione della Verifica del Beneficiario (VoP), obbligatoria dal 9 ottobre 2025 per tutti i servizi di pagamento nell’area euro. Una misura che sembra quasi una banalità, ma che può evitare disastri: prima di confermare un trasferimento, il sistema controlla che il nome del titolare del conto ricevente corrisponda davvero a quello indicato.

Qonto ha scelto di muoversi in anticipo, integrando già questa funzione. Chi la usa la percepisce come una sorta di “ultimo check” rassicurante: pochi secondi per essere certi di non cadere in un inganno ben congegnato.

Crescere sì, ma senza paura

Non si tratta solo di sicurezza informatica, ma di fiducia. Con il 67% dei consumatori europei preoccupato per possibili truffe, un’azienda che dimostra di proteggere i pagamenti ha una marcia in più.
E non sorprende che soprattutto gli imprenditori più giovani siano i più ansiosi: più di un terzo dei titolari Gen Z teme quotidianamente la criminalità digitale e, spesso, l’idea stessa di crescere viene frenata da questi timori.

Per questo strumenti come VoP e la Strong Customer Authentication – che ha già ridotto drasticamente le frodi in Europa – diventano un sostegno concreto. In un mondo dove un clic può fare la differenza, poter lavorare senza il pensiero fisso del “e se fosse una trappola?” è già un passo verso un futuro più sereno per le imprese europee.

Identità digitale: l’Italia prosegue nello sviluppo del l’IT Wallet

In Italia continua lo sviluppo dell’IT Wallet pubblico, che verrà integrato all’interno dell’app IO. Al momento è attiva la funzionalità Documenti su IO, che a oggi conta 7 milioni di utenti e 11,7 milioni di documenti memorizzati, mentre si attendono le linee guida per lo sviluppo degli IT wallet privati.

Prosegue in parallelo la crescita dei sistemi esistenti: 41,5 milioni di italiani hanno SPID, utilizzato complessivamente oltre 1 miliardo di volte in un anno, e 48,4 milioni la Carta di Identità Elettronica, di cui 9 milioni hanno attivato anche le credenziali digitali tramite l’app CieID, di cui a fine agosto 2025 si registravano 73,7 milioni di accessi. Erano 71,4 milioni nel 2024.
Sono alcuni risultati dell’Osservatorio Digital Identity del Politecnico di Milano.

In UE 11 progetti operativi, ma nessuno conforme a eIDAS2

Il 2025 è stato l’anno della “messa a punto” per gli EUDI Wallet in Europa, ma la strada per una piena diffusione e adozione è ancora lunga.
In UE sono 22 i progetti di digital identity wallet, di cui 11 già operativi, ma nessuno è ancora certificato come EUDI Wallet conforme a eIDAS2, il regolamento che definisce un quadro comune tra i Paesi per l’identità e l’autenticazione digitali.

In parallelo, alcuni Paesi vicini, come Regno Unito e Svizzera, hanno scelto di allinearsi agli standard europei per garantire l’interoperabilità.
Mentre l’Europa lavora su più fronti per sperimentare soluzioni all’interno del perimetro normativo di eIDAS2, nel mondo altri wallet evolvono con velocità molto differenti.

Nel mondo crescono le partnership tra Stati e BigTech

Alcuni Stati stanno stringendo partnership strategiche con le BigTech, che colgono l’occasione per potenziare e consolidare le loro soluzioni. In Giappone, ad esempio, Apple ha integrato la carta di identità nel proprio wallet, mentre negli USA Apple e Google hanno avviato la memorizzazione del passaporto, per ora utilizzabile solo per viaggi interni in alcuni aeroporti selezionati.

Ci sono poi diversi progetti fuori dall’ambito governativo. Si contano 110 digital identity wallet sviluppati da aziende private, spesso nati per gestire attributi di altra natura, come biglietti o carte di pagamento, e che ora prevedono la possibilità di memorizzare anche documenti di identità, seppur generalmente ancora privi di piena validità legale.

Aumenta la curiosità per l’EUDI Wallet

Anche in Italia cresce la curiosità verso le novità introdotta da eIDAS2: l’EUDI Wallet interessa al 56% degli italiani, e quasi un utente su due preferirebbe che il wallet in cui inserire i propri documenti di identità fosse erogato dal Governo o da un ente pubblico piuttosto che un’azienda privata.

Nel percorso verso l’IT Wallet, l’Italia è impegnata nelle sperimentazioni dei consorzi europei e nello sviluppo del wallet pubblico, quale evoluzione di Documenti su IO. A oggi, gli utenti hanno memorizzando complessivamente 5,7 milioni di patenti, 5,9 milioni di tessere sanitarie e 100mila carte della disabilità. Parallelamente, AgID sta definendo le Linee Guida della convenzione per i wallet provider privati. E si attendono l’integrazione di nuove credenziali e lo sviluppo di connettori informatici per l’utilizzo online dell’IT Wallet. 

Sicurezza in casa: perché è un tema che riguarda tutti?

Gli italiani si sentono sempre meno sicuri tra le mura di casa. A dirlo è il 4° Rapporto dell’Osservatorio Censis–Verisure sulla Sicurezza della Casa, realizzato con il supporto del Servizio Analisi Criminale del Ministero dell’Interno.

Quasi 14 milioni e mezzo di cittadini – il 28,6% della popolazione – hanno subito almeno un furto in casa almeno una volta. Un numero che fa capire perché la sicurezza domestica sia oggi una preoccupazione così diffusa.

Paura e prevenzione

Nel 2024 i furti denunciati sono stati 155.590 (+5,4% rispetto al 2023) e le rapine 1.891 (+1,8%). Roma guida la classifica con quasi 8.700 episodi, seguita da Milano e Torino. Pisa, invece, è la città dove i furti pesano di più rispetto al numero di abitanti.

I primi sei mesi del 2025 hanno portato qualche segnale positivo: furti in calo dell’8,6% e rapine dell’11,6%. Ma la paura resta alta: il 59% degli italiani mette il furto in casa al primo posto tra i timori quotidiani, contro il 48% dello scorso anno.

Sicurezza: un impegno collettivo

Oggi gli italiani non si affidano più solo allo Stato. L’88,8% pensa che la sicurezza sia un impegno collettivo, che coinvolge istituzioni, aziende e cittadini. E quasi nove persone su dieci hanno almeno un dispositivo di protezione, due su tre più di uno: porte blindate, videocitofoni, serrature elettroniche. Piccoli gesti che danno grande tranquillità.

C’è chi rinuncia alle vacanze per non lasciare la casa vuota: è il 17% degli intervistati. E il 69% evita di pubblicare foto sui social quando è via.

Le zone d’ombra originate dalle paure

Non mancano però zone d’ombra. Cinque milioni di italiani hanno un’arma da fuoco in casa e più della metà pensa sia legittimo usarla contro un ladro. Cresce anche chi vorrebbe che fosse più facile comprarle.

La sicurezza rischia di diventare un lusso: quasi il 60% degli italiani vorrebbe un sistema d’allarme ma lo considera troppo costoso, soprattutto tra chi ha un reddito più basso.

La casa del futuro

Per il 79,6% della popolazione, la sicurezza ideale sarà su misura, progettata secondo le proprie esigenze e con l’aiuto di esperti.
Perché proteggere gli oggetti è importante, ma la vera sfida resta sentirsi davvero sicuri nel luogo più intimo di tutti: la propria casa.