Tifosi distanti dalle squadre del cuore: la tecnologia può avvicinare il pubblico? 

Non basta più vincere in campo per conquistare i tifosi. Secondo una recente ricerca internazionale, sempre più appassionati di sport si sentono “lontani” dalle proprie squadre del cuore, nonostante la quantità di contenuti e aggiornamenti che affollano ogni giorno social e piattaforme digitali.

Lo studio, condotto su 1.500 fan di calcio, football americano, baseball e cricket tra Europa, Stati Uniti e India, fotografa una realtà chiara: due tifosi su tre percepiscono una mancanza di connessione autentica con i club che seguono. La percentuale sale all’81% tra i giovani sotto i 35 anni, quelli che più vivono online e che, paradossalmente, finiscono per sentirsi più esclusi.

Meno promozioni, più dialogo

Dai dati emerge un messaggio inequivocabile: i tifosi vogliono un rapporto più personale e continuo. Non cercano solo aggiornamenti sul risultato o l’ultimo acquisto di mercato, ma desiderano un contatto diretto, una forma di partecipazione che vada oltre le partite.

Oltre il 70% degli intervistati vorrebbe ricevere contenuti anche durante la pausa dei campionati: immagini dal dietro le quinte, storie dei giocatori, curiosità e momenti quotidiani. In sostanza, chiedono di sentirsi parte integrante della squadra, non solo spettatori.

I social non bastano

Pur utilizzando in massa i social network — l’82% dei tifosi dichiara di seguirvi la propria squadra — molti sostengono che l’esperienza sia troppo impersonale. I post sono spesso generici, identici per tutti e privi di autenticità.

Una buona parte del pubblico chiede canali più diretti e riservati, come applicazioni dedicate o sistemi di messaggistica privata, capaci di offrire contenuti unici e più umani.

Prezzi troppo alti 

Il distacco emotivo è alimentato anche da fattori economici. Il 61% dei tifosi ritiene che i costi crescenti di biglietti, abbonamenti e merchandising stiano allontanando molti appassionati. Nel calcio, il 77% pensa che i tifosi locali dovrebbero avere agevolazioni sui biglietti, mentre uno su cinque comprerebbe più prodotti ufficiali se sentisse un legame più forte con il club.

Lo sport che cambia

La ricerca apre uno spiraglio interessante: ricostruire il legame con i tifosi attraverso una comunicazione più umana e costante. Le nuove tecnologie possono aiutare, ma serve soprattutto un cambio di mentalità. Lo sport moderno ha bisogno di tornare a parlare alle persone, non solo agli algoritmi.

Salute mentale: i social alimentano l’insicurezza tra i giovani

Instagram è utilizzato ogni giorno dall’84% dei giovani, con una consultazione ripetuta più volte al giorno nel 77% dei casi. Questa costante esposizione digitale influenza profondamente l’autopercezione. Il risultato è una crescente pressione a mostrarsi perfetti. Per più di un giovane su due (53%) il proprio benessere mentale è condizionato dall’obbligo di apparire sempre al meglio.

A confermarlo è la ricerca dal titolo Salute Mentale 2025, realizzata da Doxa con particolare attenzione ai giovani.
A tre anni dall’ultima rilevazione del 2022, i dati mostrano un peggioramento dei pregiudizi verso chi ha disturbi mentali e un forte impatto dei social media sulla salute mentale, soprattutto tra i ragazzi e le ragazze tra 18 e 34 anni.

 L’immagine conta più dell’autenticità. 

Si parla sempre più spesso di Mental Health, un tema che assume crescente rilevanza poiché l’esposizione prolungata ai social aumenta fragilità e insicurezze tra le nuove generazioni.

Il 44% dei giovani pensa infatti che “siamo ciò che mostriamo”, il 59% pubblica solo il meglio di sé, il 57% si riconosce nell’immagine che proietta online, il 77% ritiene che sui social “tutti finiscano per sembrare uguali”.
Il 45% di loro è anche influenzato dai commenti e dai like ricevuti su Instagram, e il 67% pensa che mostrarsi per ciò che si è faccia apparire “strani”. 

Pregiudizi: un passo avanti, due indietro

Inoltre, il 59% considera la diversità un rischio e il 49% teme di essere giudicato se si mostra diverso. Timore del giudizio e perdita del senso di autenticità sono evidenti.

Nel campione nazionale di mille persone tra 18 e 65 anni, le persone con disagio psichico vengono considerate più pericolose per sé (dal 65% nel 2022 al 72%) e per gli altri (dal 48% al 55%). E aumenta anche la quota di chi le giudica più aggressive e violente (dal 55% al 63%) e meno rispettose delle regole (dal 49% al 55%).

Cala la fiducia nella curabilità

Particolarmente allarmante è la percezione di vulnerabilità dei giovani tra 14 e 24 anni, ritenuti “più a rischio” dal 47% degli intervistati (contro il 39% del 2022).

Resta poi alta la diffidenza: cala la fiducia nella curabilità delle malattie mentali (dal 66% al 60%) e oltre un terzo degli italiani (36%) si vergognerebbe di ammettere un disturbo psichico.
Qualche segnale positivo, però, c’è: diminuisce il numero di chi preferirebbe non confidarsi con nessuno in caso di disturbo mentale (dall’8% al 2%) dimostrando un’apertura al dialogo.

Scommesse sportive: in Italia giocati oltre 157 miliardi

Il mercato del gioco in Italia è uno dei più grandi in Europa, con una continua crescita in termini di ricavi complessivi e di penetrazione digitale. Nel 2023 il Gross Gaming Revenue (GGR) ha raggiunto 21,5 miliardi di euro, confermando l’Italia come leader europeo nel settore.

Ma questa leadership porta con sé responsabilità e criticità che si riflettono in ambiti regolatori, fiscali e sanitari. 
Il comparto delle scommesse sportive incide profondamente non soltanto sull’economia, ma anche sulla cultura sportiva, i consumi mediatici e gli equilibri sociali. Secondo un report di Eurispes nel 2024 in Italia l’ammontare totale giocato è stato di oltre 157 miliardi di euro, +6,5% rispetto all’anno precedente. 

Online e canale fisico

Il gioco online ha visto una significativa espansione, con una raccolta di 92 miliardi di euro nel 2024. Questo canale ha superato quello fisico, rappresentando il 58,5% del totale delle giocate. La crescita del gioco online è stata trainata dalle preferenze delle fasce più giovani, con oltre il 50% dei conti online attivi detenuti da persone tra 18 e 34 anni.

La presenza di una rete fisica strutturata e capillare contribuisce alla salvaguardia della legalità sul territorio, assumendo un ruolo estremamente importante nel sostegno alle attività di prevenzione e gestione del disturbo da gioco d’azzardo. In questo contesto, la crisi che sta vivendo il comparto fisico rischia di produrre effetti negativi, non solo in termini di aumento delle dipendenze, ma anche fiscali. Uno dei motivi del calo delle entrate in rapporto all’aumento della raccolta è legato proprio ai diversi tipi di prelievi presenti nei due comparti. 

Le dinamiche del mercato

Le scommesse sportive in Italia registrano una crescita annuale del 20%, con il 60% delle puntate effettuate online. Innovazioni tecnologiche come le scommesse live e l’adozione mobile hanno ulteriormente stimolato il settore. Emergono infatti nuove forme di gioco, come gli eSports (+40%), il social betting e le scommesse live, che rappresentano già il 60% del mercato online.

Il calcio si conferma lo sport predominante (75%), seguito da basket (10%) e tennis (7%). 
Il lato più problematico della crescita è rappresentato dalla dipendenza da gioco. Si stima che circa 1,5 milioni di italiani abbiano comportamenti problematici, ma solo una minoranza accede ai servizi di cura.

Dipendenza e nuove tecnologie

Gli effetti negativi del gioco sono molteplici: indebitamento, conflitti familiari, isolamento sociale e disturbi psicologici. Le misure attuali, come l’autoesclusione e i limiti di spesa, sono ancora insufficienti.
D’altra parte, le tecnologie emergenti possono essere usate per segnalare tendenze di gioco problematiche prima che un giocatore possa sviluppare un comportamento patologico. L’AI, ad esempio, consente un aggiornamento dinamico delle quote e la personalizzazione delle offerte, ma al contempo rischia di favorire comportamenti compulsivi.

Inoltre, big data e tracciamento comportamentale permettono una segmentazione dettagliata dei giocatori, mentre la blockchain apre a modelli di scommesse peer-to-peer con rischi di riciclaggio. E la pubblicità iper-mirata aumenta l’efficacia del marketing, ma accentua la vulnerabilità dei soggetti fragili.

Retail Media: la nuova frontiera della comunicazione digitale

Il Retail Media sta diventando uno dei fenomeni più rilevanti nel panorama della comunicazione digitale, trasformando il rapporto tra brand e consumatori. In Italia, secondo i dati del Tavolo di Lavoro Retail Media del Politecnico di Milano, nel 2024 la raccolta pubblicitaria ha raggiunto i 510 milioni di euro. Nel 2025 la cifra potrebbe sfiorare i 640 milioni, con una crescita prevista del 27%.

A trainare il settore sono i grandi operatori eCommerce e le nuove iniziative dei retailer nei comparti Food&Grocery, elettronica e cosmetica-farmaceutica, che puntano su piattaforme proprietarie, spazi digitali nei punti vendita e strategie basate sui dati.

Che cosa si intende per Retail Media

Quando si parla di Retail Media ci si riferisce a un ecosistema che comprende spazi e dati messi a disposizione dai retailer. Gli spazi si dividono in tre categorie: in-store (schermi digitali, cartellonistica, radio di negozio), on-site (siti, app, canali social dei retailer con banner, video e annunci sponsorizzati) e off-site (campagne su canali terzi, come editori online, social e digital out-of-home, basate su dati proprietari).

Il modello più avanzato è quello che mette il cliente al centro, usando dati di prima parte per personalizzare i messaggi e misurare le performance lungo tutto il percorso d’acquisto. Come sottolinea Denise Ronconi, direttrice del Tavolo di Lavoro Retail Media del Politecnico di Milano, “non è più solo un canale pubblicitario, ma un asset strategico che porta i dati al centro delle decisioni di marketing”.

Gli ostacoli da superare

Nonostante la crescita, il settore deve ancora superare ostacoli importanti. La frammentazione dell’offerta rende difficile pianificare campagne su larga scala e limita l’efficacia degli investimenti. A questo si aggiunge la carenza di competenze specifiche: i retailer devono evolvere verso un ruolo simile a quello degli editori, imparando a gestire inventory, dati e partnership.

Un ulteriore nodo critico è l’assenza di metriche comuni, che riduce la fiducia degli inserzionisti. “Senza standard condivisi, il mercato rischia di frenare la sua corsa”, avverte Giuliano Noci, responsabile scientifico del Tavolo di Lavoro.

Occorre un sistema di misurazione solido e condiviso

Per consolidare il Retail Media, sarà decisivo costruire un sistema di misurazione solido e condiviso, capace di integrare indicatori di qualità, modelli di attribuzione e analisi avanzate come i lift test o il marketing mix modeling. “La misurazione – ricorda Nicola Spiller, direttore del Tavolo di Lavoro – non è un dettaglio tecnico, ma il presupposto per rendere questo canale credibile e scalabile”.

Oggi l’on-site è l’ambito più efficace

Tra i tre ambiti del Retail Media, oggi l’on-site si conferma il più efficace per conversione e tracciamento, mentre l’off-site si rivela utile per rafforzare il brand, pur richiedendo maggiore standardizzazione. L’in-store, infine, vive una fase di trasformazione digitale e punta sulla misurabilità per crescere.

Come conclude Riccardo Mangiaracina, responsabile scientifico del Tavolo di Lavoro, “il futuro del Retail Media passa dall’integrazione: solo una visione full-funnel, capace di unire on-site, off-site e in-store, potrà trasformarlo in un pilastro della strategia retail del domani”.

Giovani in azienda, la carta vincente per affrontare le sfide del presente

Le imprese con un’alta presenza di giovani, rispetto a quelle con una presenza bassa e medio bassa, sono più innovative e proattive: investono maggiormente nelle tecnologie 4.0 (44% contro 35%) e sono più produttive.
La produttività del lavoro delle aziende “giovani” è superiore del 2,5% rispetto alle altre, e diventa del 7,2% quando adottano anche strategie per trattenere e attrarre talenti.

Non è tutto: le imprese che impiegano under30 si attendono in misura maggiore anche un aumento del fatturato (38% contro 35%), dell’export (38% contro 30%) e degli occupati (21% contro 18%). Lo dimostrano le analisi Unioncamere-Centro studi Tagliacarne presentate dal presidente di Unioncamere, Andrea Prete, al Meeting di Rimini.

Ma tra 5 anni crescerà il mismatch occupazionale

“In un contesto come quello attuale, è necessario uno sforzo comune per accrescere il legame tra imprese e giovani, che possono essere la carta vincente per sostenere  e accrescere la competitività del nostro sistema produttivo”, sostiene Prete. 

Emerge però difficoltà a reperire lavoratori giovani. Stando alle previsioni del Sistema Excelsior di Unioncamere e Ministero del Lavoro, nel quinquennio 2025-2029 si assisterà a un mismatch tra domanda e offerta di lavoratori giovani che, in particolare, riguarderà quelli con un’istruzione di livello terziario. Per i percorsi a indirizzo ingegneristico potranno mancare tra 7mila e 10mila giovani in uscita dalle Università ogni anno, e per i percorsi scientifici (scienze matematiche, fisiche e informatiche) sono previsti 3mila-5mila laureati in meno.

Italia seconda in Europa per numero di Neet

Per i percorsi economico-statistico, invece, potranno mancare tra 12mila e 17mila giovani laureati, e per quelli medico-sanitario circa 7mila-8mila.
“Malgrado i miglioramenti sul fronte occupazionale – sottolinea Prete -, c’è ancora un alto numero di Neet, giovani che non lavorano né seguono un percorso scolastico o formativo, che pone l’Italia al secondo posto in Europa, dopo la Romania”. 

Secondo Prete, esiste inoltre un problema di ricambio generazionale, che investe direttamente anche le imprese. I dati del Registro delle Camere di commercio, al primo trimestre 2025, indicano che l’11% dei titolari di impresa ha 70 o più anni (320 mila in valore assoluto).

Aumenta il fabbisogno di lavoratori immigrati

“Attrarre talenti e integrare l’attuale forza lavoro con l’apporto di immigrati –aggiunge il presidente di Unioncamere – sono strategie indispensabili per far fronte alle necessità produttive: tra il 2025 e il 2029, si stima un fabbisogno da parte dei settori privati di circa 617mila lavoratori stranieri, corrispondente a oltre un quinto della domanda totale di lavoro, pari al 21,1%, con una forte concentrazione nelle regioni del Nord e del Centro Italia. La Lombardia, in particolare, prevede la necessità di oltre 146mila unità, pari al 24% del totale”. 

Oltre la burocrazia: il manuale HACCP come garanzia di igiene e affidabilità

Il manuale Hazard Analysis and Critical Control Points (meglio noto come “HACCP”) è spesso percepito come un mero obbligo normativo, una formalità da adempiere per poter operare nel settore alimentare. Tale percezione riduttiva non coglie il vero valore di questo strumento.

L’HACCP è infatti un sistema di autocontrollo igienico che ha lo scopo di prevenire i pericoli di contaminazione degli alimenti, a partire dalla loro produzione fino al consumo. Senza una comprensione completa della sua funzione, si perde l’opportunità di trasformarlo in un elemento di forza per l’azienda.

Limitarsi a compilare un manuale senza applicarne i principi nella pratica quotidiana rende il documento inutile, in quanto un documento ben redatto e seguito in modo rigoroso è una dimostrazione tangibile dell’impegno di un’impresa verso la qualità e la sicurezza.

L’applicazione corretta dei principi HACCP non solo protegge i consumatori, ma tutela anche l’azienda da eventuali problemi legali o danni reputazionali che possono derivare da un’igiene insufficiente.

I principi su cui si basa il manuale

Il sistema HACCP si fonda su sette principi operativi, che guidano l’intero processo di analisi e gestione dei rischi.

Il primo principio prevede l’analisi dei pericoli, ovvero l’identificazione di tutti i potenziali rischi biologici, chimici e fisici che possono compromettere la sicurezza degli alimenti. Una volta individuati i pericoli, il secondo principio richiede di determinare i punti critici di controllo (CCP), cioè quelle fasi del processo produttivo dove è possibile prevenire, eliminare o ridurre un pericolo a un livello accettabile.

Il terzo e il quarto principio riguardano la definizione dei limiti critici e la predisposizione di un sistema di monitoraggio. Per ogni CCP, si stabiliscono dei valori limite da non superare, e si implementano procedure di controllo per monitorare che tali limiti siano rispettati.

Se il monitoraggio indica una deviazione, il quinto principio impone di adottare azioni correttive immediate. Il sesto principio consiste nella verifica, ovvero la validazione del sistema attraverso audit interni o esterni. Infine, il settimo principio richiede la tenuta di una documentazione completa e aggiornata di tutte le procedure e registrazioni.

I vantaggi di un approccio proattivo

L’adozione di un approccio proattivo nella gestione del manuale HACCP porta numerosi benefici per un’azienda alimentare. Un sistema di autocontrollo efficace e regolarmente aggiornato infonde fiducia nei consumatori e nei partner commerciali. Dimostrare un impegno serio per la sicurezza alimentare può distinguere un’azienda dalla concorrenza e attrarre nuovi clienti.

L’applicazione rigorosa dei principi HACCP contribuisce anche a ottimizzare i processi interni e a ridurre gli sprechi. Identificare i punti critici di controllo permette di intervenire in modo mirato e tempestivo, prevenendo la produzione di lotti di prodotto non conformi.

Questo si traduce in un risparmio di costi e risorse. Un sistema HACCP ben funzionante migliora l’efficienza operativa e riduce la probabilità di richiami di prodotto, che possono essere molto dannosi per l’immagine aziendale.

La gestione quotidiana del manuale

Un manuale per HACCP non deve rimanere in un cassetto, ma deve essere parte integrante della routine lavorativa. La sua efficacia dipende dalla partecipazione attiva di tutto il personale coinvolto.

È essenziale che i dipendenti siano adeguatamente formati sui principi dell’HACCP e sulle procedure specifiche da seguire nel loro ruolo. La formazione continua assicura che il personale sia sempre aggiornato sulle migliori prassi igieniche.

La documentazione e la registrazione dei dati sono attività che devono essere svolte con precisione e regolarità. Le schede di monitoraggio devono essere semplici da usare e accessibili al personale.

Appare dunque evidente come la gestione quotidiana del manuale è un’attività di squadra che richiede impegno costante.

Il manuale HACCP come sinonimo di affidabilità

In un mercato sempre più attento alla provenienza e alla sicurezza degli alimenti, il manuale HACCP diventa un vero e proprio biglietto da visita per un’azienda. Non è solo uno strumento per evitare sanzioni, ma una dichiarazione di intenti verso la qualità e l’affidabilità.

Un’azienda che mostra di prendere sul serio la sicurezza alimentare dimostra di rispettare non solo le normative, ma anche i propri clienti.

L’utilizzo corretto di questo strumento può migliorare le performance aziendali e consolidare la reputazione di serietà e affidabilità. Mantenere il manuale vivo e aggiornato è dunque un modo per investire nella propria attività e garantire un futuro sicuro.

Benzina: agli italiani costa di più rispetto agli altri cittadini europei

Nonostante l’automobile resti il mezzo preferito dagli italiani per andare in vacanza, quanto spenderanno quest’estate per il carburante?
Molto, e soprattutto decisamente più di quanto non faranno gli automobilisti del resto d’Europa per percorrere gli stessi chilometri.

Facile.it ha calcolato che per un’auto familiare che percorre 2.500 km, ad esempio, Milano – Lecce andata e ritorno, più qualche piccola escursione durante il soggiorno, occorrono 285 euro di benzina, 216 euro se la vettura è diesel.
Secondo gli ultimi dati ufficiali della Commissione Europea a luglio la benzina costava infatti in media 1,729 euro a litro e il diesel 1,663, ovvero, rispettivamente, il 2% e il 4% in più rispetto a un mese fa. 

La classifica europea

Come se la passano gli altri viaggiatori europei? Per rispondere alla domanda Facile.it ha analizzato il prezzo del carburante nei 27 Paesi UE scoprendo che l’Italia è uno dei paesi più cari del continente.
Per la benzina, gli italiani spendono il 6% in più rispetto alla media europea, addirittura il 7% in più per il diesel, valori che fanno guadagnare alla nostra nazione, rispettivamente, il quarto e quinto posto tra gli stati più costosi dell’Unione.

Dati alla mano, ad esempio, per un viaggio da 2.500 km entro i confini nazionali, gli austriaci spendono 253 euro in benzina, l’11% in meno rispetto all’Italia, mentre agli spagnoli, per un tour on the road di pari lunghezza, sono sufficienti 246 euro (-14%).

I più fortunati sono gli automobilisti bulgari

Il prezzo della benzina scende ulteriormente se ci si sposta verso Est. In Romania e Polonia per un viaggio in auto da 2.500 km si spendono circa 230 euro, il 19% in meno rispetto al Bel Paese.
Ma i più fortunati del continente sono risultati gli automobilisti bulgari. Per percorrere 2.500 km in auto servono appena 203 euro di benzina, il 30% in meno rispetto all’Italia.

Va peggio di noi solo a danesi, olandesi e greci. Se per gli ellenici il conto è di poco superiore al nostro (+1%), per un viaggio in auto nel Paese dei mulini a vento la cifra sale a 314 euro (+10%) e arriva a sfiorare 320 euro in Danimarca (+12%).

E il diesel?

Lo scenario cambia di poco se si considerano i veicoli alimentati a diesel. L’Italia, come detto, è il quinto Paese più caro dell’Unione e per un viaggio da 2.500 km occorrono 216 euro. In Germania, si spendono 210 euro (il 3% in meno), in Svezia 196 euro (-9%), mentre in Spagna sono sufficienti appena 185 euro (-14%).

E se i più sfortunati continuano a essere i danesi, che per un tragitto di pari lunghezza devono mettere a budget 231 euro (+7% rispetto agli automobilisti italiani), questa volta i più fortunati sono i maltesi, che per spendono appena 157 euro.

Centri storici: per gli italiani l’accesso ai beni essenziali è problematico

In Italia esiste un problema di disuguaglianza territoriale nell’accesso ai beni essenziali, con implicazioni dirette per la popolazione anziana, le famiglie prive di automobile e le persone fragili.
Solo il 44,1% della popolazione può infatti accedere a un panificio entro 15 minuti, il 35,4% a una pescheria, il 59,7% a un fruttivendolo e il 61,4% a un supermercato.

Lo ha affermato Unioncamere nel corso dell’Audizione sulla Proposta di legge “Istituzione e disciplina delle zone del commercio nei centri storici” presso la decima Commissione (Attività produttive, commercio e turismo) della Camera dei Deputati. I dati sono stati elaborati dal Centro studi Tagliacarne nell’ambito del progetto Urban Pulse 15.

Obiettivo, preservare e rigenerare il tessuto commerciale

Unioncamere, che condivide gli obiettivi di preservazione e rigenerazione del tessuto commerciale nei centri storici, ha sottolineato la necessità che le nuove proposte si integrino con la legislazione esistente, evitando sovrapposizioni che potrebbero generare complessità e incoerenze.

A questo scopo, “le Camere di commercio sono disponibili a supportare i Comuni nella definizione degli elenchi delle zone commerciali sottoposte ad autorizzazione – ha sottolineato il vice segretario generale di Unioncamere, Tiziana Pompei -, nonché nella definizione delle procedure di rilascio dell’autorizzazione, anche in considerazione del ruolo attribuito alle Camere di commercio nella gestione dello sportello unico per le attività produttive (SUAP)”.

Un accesso ai servizi disomogeneo sul territorio

I finanziamenti previsti dovrebbero essere orientati a progetti condivisi pubblico-privato, e la misura estesa a tutti i comuni, anche quelli con una popolazione superiore a 5.000 abitanti, prevedendo che il fondo possa sostenere interventi anche per recuperare i locali sfitti.

A fine 2024, nel nostro Paese si contavano 5.523 comuni con al massimo 5.000 residenti, per un totale di oltre 9,6 milioni di abitanti.
Eppure l’accesso ai servizi commerciali essenziali risulta fortemente disomogeneo. La densità di unità locali del commercio al dettaglio nei piccoli comuni è di 9,24 ogni 1.000 abitanti, con un ritardo del 12,8% rispetto alla media nazionale. Il divario è particolarmente marcato nei settori dell’elettronica, degli articoli culturali e dell’abbigliamento.

In 206 comuni non c’è neanche un negozio

In 206 comuni (di cui 205 con meno di 1.000 abitanti) non è presente alcun esercizio di commercio al dettaglio, coinvolgendo circa 51.200 persone. In questi territori l’indice di vecchiaia, pari a 302,8 over64 ogni 100 under15, è superiore del 46% rispetto alla media nazionale. E 425 comuni risultano privi di esercizi alimentari, con un impatto su quasi 170mila abitanti, caratterizzati da un indice di vecchiaia pari a 276,0, (+32,9% rispetto
alla media).

In 1.124 comuni (oltre 630mila residenti in totale) è poi presente al massimo un’attività commerciale alimentare,. L’indice di vecchiaia in questi comuni raggiunge il valore di 266,1, superiore del 28,1% rispetto alla media nazionale.

Come passano il tempo libero i Millennial? Immersi nella natura

È quanto emerge da una ricerca condotta dall’Osservatorio data driven sul turismo esperienziale di KuriU, l’app 100% Made in Italy: se il food (20%) è riconosciuto come una delle esperienze più ricercate per trascorrere il tempo libero, è la natura in tutte le sue accezioni a conquistare il gradino più alto del podio tra i Millennial. Da escursionismo e affini (18%) a luoghi d’interesse naturalistico, come grotte e cascate ( 8%) fino  a paesaggi agricoli come vigne, uliveti e fattorie (4%), è così che i Millennial amano passare il tempo libero.

Secondo Phocuswright e Skift entro il 2027 il valore del settore delle esperienze nel mondo supererà 375 miliardi di dollari e KuriU ha l’obiettivo di diventare il punto di riferimento per appassionati e aziende per i contenuti e le tendenze nel mondo degli hobby, dello svago e del leisure.

Food e cultura al secondo e terzo posto

Insomma, i Millennial preferiscono la natura per il loro tempo libero. Per loro il 30% delle esperienze outdoor è green, seguite da cibo e cultura.

Dopo il food al terzo posto si piazzano infatti le esperienze culturali, che con il 16% delle preferenze sono in rialzo rispetto all’anno precedente. Al quarto posto, con il 9% dei consensi, leggermente in calo rispetto al 2023, quelle che vengono definite “scenari antropici”, che includono le visite alle grandi capitali.
Tra le attività resta il viaggio quella più amata, con il 26% delle preferenze. Meno bene per lo sport, che totalizza solo un 4%.

Oggi il mercato del turismo è governato dalle emozioni

“Il mercato del turismo è oggi governato dalle emozioni, dalle esperienze che creano ricordi e che possono essere condivise con altri viaggiatori – spiega Maurizio Pimpinella, nuovo Coordinatore dell’Osservatorio data driven sul turismo esperienziale -. Sotto questo profilo, creare esperienze di viaggio su misura attraverso una gestione del dato mirata rende il turista più soddisfatto e arricchisce l’offerta generale. L’app di KuriU consente di fare un significativo passo in avanti andando a occupare uno spazio a oggi sostanzialmente vuoto, offrendo servizi innovativi e su misura ai viaggiatori che consentirà alle mete turistiche italiane di essere maggiormente appetibili nei confronti dei principali concorrenti internazionali”. 

L’Intelligenza artificiale anticipa le esigenze degli utenti

Con un algoritmo proprietario e un team composto da 14 persone, oggi KuriU lancia la sua campagna di crowdfunding destinata a raccogliere 1.500.000 euro. Il finanziamento sarà destinato ad ampliare l’IT per rafforzare il sistema modulare al servizio di un nuovo segmento di business (Pubblica Amministrazione ed enti locali), e a integrare l’Intelligenza artificiale per anticipare le esigenze degli utenti in maniera ancora più rapida e personalizzata.

Industria italiana, aprile chiude con segnali incoraggianti

Buone notizie sul fronte dell’economia. Nel mese di aprile 2025, l’industria italiana torna a mostrare segnali di dinamicità. Secondo le stime dell’ISTAT, il fatturato del settore manifatturiero, corretto per gli effetti stagionali, ha segnato un aumento dell’1,5% in termini monetari e dell’1,6% in volume. Anche i servizi registrano un leggero miglioramento, con una crescita dello 0,5% in valore e dello 0,4% in termini reali.

Macchinari e beni di consumo trainano la ripresa

Nel dettaglio, tra i principali raggruppamenti industriali, si osservano incrementi in tutte le categorie. I beni strumentali registrano l’incremento più marcato (+2,5%), seguiti dall’energia (+2,0%), dai beni di consumo (+1,6%) e da quelli intermedi, che crescono in modo più contenuto (+0,5%).

Nel periodo che va da febbraio ad aprile, il settore industriale segna un progresso dello 0,5% in valore e dello 0,2% in volume, rafforzando un quadro congiunturale orientato a una ripresa, seppur moderata.

Servizi, la spinta arriva da commercio e attività professionali

Anche i servizi mostrano una tendenza positiva nel trimestre, con una variazione dello 0,3% in valore, mentre i volumi calano leggermente dello 0,2%.
Guardando al solo mese di aprile, si registrano aumenti nelle vendite all’ingrosso (+0,4% in valore, +0,9% in volume) e nei servizi vari (+0,7% e +0,1%).

Il confronto annuale conferma un trend positivo

Rispetto ad aprile 2024, la performance industriale migliora dell’1,1% in valore e dello 0,3% in volume. La crescita è più significativa sul mercato interno (+1,3%) rispetto a quello estero (+0,4%).

Guardando ai diversi settori, spiccano i beni di consumo (+3,8%) e i beni strumentali (+3,2%). Si registra invece una brusca contrazione per il comparto energetico (-13,4%), mentre i beni intermedi risultano stabili rispetto all’anno precedente.

Trasporti, turismo e business services in evidenza

Nei servizi, su base annua, il fatturato cresce del 2,1% in valore e dello 0,3% in volume. A sostenere la dinamica positiva sono in particolare il commercio all’ingrosso, i servizi di trasporto e magazzinaggio e le attività legate a viaggi e supporto alle imprese.