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Codici sconto Amazon: convenienza per tutti

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Codici Sconto Amazon: cosa sono?

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Dove possono trovare un codice sconto Amazon?

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Come funziona il codice sconto Amazon?

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Come si svolge una visita senologica?

Se non ne hai mai fatta una, la decisione di sottoporti ad una visita senologica è saggia nell’ottica della prevenzione. Si tratta di un tipo di visita assolutamente non invasiva e indolore per la paziente, e che in genere dura pochi minuti.

È particolarmente raccomandata a partire dai 40 anni in poi, salvo condizioni particolari, ed è bene effettuare una ogni anno. Se ti appresti a sottoporti alla tua prima visita senologica e desideri anticipatamente capire come questa funzioni e cosa ti chiederà il tuo specialista, di seguito trovi interessanti informazioni che fanno al caso tuo.

Fase uno: l’anamnesi

Nella prima fase della tua visita senologica lo specialista andrà ad effettuare l’anamnesi, ovvero raccogliere tutte le informazioni relative alla tua situazione di salute, la storia clinica ed eventuali casi di tumore al seno verificatisi in famiglia.

Ti saranno chieste informazioni circa l’utilizzo che fai attualmente di farmaci, le gravidanze precedenti ed eventuali patologie in corso.

Sarà importante per lo specialista approfondire anche quel che riguarda il tuo stile di vita con particolare riferimento all’alimentazione e al tipo di attività fisica che eventualmente svolgi. Ti saranno chieste probabilmente anche informazioni sul tuo eventuale consumo di alcol e dipendenza dal fumo.

Se hai degli esami effettuati precedentemente fai bene a portare referti e tutte le informazioni che ritieni possano essere utili al medico, il quale avrà a questo punto tutte le informazioni di suo interesse.

Fase due: la visita vera e propria

A questo punto lo specialista può procedere con la visita vera e propria, ovvero con l’osservazione e la palpazione. Sarà chiesto alla paziente di sedersi, di spostare le braccia all’indietro e poi sollevarle così da poter osservare inizialmente la forma, la simmetria, le dimensioni e l’aspetto generale delle mammelle.

A questo punto il professionista proseguirà con la palpazione dei seni, così come delle cavità ascellari. Successivamente sarà chiesto alla paziente di assumere la posizione supina per andare alla ricerca di eventuali indizi che possano far pensare a qualsiasi tipo di anomalia.

Viene effettuata infine la palpazione del capezzolo per andare alla ricerca di eventuali noduli o ispessimenti. A questo punto il medico avrà effettuato tutte le operazioni che gli consentono di poter formulare la sua diagnosi.

Se non avrà riscontrato nulla, verrà semplicemente suggerito alla paziente di ripetere in futuro lo stesso tipo di visita. In caso contrario può essere prescritta una terapia specifica oppure, sulla base delle valutazioni del professionista, può essere richiesto di effettuare ulteriori esami per approfondire.

Con quale frequenza effettuare questo tipo di visita?

Se non ci sono particolari problematiche, e se anche effettuando l’autopalpazione non si hanno dubbi relativi ai noduli, è possibile effettuare questa visita una volta l’anno.

Nel caso in cui si dovesse invece riscontrare qualsiasi tipo di anomalia già attraverso l’autopalpazione, diventa importante avvisare in tempo il proprio medico di famiglia o specialista così da sottoporsi a una visita e procedere ad un controllo più accurato.

Ci sono controindicazioni?

Non ci sono controindicazioni di nessun tipo nell’effettuare questo tipo di visita, dato che lo specialista non adopera strumenti particolari se non le sua mani, per cui non è necessario essere in tensione o avere timore di qualsiasi tipo.

Si tratta per questo motivo di un tipo di visita che non è invasiva, ma soprattutto è sicura e semplice, alla quale possono sottoporsi anche donne in giovane età.

Non esistono per questo motivo delle controindicazioni o delle precauzioni attenersi. Basta semplicemente fidarsi del proprio specialista e ascoltare le sue indicazioni affinché la visita possa essere proficua.

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Cassetta della posta condominiale: info utili

Quando si cura l’allestimento dell’androne di un condominio ci sono tutta una serie di elementi di arredo cui si pensa per rendere più gradevole l’aspetto di questo ambiente che precede l’ingresso negli appartamenti.

Sicuramente è possibile abbellirlo inserendovi delle fioriere, faretti nel controsoffitto, quadri e altri arredi che sono in grado di migliorare l’estetica del luogo in generale. Ad ogni modo, ciò che maggiormente cattura gli sguardi all’interno dell’androne di un condominio, è sicuramente la bacheca condominiale. Qui è dove viene riposta la corrispondenza destinata ai singoli condomini, ma il suo ruolo è oggi molto più che semplicemente quello di essere il luogo destinato a custodire la posta.

Una duplice funzione

Certamente, fa piacere a tutti sapere che la propria corrispondenza sia ben custodita all’interno della cassetta di posta personale e che dunque nessuno possa sottrarre ciò che viene inserito al suo interno da parte del portalettere. Ciò significa che la privacy è sicuramente ben rispettata e con essa tutte le nostre informazioni presenti all’interno della corrispondenza che quotidianamente riceviamo. Ad ogni modo, oggi l’aspetto prettamente funzionale non è l’unico che ci si aspetta venga soddisfatto con efficacia da una cassetta postale, ma c’è anche un fattore estetico da considerare.

La cassetta della posta è infatti in grado di infondere in chi lo osserva un certo tono e conferire all’ambiente un aspetto più o meno sobrio ed elegante in base a quello che è il proprio desiderio.

Da questo punto di vista il mercato è in grado di soddisfare ogni tipo di necessità o richiesta dato che esistono cassette postali condominiali di ogni tipo, formato, stile e dimensione. A prescindere dalla tipologia che si andrà a scegliere, si avrà sempre la certezza di riuscire a custodire in maniera egregia la propria corrispondenza tenendola al riparo da sguardi indiscreti o dalle mire di eventuali malintenzionati.

Cosa prevede la legge?

Secondo quanto previsto dalla normativa vigente, tali strutture devono avere forma e dimensioni tali da permettere di introdurre al loro interno la corrispondenza senza difficoltà. La normativa stessa prevede che queste debbano essere posizionate al limite della proprietà o ad ogni modo in un luogo che è accessibile liberamente, così che il portalettere possa riuscire ad accedere alla zona in cui si trovano le cassette postali senza dover ogni volta bussare per poter entrare nei locali.

 Chiaramente le singole cassette postali devono recare il cognome della persona che ne fa utilizzo, altrimenti sarà impossibile per il portalettere consegnare la missiva che in questo caso verrà restituita al mittente. Alla stessa maniera le singole cassette devono essere facilmente accessibili in quanto, nel caso in cui l’inserimento dovesse risultare particolarmente difficoltoso, il portalettere potrà lasciare un avviso di giacenza e a questo punto la corrispondenza avverrà direttamente presso l’ufficio postale.

Gli standard previsti per i produttori

Ci sono anche degli standard ai quali devono attenersi i produttori delle cassette postali, con particolare riferimento a fattori quali dimensione, sicurezza e resistenza. Per quel che riguarda le dimensioni, la cassetta deve riuscire a ospitare al suo interno una busta in formato A4 senza che questa rischi di danneggiarsi. Ogni cassetta deve inoltre essere dotata di apposite soluzioni anti prelievo per fare in modo da evitare che chiunque possa sottrarre la corrispondenza. Non devono inoltre essere presenti spigoli vivi per salvaguardare l’incolumità delle persone che la utilizznao.

Basta seguire queste semplici indicazioni per comprendere come debba essere la cassetta della posta ideale, così da evitare un eventuale acquisto errato e al contrario scegliere sin dall’inizio un modello che possa rendere la vita più facile sia ai portalettere che ai condomini stessi.

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Come proteggere casa: consigli utili

Quella di proteggere casa dai tentativi di intrusione da parte di malintenzionati è una necessità di tutti noi, per rassicurare i nostri familiari e anche i nostri beni più preziosi.

Tuttavia delle volte possiamo avere maggior paura che i ladri possono entrare in casa, soprattutto quando abitiamo ai piani più bassi o quando nel nostro quartiere sempre più spesso si verificano episodi di questo tipo.

Per tale motivo è davvero importante sentirsi al sicuro all’interno della propria abitazione ed evitare che chiunque possa turbare la quiete della famiglia.

Porte robuste e sistema di videosorveglianza

Sicuramente un buon primo passo è quello di adoperare delle porte e finestre che siano solide e di qualità. Ricorda tra l’altro di mettere sempre il blocco della porta nel corso della notte e di chiudere bene finestre e serrande soprattutto se vivi ai piani più bassi.

Un altro tipo di deterrente potrebbe essere quello installare delle telecamere di sorveglianza che possano far desistere eventuali malintenzionati con la loro presenza.

Ad ogni modo, sempre di più questo sistema viene eluso da maschere o altri sistemi di camuffamento adoperati dai malviventi i quali decidono ugualmente di proseguire nel loro intento nonostante la presenza delle telecamere.

Le Inferriate apribili

Se sei alla ricerca di una soluzione veramente efficace ed in grado di garantire una protezione assoluta da qualsiasi tentativo di intrusione in casa, le inferriate apribili rappresentano la prima scelta per te soprattutto se abiti al piano terra.

Queste robuste inferriate realizzate in ferro sono infatti molto resistenti e dunque particolarmente difficili da superare per qualsiasi malvivente, i quali notoriamente hanno soltanto pochi minuti a disposizione per entrare ed uscire con la refurtiva e per tale motivo preferiscono sicuramente spostare le proprie attenzioni su altri appartamenti in cui un sistema di questo tipo non sia presente.

Esistono inoltre le inferriate fisse che vanno collocate sulle aperture come le finestre: queste, a differenza di quelle apribili, non possono essere aperte e chiuse a piacere e rappresentano una barriera fisica che sicuramente può mettere in sicurezza ogni finestra.

Economia circolare: i consumatori chiedono più impegno alle aziende

Comprare prodotti durevoli, riciclabili o fatti con materiali riciclati, e utilizzarli a lungo attraverso manutenzioni e riparazioni efficaci. Questi sono i comportamenti ‘circolari’ dei consumatori sostenibili. Per le aziende significa invece sviluppare prodotti e modelli di business che non producano rifiuti, ridurre l’uso di materie prime e prevedere la restituzione o il recupero di prodotti e imballaggi.
Insomma, le aziende devono adottare modelli di economia circolare per soddisfare le richieste dei consumatori, e mitigare i rischi futuri legati alla supply chain. Contrariamente al modello economico lineare l’economia circolare è infatti rigenerativa, e mira a separare gradualmente la crescita dal consumo di risorse finite.

Cresce il desiderio di un consumo consapevole

Con l’aumento della consapevolezza sul tema dei rifiuti e dell’esaurimento delle risorse cresce il desiderio da parte dei consumatori di adottare pratiche di consumo consapevole. Secondo il rapporto del Capgemini Research Institute, ‘Circular economy for a sustainable future: How organizations can empower consumers and transition to a circular economy’, il 54% dei consumatori vuole adottare pratiche come ridurre i consumi complessivi, acquistare prodotti più durevoli (72%) e conservare e riparare i prodotti per aumentarne la durata (70%).  Tuttavia, quasi il 50% è convinto che le organizzazioni non stiano facendo abbastanza, mentre il 67% si aspetta che le organizzazioni siano maggiormente responsabili quando pubblicizzano i prodotti, senza incoraggiarne un consumo eccessivo.

Le organizzazioni faticano ad adottare azioni concrete

Le organizzazioni faticano però a intraprendere azioni concrete legate a pratiche di economia circolare, malgrado i consumatori si rivolgano sempre di più a quelle che lo fanno. Questo accade in particolare in ambiti dove la consapevolezza dei consumatori è maggiore, come i rifiuti alimentari e quelli di plastica. Il 44% dei consumatori ha infatti aumentato la propria spesa negli ultimi 12 mesi verso aziende alimentari che si impegnano nel riciclo, nel riutilizzo e nella riduzione dei rifiuti, ma in generale i consumatori sono limitati nelle loro scelte da questioni di praticità, accessibilità e costo.

I motivi che impediscono di intraprendere azioni circolari positive

Tra i motivi che impediscono di intraprendere azioni circolari positive, riferisce Adnkronos, il 60% dei consumatori cita la mancanza di informazioni sufficienti sulle etichette dei prodotti, per il 55% i costi elevati sono un ostacolo alla riparazione dei prodotti, e il 53% non vuole scendere a compromessi sulla comodità.Questa è una conseguenza del boom dell’e-commerce degli ultimi 10 anni, che ha alzato gli standard offrendo servizi convenienti a basso costo, come la consegna il giorno successivo o addirittura il giorno stesso. Nonostante gli sforzi normativi per estendere la durata di vita dei prodotti, attualmente gli approcci di consumo circolare si concentrano principalmente sulla fase post-utilizzo, con il 58% dei consumatori che dichiara di separare e smaltire i rifiuti alimentari dopo l’uso, ma solo il 41% di comprare cibo con un imballaggio minimo, sottolineando la scarsità di opzioni disponibili.

Monopattini elettici: uno su tre è assicurato

Il DL infrastrutture recentemente approvato ha introdotto diverse novità per i monopattini elettrici, ma il Governo ha deciso di non inserire l’obbligo di assicurazione, lasciando l’imposizione solo per le società di noleggio. Infatti, uno degli emendamenti al DL prevedeva l’introduzione dell’obbligo di assicurazione e casco, nonché di targa da apporre al mezzo, ma la proposta è stata bocciata. Ma fra i possessori dei monopattini molti sono propensi a tutelarsi, tanto che come emerge dall’indagine commissionata da Facile.it agli istituti mUp Research e Norstat, quasi 1 conducente su 3 ha già acquistato una copertura assicurativa.

Chi non possiede il monopattino chiede misure più severe 

Curiosamente, la proposta trova maggiori consensi tra chi non possiede né usa questo mezzo. In particolare, il 76,8% è d’accordo con l’obbligo di casco, il 70,3% con l’assicurazione e il 56,1% con la targa. Quanto a chi invece ha un monopattino, solo il 50,9% è favorevole all’introduzione del casco obbligatorio, il 36,8% all’assicurazione e il 31,6% alla targa. Sul fronte assicurativo, il 17,3% ha una copertura per eventuali infortuni alla guida, mentre il 16% ha una polizza per danni a terzi. Inoltre, il 30,7% sta valutando di sottoscrivere una copertura, mentre 1 su 5 non è a conoscenza di questi prodotti.

Le infrastrutture stradali sono ancora inadeguate

Nonostante il crescente numero di monopattini in circolazione, a giudizio di chi si sposta con questo mezzo, le infrastrutture stradali sembrano ancora oggi inadeguate. Quasi 2 intervistati su 3 ritengono che gli spazi destinati all’uso del monopattino siano insufficienti e non adatti (64%), e la percentuale arriva addirittura al 71% al Sud e nelle Isole. Ma quanto sono diffusi i monopattini in Italia? Secondo l’indagine sono circa 2,5 milioni gli italiani che oggi lo utilizzano. Di questi, circa 1,9 milioni ne hanno uno di proprietà, mentre poco più di 600mila usano quelli a noleggio.

Il mezzo di trasporto ideale per raggiungere il luogo di lavoro

Il mezzo sembra aver conquistato tutti: uomini e donne lo usano in egual misura (7%), mentre quanto all’età del conducente è diffuso in modo particolare tra i giovani con età 25-34 anni e 18-24 anni. A livello territoriale, invece, il monopattino è utilizzato soprattutto tra i residenti nel Nord Ovest (9,6%), a fronte di una media nazionale pari al 7%. Una platea che nei prossimi anni potrebbe aumentare notevolmente, se si considera che 3,4 milioni di italiani hanno dichiarato di stare valutando la possibilità di acquistarne uno. Infatti il monopattino elettrico si sta consolidando sempre più come mezzo di trasporto per raggiungere il luogo di lavoro: oggi il 33% lo usa proprio per questa finalità, percentuale che arriva al 45% nei Comuni con oltre 100 mila abitanti.

Stranieri in azienda: nel rapporto Ipsos la “fotografia” italiana

Si intitola “Difficoltà ed opportunità d’inclusione degli stranieri in azienda” l’indagine Ipsos condotta per  l’UN Global Compact Network Italia, realtà con cui nel nostro Paese opera il Global Compact delle Nazioni Unite con un piano di lavoro tutto incentrato su sviluppo, sostenibilità e responsabilità d’impresa. Da poco presentato nel corso della 6° edizione dell’Italian Business & SDGs Annual Forum, l’appuntamento annuale dell’UN Global Compact Network Italia, il sondaggio evidenzia una realtà variegata e la grande importanza che riveste la leadership nel gestire e attribuire valore alla multiculturalità.

Il bisogno di manodopera la rincipale motivazione 

Innanzitutto, il rapporto Ipsos risponde alla domanda “perché”, cioè perché si assumono dipendenti stranieri. Secondo i dati raccolti, le principali motivazioni all’inserimento degli stranieri risultano essere la necessità di manodopera, ma anche una scelta dettata da un’autentica vision. Come dimostra il sondaggio, infatti, più del 70% delle aziende a proposito dell’assunzione di persone straniere considera maggiori le opportunità rispetto alle difficoltà dell’inserimento. Per quanto riguarda le diverse figure, più del 72% delle aziende ha almeno un dipendente straniero arrivato in Italia per motivi legati a scelte non forzate dalla necessità economica o di sicurezza personale, il 45% almeno un migrante e il 9% almeno un richiedente asilo o rifugiato politico. Ovviamente, niente ormai può prescindere dal Covid -19 e anche lo studio Ipsos ha indagato l’effetto della pandemia su questo tema così delicato. Ebbene, le notizie sono buone: almeno qui, non si evidenziano particolari scossoni. Infatti, per quanto riguarda l’impatto della pandemia, le aziende intervistate non rilevano una ripercussione negativa sul piano economico e psicologico da parte degli stranieri se non in percentuali al di sotto del 5%. 

La leadership è fondamentale per l’inclusività

Il ruolo della leadership è decisivo per l’inclusività per più del 50% delle aziende. Una quota simile, inoltre, sostiene che siano proprio i manager a vedere valore nella multiculturalità.  Numeri alla mano, è poco più di 1 azienda su 3 ad avere un programma di responsabilità sociale di impresa. Questi programmi sono relativi alla multiculturalità in azienda nel 29% casi, mentre prevalgono nettamente la sostenibilità ambientale (82%) e il benessere dei lavoratori (63%). Nel complesso, i dati della ricerca Ipsos evidenziano che le aziende Global Compact che si mostrano più impegnate nell’inclusione degli stranieri presentano anche una maggiore frequenza di programmi e iniziative di vario tipo spinte anche da programmi di responsabilità sociale di impresa più diffusi. Una più spiccata attenzione all’inclusività e il maggiore sviluppo di programmi dedicati porta inoltre, come conseguenza, una più forte consapevolezza delle difficoltà e dei limiti, oltre che una maggiore autocritica.

Il 2021 è l’anno della Cloud Transformation, un mercato da 3,84 miliardi di euro

Da quanto emerge dall’undicesima edizione dell’Osservatorio Cloud Transformation, promosso dalla School of Management del Politecnico di Milano, il 2021 è l’anno delle grandi occasioni per il mercato del Cloud in Italia. Se la spesa Cloud continua a crescere è trainata non più dai servizi SaaS (Software as a Service), ma da quelli PaaS (Platform as a Service), che riguardano più nello specifico la modernizzazione applicativa, l’orchestrazione e la gestione dei sistemi informativi, e dai servizi IaaS (Infrastructure as a Service). Tuttavia, il 34% delle imprese non ha ancora accompagnato questo percorso tecnologico con azioni di cambiamento organizzativo, come l’arricchimento delle competenze del personale, il potenziamento della struttura organizzativa con specialisti nelle tecnologie Cloud, o la revisione dei processi aziendali coinvolti.

Quanto vale la spesa per la ‘nuvola’?

Il Public & Hybrid Cloud, ovvero l’insieme dei servizi forniti da provider esterni e l’interconnessione tra Cloud pubblici e privati, si conferma ancora la componente principale della spesa (2,39 miliardi, +19%). In particolare, proprio all’interno del Public & Hybrid Cloud, i servizi PaaS registrano la dinamica di crescita più robusta, raggiungendo il valore di 390 milioni (+31%), e si confermano un layer tecnologico abilitante non solo per lo sviluppo del nuovo, ma anche per la modernizzazione applicativa, l’orchestrazione e la gestione del sistema informativo. Seguono lo IaaS (+23%, per un totale di 898 milioni di euro), e il SaaS che, con oltre 1,1 miliardi, pur rimanendo la componente più rilevante, dopo il boom del 2020 vede un fisiologico rallentamento del tasso di crescita (+13%). 

Rinnovata consapevolezza sulla rilevanza strategica del digitale

Quanto alle scelte progettuali e all’evoluzione dei sistemi informativi, l’adozione del Cloud nelle grandi imprese italiane è un dato di fatto e il portafoglio applicativo aziendale risulta erogato da ambienti eterogenei. Mediamente, il 44% del parco applicativo è oggi gestito in Cloud pubblico o privato, numeri ormai vicini a sorpassare la quota gestita on-premises. L’emergenza sanitaria ha generato nelle imprese una rinnovata consapevolezza sulla rilevanza strategica del digitale: il 67% degli attori della filiera digitale ha introdotto nuovi servizi all’interno della propria offerta, poi confermati a regime nel portafoglio d’offerta nella quasi totalità dei casi.

Strategie Hybrid e Multi Cloud sempre più diffuse nelle grandi imprese italiane

Le strategie Hybrid e Multi Cloud sono sempre più diffuse nelle grandi imprese italiane, che oggi fanno riferimento mediamente a 5 Cloud provider per l’erogazione dei propri servizi, in crescita rispetto ai 4 del 2020. Si tratta di ambienti integrati, ma non ancora pronti a un’orchestrazione dinamica delle risorse. Dopo una prima fase di adozione del Cloud finalizzata a migrare le applicazioni con minor impatto possibile sul business, le grandi imprese stanno oggi iniziando ad affrontare progetti più complessi, che non trovano un’adeguata risposta nell’offerta di mercato di soluzioni standard. Lo dimostra l’interesse crescente verso le strategie di migrazione orientate alla riprogettazione applicativa e verso le architetture Cloud Native, utilizzate come standard per tutti i nuovi progetti nel 15% dei casi.

Rapporto Noi doniamo 2021: la propensione al dono durante la pandemia

Il Rapporto Noi doniamo 2021 dell’Istituto Italiano della Donazione (IID) misura le pratiche e la propensione al dono degli italiani utilizzando diverse fonti, tra cui le ricerche BVA Doxa Italiani Solidali, e il Tracker settimanale condotto fin dal primo lockdown del marzo 2020. Il 2020 è stato un banco di prova inedito per misurare la propensione al dono degli italiani. Per tale ragione la quarta edizione del rapporto riproduce un’immagine profondamente segnata dalla situazione. Infatti, come emerge dai dati BVA Doxa, la generosità degli italiani nel 2020 ha visto un incremento complessivo dovuto all’emergenza sanitaria e alle iniziative volte a contenerla, ma l’emergenza stessa ha provocato un drenaggio importante di risorse economiche dalle cause classiche per cui gli italiani hanno sempre donato.

Nel 2020 meno occasioni dove esercitare forme di solidarietà informali

Nel 2020 la quota di cittadini che hanno effettuato donazioni informali, ovvero non passando tramite una associazione, come donazioni alla Messa, elemosina per strada, raccolte informali a carattere religioso e non, donazioni per la scuola e altro, registra un calo rilevante, passando dal 41% del 2019 al 33% del 2020. Ciò è dovuto sicuramente alla minore densità di occasioni dove esercitare tale forma di solidarietà, prima di tutto la Messa, proprio a seguito dell’emergenza sanitaria.

ONP, l’impatto Covid ha determinato un calo di risorse economiche

Anche sul fronte delle donazioni alle ONP il monitoraggio di BVA Doxa registra un calo: nel 2020 la percentuale di donatori risulta pari al 21% degli italiani, contro il 26% del 2019 e il 28% del 2018. Se, come emerso dal Tracker settimanale Doxa, complessivamente circa un italiano su 3 ha donato per l’emergenza sanitaria tra marzo e aprile 2020, allo stesso tempo non ha effettuato alcuna donazione per un’organizzazione non profit nel corso dell’anno. È un dato importante perché rappresenta la stima di coloro che a causa della pandemia hanno fatto mancare il proprio sostegno alle ONP, che hanno subito e stanno subendo l’impatto dell’emergenza in termini di mancate risorse economiche.

Volontariato e donazioni biologiche messe alla prova dalla pandemia

Anche la donazione di tempo e capacità, il volontariato, è stata messa alla prova dalla pandemia. I lockdown più o meno restrittivi hanno impattato fortemente sulla possibilità stessa di fare volontariato da parte degli italiani. Secondo l’indagine AVQ Istat la quota di coloro che hanno svolto attività gratuite in associazioni è calata dal 9,8% al 9,2%. Anche sul fronte delle donazioni biologiche l’impatto della pandemia è stato preoccupante. Secondo i dati forniti dal Centro nazionale sangue, il numero di coloro che hanno donato il sangue nel 2020 è calato del 3,4% rispetto al 2019, e la quota di nuovi donatori è diminuita del 2%. Complesso anche l’impatto della pandemia sulle donazioni di organi e midollo, e si è registrato anche un lieve calo dei consensi alla donazione degli organi sui rinnovi dei documenti di identità.

Curriculum vitae, vietato sbagliare: ecco cosa inserire e cosa evitare

Il curriculum vitae è il nostro primo biglietto da visita quando vogliamo approcciare un’azienda, un responsabile delle risorse umane o un cacciatore di teste se vogliamo trovare o cambiare lavoro. In sintesi, si tratta di un documento importantissimo, che può fare la differenza fra l’ottenere un colloquio e una potenziale assunzione o invece finire cestinato. Per questo è vietato sbagliare: ecco i consigli degli esperti di InfoJobs, la piattaforma specializzata nella ricerca di lavoro online, per non farsi cogliere impreparati all’appuntamento con un possibile cambio vita professionale. La prima dritta, che può sembrare banale, è quella di averlo, il cv: innanzitutto va redatto e poi periodicamente aggiornato, seguendo qualche facile indicazione per poter emergere in fase di selezione. 

Gli elementi da valorizzare…

I responsabili delle risorse umane sono attenti anche ai dettagli. Prima di tutto, nel cv perfetto vanno inserite in modo analitico tutte le esperienze maturate, anche quelle parallele al lavoro: si sta frequentando un corso? Si svolge un’attività nel tempo libero che ci ha fatto sviluppare competenze relazionali? Ecco, vanno inserite. Allo stesso modo, andrebbero evidenziate le hard e soft skills, a maggior ragione se corrispondono alle richieste dell’offerta. E’ sempre opportuno dare il giusto valore anche al lavoro che si vorrebbe lasciare, descrivendo noi stessi in quel ruolo e il valore aggiunto che abbiamo portato. Infine, la lettera di accompagnamento va preparata con cura, al fine di valorizzarci e di farci conoscere, inserendo ciò che non trova spazio nel cv ma potrebbe essere prezioso per il selezionatore.

… e quelli da evitare

Ci sono poi degli aspetti che non andrebbero inseriti, oppure “ribaltati” a nostro favore. Ad esempio se nel nostro percorso lavorativo c’è un vuoto temporale, questo andrebbe riempito con le altre attività che abbiamo svolto in quel periodo. Per emergere fra la massa dei candidati, inoltre, il cv non dovrebbe essere standard, bensì personalizzato a seconda dell’interlocutore, in modo da adattare la descrizione di esperienze e competenze in base al ruolo per il quale ci si propone. Bocciato senza appello anche un linguaggio prolisso, così come uno eccessivamente sintetico: diciamo quello che serve in maniera chiara e completa, cercando di essere specifici ma comprensibili. No anche all’autocelebrazione e sopratutto no a espressioni gergali o a inglesismi inutili: il nostro modo di scrivere è importante e deve servire a presentarci nel modo migliore. Infine, occorre tenere bene a mente l’obiettivo, che è riuscire a farci scegliere! 

Italia ultima in Ue per l’uso dei social, manca Internet

Sembra impossibile, eppure è così: gli italiani utilizzano poco, decisamente meno rispetto alla media europea, i social network. Eppure tutti noi nella nostra percezione quotidiana abbiamo la sensazione che Facebook, Instagram, TikTok e tutte le altre piattaforme riempiano quasi ogni momento libero della giornata, e non solo di quella dei giovanissimi. A certificare questo primato in negativo è l’Eurostat nel suo “Regional yearbook 2021 edition”. Ma come è possibile che davvero l’Italia sia all’ultimo posto della classifica degli utilizzatori di social network, surclassati addirittura dalla Turchia?

Il problema fondamentale è la connessione

La spiegazione di questa posizione, però, non è certo da ricercare in un cambiamento culturale degli italiani rispetto al resto degli europei. La motivazione è molto più terra terra: nel nostro Paese esiste un ritardo nella connessione soprattutto in alcune zone. La “colpa”, quindi, è delle infrastrutture ancora poco efficienti e non nei gusti o negli hobby dei nostri connazionali rispetto agli altri cittadini del Vecchio Continente. “Le ampie differenze nei tassi di partecipazione per i social network possono, almeno in parte, essere collegate al fatto che le persone siano (o meno) connesse a Internet. Tassi di accesso a Internet relativamente bassi limiteranno, per definizione, l’uso potenziale dei social network“ spiega il report di Eurostat.

Sui social sale il target degli over 

I dati di Eurostat certificano che più della metà della popolazione adulta nella zona Ue (il 57%) ha partecipato ai social network. Il tasso di partecipazione per i giovani di età compresa tra i 16 e i 24 anni (87%) è stata quasi quattro volte superiore al tasso corrispondente agli anziani di età compresa tra i 65 e i 74 anni (22%). Tuttavia, si sottolinea come durante l’ultimo quinquennio (il 2015-2020 per il quale sono disponibili i dati) la quota di giovani che partecipano ai social network è cambiata poco o nulla. Al contrario, la percentuale di persone anziane che utilizzano queste piattaforme è quasi raddoppiata nello stesso periodo. Nella classifica l’Italia è la nazione con la minor partecipazione ai social network, il 48%.

I più social? Gli islandesi

Tra i paesi europei più “social addicted” spiccano l’Islanda (94%), seguita da Norvegia (88%) e Danimarca (85%). Le ampie differenze nei tassi di partecipazione ai social sono in parte legate al fatto che le persone siano o meno connesse a Internet, in zone che Eurostat definisce “regioni prevalentemente rurali o ultraperiferiche”. Nel caso dell’Italia sono il Sud e le Isole.

Nuove etichette anche per le lampadine, migliora l’efficienza energetica

Se per gli elettrodomestici la nuova etichettatura è entrata in vigore già dal primo marzo, dal primo settembre viene applicata anche alle sorgenti luminose. Le nuove etichette energetiche per gli elettrodomestici sono state introdotte in tutta Europa per offrire ai consumatori informazioni più semplici e smart, e migliorare l’efficienza energetica. Per quanto riguarda le sorgenti luminose, come appunto le lampadine, tra le maggiori novità della nuova etichetta c’è il ritorno a una classificazione più semplice, con la scala di 7 classi di efficienza energetica, colorata da verde a rosso, da A (migliore) a G (peggiore). Lo ricorda Selectra, il servizio gratuito che confronta e attiva le tariffe di luce, gas e internet. 

Le nuove etichette evidenziano il consumo di energia

Addio alle classi supplementari caratterizzate dal segno +, ed è previsto anche un riscalaggio periodico, ogni circa 10 anni, o quando una significativa percentuale di modelli sarà presente nelle due classi di efficienza più elevate. Per quanto riguarda le sorgenti luminose, la nuova etichetta energetica diventa obbligatoria per sorgenti luminose con o senza unità di alimentazione integrata, direzionali e non direzionali, sorgenti luminose parte di un prodotto contenitore. Oltre a mostrare il nome o il marchio del costruttore e del modello, le nuove etichette delle sorgenti luminose evidenziano il consumo di energia in kWh se accese per 1.000 ore, e riportando le classi di efficienza energetica, indicano a quale di queste appartiene il modello preso in considerazione.

Parola d’ordine, digitalizzazione

Parola d’ordine, inoltre, è ‘digitalizzazione’: viene infatti introdotto un QR code che scansionato tramite la fotocamera dello smartphone permette di conoscere informazioni supplementari sul prodotto presenti nella banca dati europea Eprel (European product registry for energy labelling).

Ma quali lampadine scegliere?

Per poter emettere luce, una lampadina consuma energia elettrica pari a quanti Watt sono necessari per attivarla, un consumo che finisce infatti direttamente in bolletta luce, alla voce ‘spesa per la materia energia’.
Ogni lampadina ha quindi una potenza espressa in Watt, alla quale sarà associato sull’etichetta un consumo in kWh per 1.000 ore di uso/accensione.

Quali fra Led, fluorescenti o alogene? 

Una lampadina Led, ad esempio, ha un consumo di circa 35 kWh/anno e un costo medio in bolletta di 7 euro/anno. Tale lampadina, con la nuova etichettatura, sarà inserita in classe D o E, a seconda delle prestazioni specifiche. Consumi appena superiori ha una lampadina fluorescente, che con 41 kWh/anno e 8 euro/anno in bolletta finirà in classe F. Un modello alogeno arriva invece a consumare 123 kWh/anno, facendo salire il costo medio in bolletta a 25 euro: tale lampadina finirà in classe G. Senza considerare le lampadine a incandescenza (ormai fuori commercio) che con un consumo di 175 kWh/anno avrebbero portato il costo medio in bolletta a 35 euro/anno.