Elettricità: l’Italia accorcia la distanza con l’Europa

Nel 2024, in 10 Paesi europei i prezzi dell’energia elettrica sono aumentati mentre in 17 sono diminuiti, tra cui Italia (-8%) e Lussemburgo (-33%).
Dopo un 2023 caratterizzato dagli strascichi della crisi energetica con rincari generalizzati dei prezzi medi per i consumatori domestici in tutta l’Unione, nel 2024 il permanere di uno scenario internazionale complesso ha avuto come conseguenza significativi divari in Europa.

Di conseguenza sono stati adottati, rimodulati o sospesi interventi pubblici per il contenimento dei costi dell’energia.
In Italia, le misure straordinarie 2022-2023 si sono man mano esaurite con il ripristino delle aliquote IVA ordinarie sul gas e il progressivo ritorno alle condizioni ordinarie dei bonus sociali.

Scendono i prezzi lordi, ma le famiglie continuano a pagare di più

Nonostante le forti differenze tra i singoli Paesi, il prezzo medio ponderato dell’energia elettrica nell’Area euro rimane invariato (+0,2%. 31,04 c€/kWh). L’Italia è tra i Paesi che hanno sperimentato la riduzione maggiore dei prezzi lordi per clienti domestici, scesi da 38,64 a 35,7 c€/kWh, per una riduzione pari al 15% (24,7% nel 2023) del differenziale rispetto alla media europea.

Quanto ai prezzi netti (senza oneri e imposte) in Italia risultano del +14% superiori alla media (25,92 c€/kWh vs 22,73 c€/kWh) nonostante le riduzioni registrate dalla componente energia (-21%) e i costi di rete.
I prezzi finali pagati dalle famiglie italiane continuano a essere penalizzati dalle componenti di oneri, imposte e tasse, il cui incremento del 28% annulla le riduzioni registrate dalla componente energia e i costi di rete.

Colpa della componente fiscale elevata

Nel confronto internazionale, la componente fiscale italiana risulta la più elevata, superiore a quella di Francia (+51%), Spagna (+36%), e della media dell’Area euro (+18%).
Guardando alle classi di consumo, il differenziale dei prezzi italiani con quelli tedeschi nel 2024 risulta negativo in tutte le classi, mentre rispetto alla Francia, sebbene in riduzione rispetto al 2023, rimane positivo in tutte le classi.

Anche rispetto alla Spagna il differenziale è positivo e crescente per tutte le classi.
In Italia i consumi di energia elettrica sono comunque aumentati del 2,3%. La ripresa ha interessato quasi tutti i settori eccetto l’industria (-0,5%).

Aumenta la produzione da rinnovabili: +14,9%

La domanda italiana è stata soddisfatta per l’83,7% dalla produzione nazionale netta (escludendo l’energia destinata ai pompaggi) e per il restante 16,3% dal saldo con l’estero.
La produzione nazionale lorda è cresciuta del 3,2% e si attesta a 273,3 TWh con le rinnovabili ancora in aumento (+14,9%).

La spinta proviene principalmente dell’aumento nella produzione idroelettrica (+30,2%), che con 52,8 TWh è tornata ad avvicinarsi ai massimi degli ultimi dieci anni, che compensano il calo del termoelettrico (-6%).
Inoltre, per il terzo anno di seguito sono stati registrati oltre 351 eventi meteo estremi che hanno causato più danni (stesso livello del 2023) rispetto ai 60 del 2015.
Tra gli eventi catastrofici del 2024 spiccano le due nuove alluvioni in Emilia-Romagna in settembre e ottobre.

Sicurezza: calano i furti e le aggressioni, aumentano le frodi online

Buone notizie per quanto riguarda la sicurezza del nostro Paese? Sì, ma con qualche ombra. Se è infatti vero che negli ultimi anni i reati contro la persona e la proprietà sono diminuiti in modo significativo, è altrettanto vero che sono “esplose” altre tipologie di crimine.

Secondo l’indagine Istat sulla sicurezza dei cittadini (2022-2023), rispetto alla precedente rilevazione 2015-2016 si registra infatti un calo generalizzato di furti, rapine, aggressioni e borseggi. In netta controtendenza, invece, crescono le truffe informatiche legate all’uso di strumenti bancari digitali.

Diminuiscono i reati “tradizionali” 

Il numero di famiglie vittime di furti in casa è crollato dall’1,8% allo 0,6%, mentre i furti di auto e camion sono passati da 1,5 a 0,7 ogni 100 famiglie. Anche i borseggi sono diminuiti (dall’1,6% all’1%) così come le rapine (dallo 0,5% allo 0,2%). Solo gli scippi risultano stabili (0,7%).

La percentuale di cittadini vittime di reati contro la persona – come minacce e aggressioni – è in discesa: l’1,3% della popolazione ha dichiarato di aver subito episodi di questo tipo, contro il 2,3% rilevato sette anni fa.

Boom di truffe online legate ai conti correnti

Se i reati “fisici” sembrano in ritirata, quelli digitali crescono. Circa 1,7 milioni di italiani sono stati vittime di truffe online, in particolare tramite operazioni bancarie sospette. Le frodi che colpiscono direttamente i conti correnti digitali sono aumentate del 74% rispetto al 2015-2016, anche in virtù della maggiore diffusione dei servizi bancari online (+25%).

Le clonazioni di carte di credito restano stabili (1,1%), ma preoccupano le sottrazioni di denaro via home banking. Oltre il 44% delle vittime se ne accorge consultando l’estratto conto, mentre una su cinque scopre la truffa solo dopo il blocco della carta.

Sicurezza percepita e fattori di rischio

Il rischio di subire un reato resta più alto nei grandi centri urbani e per chi utilizza abitualmente i mezzi pubblici: i borseggi colpiscono il 2,8% degli utenti quotidiani, cinque volte di più rispetto a chi non li usa. Giovani adulti e uomini sono più esposti ad aggressioni, mentre le minacce colpiscono maggiormente le giovani donne.

Matrimoni: oltre 15.000 coppie straniere scelgono l’Italia per dire “sì”

Quello del destination wedding è un fenomeno in costante crescita, che in Italia genera valore e occupazione. Il giro d’affari stimato supera infatti 930 milioni di euro, con circa 2,6 milioni di presenze turistiche collegate agli eventi nuziali.
L’Italia si conferma la regina del destination wedding: nel 2024 oltre 15.000 coppie straniere hanno scelto il Bel Paese per coronare il proprio sogno d’amore, segnando un +11,4% rispetto al 2023.

Le mete più amate? Restano la Toscana, la Costiera Amalfitana, il Lago di Como, la Puglia e la Sicilia, e l’intramontabile Roma.
Ma cresce la tendenza a esplorare nuovi scenari, come borghi, campagne e destinazioni emergenti, soprattutto nel Sud del Paese e nelle aree rurali.

Le mete più gettonate

Il turismo matrimoniale si rivela strategico per il sistema Paese, coinvolgendo strutture ricettive, ristorazione, ville storiche, atelier, fotografi, wedding planner e artigiani.
La spesa media per evento supera 61.000 euro, di cui la fetta crescente, circa il 46%, viene affidata a professionisti del settore.

Le regioni italiane più gettonate sono la Toscana, scelta per celebrare il 21% delle nozze, la Lombardia, in particolare, il Lago di Como, e poi Campania (Costiera Amalfitana, Capri, Sorrento), Puglia (masserie e borghi), Sicilia (nuova protagonista), e Lazio (Roma).
Il Centro Italia rappresenta la macro-area più richiesta nel 2024 (31,3%), seguita da Sud e Isole (29,3%), Nord-Ovest (22,9%) e Nord-Est (16,5%).

Chi sono gli sposi?

Secondo le rilevazioni dell’Osservatorio ‘Destination Weddings in Italy’, gli americani sono in testa agli sposi stranieri in Italia, che rappresentano il 30% del totale, seguiti dagli inglesi (21%), dai tedeschi (9%) e dalle coppie provenienti da Canada, Australia, India, Emirati Arabi e Cina.

In aumento anche le cerimonie simboliche, scelte da chi desidera vivere l’esperienza italiana senza formalità burocratiche.

Stime e prospettive per il 2025 e tendenze in crescita

Secondo le stime raccolte dalla wedding planner internazionale Kathrine Brenne, fondatrice di Amore Wedding Italy, nel 2025 si potrebbero superare i 16.000 matrimoni con sposi stranieri, per un indotto complessivo destinato a sfiorare il miliardo di euro.
Insomma, le prospettive per il destination wedding restano positive. Il 43% degli operatori prevede un’ulteriore miglioramento degli affari, seppur con percentuali più contenute.

Quanto alle tendenze per il prossimo anno, si prospettano eventi fuori stagione, matrimoni ecosostenibili, esperienze autentiche e sempre più personalizzate, e nuove destinazioni emergenti. Soprattutto nel Sud Italia.
È una trasformazione che parla di amore, ma anche di un’Italia capace di accogliere e rinnovarsi.

Novel Food: italiani divisi tra voglia di futuro e amore per la tradizione

Il rapporto degli italiani con i novel food, i cibi innovativi come carne coltivata in laboratorio, proteine derivate da insetti, alghe, meduse e altri prodotti nati dalla ricerca scientifica e dal bisogno di sostenibilità, suscitano curiosità ma anche cautela.

Solo il 23% degli italiani si considera informato sul tema. La conoscenza è distribuita in modo omogeneo tra uomini e donne, senza particolari differenze tra fasce d’età, ma emerge con maggiore intensità tra i giovani dai 18 ai 34 anni, che si distinguono anche per apertura e sperimentazione.
A raccontarlo è la ricerca condotta da BVA Doxa, che ha esplorato la conoscenza, la propensione al consumo e le barriere percepite rispetto al novel food.

Un potenziale interessante, ma molte resistenze

Il 40% degli italiani sarebbe disposto a provare i novel food, anche se ‘dipende dal tipo di alimento’. Solo una minoranza (9%) è pronta a provarli subito, mentre il resto esprime dubbi o contrarietà.
I 18-34enni sono i più aperti alla sperimentazione, mentre gli over55 evidenziano un forte attaccamento alla cucina tradizionale.
Il principale ostacolo all’accettazione del novel food è proprio il forte legame con la tradizione alimentare.

Per il 39% degli italiani, il fatto che questi cibi siano ‘estranei’ alla cultura gastronomica nazionale riduce la disponibilità a provarli, mentre per il 34% l’innovazione alimentare può avere un impatto positivo sulla dieta.
Tra le motivazioni che ne scoraggiano il consumo, la diffidenza verso sapori sconosciuti e il timore per gli effetti sulla salute.

I driver dell’adozione: gusto, salute, sostenibilità

Gusto gradevole, benefici per la salute, impatto ambientale positivo e prezzo conveniente potrebbero convincere gli italiani a includere il novel food nella dieta.

I cibi innovativi che incuriosiscono di più? Carne vegetale, alghe, meduse.
Questi risultano più accettati rispetto, ad esempio, alla carne sintetica. E gli uomini e gli italiani fino a 54 anni sono i più predisposti alla sperimentazione.
In termini di esperienza diretta, i cibi plant-based, funzionali e sostenibili sono già stati introdotti nella dieta di una parte della popolazione, in particolare da donne e giovani.

Prezzo e carovita: due ostacoli economici

Il 36% degli italiani riconosce poi che il novel food può contribuire alla sostenibilità ambientale, percentuale che cresce tra i più giovani e tra coloro che si dichiarano sensibili ai temi ecologici.

Ma nonostante l’interesse, la propensione a spendere di più per alimenti legati alle nuove tendenze resta bassa. Solo 1 italiano su 4 sarebbe disposto a farlo, e solo a seconda del tipo di prodotto.
Il contesto economico incide fortemente sulle scelte alimentari. Il 49% degli italiani ha modificato le proprie abitudini negli ultimi 12 mesi a causa dell’aumento dei prezzi, acquistando prodotti in promozione, preferendo marche economiche o private label, frequentando i discount, e riducendo il consumo di cibi costosi, come pesce, carne e dolci e dei pasti fuori casa.

Identità italiana nella spesa: vale 11,4 miliardi, ma calano vendite e volumi

Tra le oltre 138 mila referenze analizzate e digitalizzate dal servizio Immagino di GS1 Italy Servizi, l’Osservatorio Immagino ha individuato 26.411 prodotti alimentari sulle cui etichette compare un claim, un’immagine o un’indicazione geografica, come Dop o Igp, che ne esprime l’italianità.
Nell’arco di 12 mesi l’offerta di prodotti alimentari confezionati che sull’etichetta richiamano l’identità italiana o regionale, però, è diminuita del -2,0%.

Anche i volumi venduti sono calati (-2,0%). Al contrario, il giro d’affari è salito del +2,1%, avvicinandosi a 11,4 miliardi di euro.
A rivelarlo è l’Osservatorio Immagino di GS1 Italy.

Solo i Dop sostengono il sell-out

Nei 12 mesi monitorati dall’Osservatorio tutti i claim e le indicazioni geografiche rilevati nel paniere dell’italianità hanno subìto un calo delle vendite in volume. L’unica eccezione è rappresentata dai 1.335 prodotti a Denominazione d’origine protetta (Dop), i soli a essere cresciuti non solo a valore (+3,5%) ma anche a volume (+2,1%), per un totale di oltre 723 milioni di euro di sell-out.

Doppiamente negativo, invece, l’andamento per i 1.222 prodotti a Indicazione geografica protetta (Igp), che hanno perso il -0,5% a valore e il -2,2% a volume. Analogo il trend dei 932 vini a Indicazione geografica tipica (Igt), le cui vendite sono diminuite del -0,9% a valore e del -7,7% a volume.

Le “tradizioni regionali” incassano più di 3 miliardi

E se l’affermazione dell’identità italiana resta affidata soprattutto alla presenza in etichetta della bandiera tricolore (16,3% dei prodotti, per un totale di 15.414 referenze), sempre più spazio è occupato da alimenti e bevande che rivendicano l’appartenenza alle varie tradizioni regionali.

L’Osservatorio ne ha individuati 10.294 (10,9% del totale) che in super e ipermercati hanno incassato oltre 3 miliardi di euro.
Rispetto all’anno precedente, il giro d’affari è lievemente aumentato (+0,7%) mentre i volumi sono diminuiti di -2,6%.

Crescono Puglia, Liguria, Veneto, Basilicata, Abruzzo

La sostanziale stabilità degli incassi a fronte di un calo dei volumi venduti accomuna la maggior parte dei panieri regionali. Fanno eccezione Puglia, Liguria, Veneto, Basilicata e Abruzzo, che hanno registrato una buona crescita del giro d’affari, mentre Molise, Valle d’Aosta e Sardegna sono riuscite a far crescere le vendite anche a volume.

La classifica per giro d’affari sviluppato in supermercati e ipermercati vede confermato il podio dell’edizione precedente dell’Osservatorio: primo posto per il Trentino-Alto Adige, con oltre 392 milioni di euro, secondo per la Sicilia, con 377 milioni di euro, e terzo per il Piemonte, con 319 milioni di euro.

La natura ci parla, impariamo ad ascoltarla: in che modo ci fa bene?

Ogni anno, il 22 aprile, il mondo celebra la Giornata della Terra, un appuntamento pensato per ricordarci quanto la natura sia centrale per la nostra esistenza. Non si tratta solo di alberi, prati e montagne: il rapporto con l’ambiente incide sul nostro benessere fisico, sul nostro equilibrio mentale e sulla qualità della vita quotidiana.

Stare più spesso all’aria aperta, infatti, migliora la salute, ma anche la nostra sensibilità ecologica. È da questo legame profondo tra essere umano e ambiente che può nascere una vera cultura della sostenibilità.

Il contatto con il verde non è ancora un diritto universale

Una grande indagine internazionale, condotta dalla rete WIN su 34.946 persone in 39 Paesi, mostra come non tutti nel mondo abbiano lo stesso accesso alla natura. Il 47% degli intervistati dichiara di trascorrere molto tempo in ambienti naturali, ma ben il 25% ci va raramente.

Tra i fattori che influenzano questa disparità ci sono l’istruzione, la condizione lavorativa e l’età. Le persone con un’educazione superiore sono più inclini a cercare il contatto con la natura rispetto a chi ha un basso livello di istruzione. Anche i pensionati e le persone con disabilità risultano tra i gruppi più vicini al verde, mentre studenti e casalinghe lo frequentano meno.

Italia: grande impegno personale, poca fiducia nelle istituzioni

Nel nostro Paese, riportano i dati raccolti da Bea Doxa, circa il 16% della popolazione dichiara di vivere regolarmente esperienze a contatto con la natura. A livello geografico, il Nord mostra una maggiore frequentazione di spazi verdi rispetto al Sud e alle isole.

Gli italiani, però, si distinguono per l’alto grado di responsabilità individuale: oltre l’86% ritiene che le azioni personali possano contribuire in modo concreto alla tutela ambientale. Allo stesso tempo, prevale il pessimismo sull’efficacia delle politiche pubbliche: solo il 4,7% pensa che i governi stiano facendo abbastanza.

La salute fiorisce all’aperto

Il legame tra tempo trascorso nella natura e benessere percepito è chiaro: chi frequenta spesso ambienti naturali si considera in salute molto più di chi lo fa raramente. Camminare, fare escursioni, prendersi cura del verde domestico sono tutte attività che fanno bene al corpo e alla mente.

Le imprese e la difficoltà della sostenibilità autentica

Chi ha un rapporto costante con la natura tende ad avere una visione più critica anche verso il mondo aziendale.
In Italia, quasi un cittadino su due (49,7%) crede che le dichiarazioni green delle imprese siano più marketing che sostanza. Solo l’11% dà fiducia piena agli sforzi sostenibili delle aziende.

Un’occasione per cambiare rotta

La Giornata della Terra non è solo una ricorrenza, ma un’occasione concreta per rivedere le nostre abitudini, mettere al centro l’ambiente e riconoscere l’impatto delle nostre scelte.
Prendersi cura della natura è un atto di cura verso noi stessi e verso le generazioni future.

Lavoro, azienda e benessere dei dipendenti: un rapporto in evoluzione

In un contesto economico e sociale in costante mutamento, come si pongono di fronte alle necessità del welfare le aziende e i lavoratori italiani? Risponde il rapporto Censis-Eudaimon, giunto alla sua VIII edizione: oggi la serenità e il benessere psico-fisico dei lavoratori rappresentano un obiettivo primario, raggiungibile solo tramite l’offerta di servizi sempre più personalizzati e personalizzabili.

Al centro di questa nuova prospettiva si colloca la ricerca di un benessere olistico, in cui coesistono salute fisica e mentale. La conquista e la tutela del benessere soggettivo sono infatti diventate sempre più prioritarie, influenzando radicalmente le aspettative nei confronti del lavoro e delle aziende.

Cosa evoca nei lavoratori la parola “benessere”?

In primo luogo, salute (63,2%), poi tranquillità (42,4%) ed equilibrio (34,4%).
È quindi evidente che le dimensioni psicologiche e mentali affiancano ormai il la salute fisica, divenendo aspetti complementari
Si registra anche un interesse per la consapevolezza di sé (11,3%) e per pratiche come la meditazione e la mindfulness.

Rispetto al passato, insomma, i componenti materiali del benessere, come ricchezza (8,6%) e agiatezza economica (7,5%), appaiono meno centrali.
I lavoratori valutano con rigore i diversi aspetti del lavoro, in relazione al contributo o meno al proprio benessere psico-fisico. Tanto che l’83,4% dei dipendenti considera una priorità il contributo del lavoro al benessere olistico. Una convinzione trasversale a diverse categorie professionali.

Il peggioramento del welfare come protezione dai rischi sociali

Poiché il desiderio di benessere è sfaccettato e trasversale e si traduce in richieste diversificate, le imprese non possono più considerare solo i lavoratori con esigenze specifiche
Un elemento cruciale che influenza negativamente il benessere soggettivo dei lavoratori è la crisi del sistema di welfare tradizionale. Rispetto a quattro anni fa, il 32,9% dei lavoratori dipendenti percepisce infatti un peggioramento della rete di protezione dai rischi sociali.

Le preoccupazioni per il futuro sono significative: solo il 4,3% ritiene che il sistema di welfare pubblico garantirà la copertura dei bisogni essenziali. Un’incertezza che rovescia sui lavoratori disagio, stress e preoccupazioni. Ma in presenza di problemi di salute o disagio il 41,8% dei dipendenti non sa a chi rivolgersi.

Verso un “Hub del benessere”

Attivare e trattenere lavoratori (e talenti) richiede alle aziende di elaborare soluzioni che associno benessere psico-fisico dell’individuo e senso di appartenenza all’azienda.
In questo scenario, diventa vitale per le risorse umane, HR manager e stakeholder, cogliere la profondità di questo cambiamento e rispondere in modo efficace alla necessità personalizzata di benessere dei lavoratori.

Solo le aziende che sapranno utilizzare la giusta piattaforma di welfare, e che evolveranno verso un modello di ‘Hub del benessere’ per supportare i propri dipendenti nella loro totalità, saranno in grado di costruire un rapporto di fiducia, coinvolgimento e motivazione duraturo.

Medicinali omeopatici: oltre 18 milioni di italiani li hanno utilizzati nel 2024

La conferma arriva dall’indagine ‘Scenario e consumatori di Medicinali Omeopatici 2025’, condotta da Eumetra per Omeoimprese: Il 98% degli italiani conosce i medicinali omeopatici, e il 66% li ha acquistati almeno una volta nella vita. Solo nell’ultimo anno, oltre 18 milioni di italiani (37%) hanno utilizzato medicinali omeopatici.
Un dato che indica un trend positivo e una fiducia crescente verso i prodotti omeopatici, considerati da molti un valido supporto alla salute.

Secondo l’indagine, l’omeopatia viene utilizzata principalmente per trattare sintomi influenzali, raffreddore e mal di gola, insonnia e stress, prevenzione e rafforzamento del sistema immunitario, dolori muscolari e articolari, disturbi gastro-intestinali.
Tra i fattori che spingono a scegliere l’omeopatia, la naturalità (54%), la sicurezza e l’assenza di effetti collaterali (42%) e la capacità di rafforzare il sistema immunitario (33%).

Medici di base e farmacisti guidano la scelta dei pazienti

Nel guidare le scelte dei pazienti, l’elemento centrale è rappresentato dai professionisti della salute. Il 44% degli utilizzatori di omeopatia ha ricevuto una prescrizione dal proprio medico di base o pediatra, mentre il 52% ha acquistato su consiglio del farmacista.
Il 31% del campione, però, ha espresso il desiderio di ricevere maggiori informazioni sui medicinali omeopatici, un dato che sale al 49% tra chi li ha utilizzati negli ultimi sei mesi.

Secondo gli intervistati, nel 54% dei casi il medico di base è il professionista della salute più indicato a fornire queste informazioni, il 40% riconosce questo ruolo al medico esperto in omeopatia, il 34% allo specialista e il 39% al farmacista.
Ma gli italiani si aspetterebbero di ricevere queste informazioni anche dalle strutture sanitarie pubbliche (27%) e dalle autorità sanitarie (26%).

L’identikit dell’utilizzatore omeopatico

L’esigenza di ricevere maggiori informazioni sui medicinali omeopatici da parte dei pazienti è legata anche alla mancanza di indicazioni terapeutiche nelle confezioni e sul foglietto illustrativo. Un’anomalia che tra tutti i Paesi europei riguarda solo l’Italia.

Ma chi sono i consumatori di medicinali omeopatici? La maggior parte appartiene alla fascia d’età 35-55 anni (72%), risiede prevalentemente nel Nord-Est e nel Centro Italia, con un picco in Toscana (75%) e ha figli (71%), a testimonianza di come l’omeopatia sia spesso una scelta che coinvolge il benessere dell’intero nucleo familiare.
Inoltre, è un target più femminile (60% vs 40% maschi), trasversale per età e area geografica, che mostra elevata soddisfazione nell’utilizzo, sia individuale sia per i membri della famiglia.

Canali di acquisto: il 92% preferisce la farmacia “fisica”

Nonostante la digitalizzazione abbia avuto un impatto significativo anche sul settore farmaceutico, per gli acquisti il 92% degli acquirenti continua a preferire il canale fisico delle farmacie e parafarmacie sul territorio. Gli acquirenti infatti esprimono necessità di un confronto diretto con il professionista della salute e del valore di un consiglio competente per questa tipologia di farmaci.

Tuttavia, l’online sta guadagnando terreno. Il 21% degli utilizzatori ha comprato almeno una volta su Internet, sebbene gli acquirenti esclusivi online siano ancora una minoranza (6%), che non va a sostituirsi con chi predilige un rapporto diretto con il farmacista.

Reddito e famiglie: tra il 2021 e il 2023 cresce in tutte le province, ma al Nord di più

Tra il 2021 e il 2023 cresce il reddito disponibile delle famiglie in ogni provincia italiana, anche se a un ritmo assai differente tra il Nord e il resto del Paese.
I venti di crescita soffiano forti dalle Alpi (+13,4% le province alpine), ma perdono forza scendendo lungo lo Stivale (+11,2% il resto delle province).

Sondrio (+17,0%), Belluno (+15,4%) e Imperia (+15,1%) registrano gli aumenti più consistenti rispetto alla media italiana (+11,3%), conquistando la vetta della classifica provinciale., mentre fanno più fatica soprattutto le famiglie del Centro Italia (+10,3%). Roma (+9,5%) si colloca appena al 94° posto.
Emerge dall’analisi di Unioncamere-Centro Studi Guglielmo Tagliacarne sulle capacità di spesa della popolazione residente in Italia.

“La geografia dei redditi è più democratica rispetto a quella della produzione”

“La geografia dei redditi delle famiglie delinea un quadro che possiamo definire più ‘democratico’ rispetto a quello della produzione – sottolinea il direttore generale del Centro Studi Tagliacarne, Gaetano Fausto Esposito -, perché le distanze territoriali appaiono meno accentuate. Mentre per il valore aggiunto pro-capite la distanza tra la prima provincia e l’ultima è di 3,6 volte, questa differenza si riduce a 2,4 volte per il reddito disponibile”.

Questo dipende anche dai trasferimenti pubblici, che nel Mezzogiorno incidono per il 40% contro il 35% della media italiana.
Ma se al Sud la dinamica delle retribuzioni da lavoro dipendente riflette la crescita economica rilevata negli anni più recenti, le retribuzioni per dipendente restano inferiori di circa il 15% rispetto la media nazionale.

Retribuzioni non allineate con il potere d’acquisto

A contribuire alla crescita del reddito disponibile è soprattutto la componente legata al reddito da lavoro dipendente, aumentata dell’11,8% tra il 2021 e il 2023 a fronte dell’11,3% del reddito complessivo disponibile.
In 55 province su 107 il reddito da lavoro dipendente è cresciuto più di quello disponibile, un dato attribuibile soprattutto alla crescita della platea degli occupati (+850mila unità nel triennio).

Tutto ciò, comunque, non riesce a recuperare la perdita del potere d’acquisto generato dall’inflazione, arrivata a +14,2%.
Aumenti più consistenti del reddito da lavoro dipendente si registrano al Mezzogiorno (12,5%), in particolare in Abruzzo (+14,2%) e Sicilia (+13,8%). Il Centro mostra, anche in questo caso, una minore velocità (10,8%).

Milano, Bolzano, Monza Brianza sul podio per reddito pro-capite

Tra il 2021 e il 2023 restano saldi sul podio per reddito disponibile pro-capite Milano, con 34.885 euro, Bolzano ( 31.160) e Monza e della Brianza (29.452). Sul fronte opposto, Foggia scivola all’ultima posizione, con 14.554 euro a testa, penultima Caserta (14.683) e terzultima Agrigento (14.802).

Consistenti variazioni positive di posizione si rilevano soprattutto a Belluno, che guadagna 10 posizioni collocandosi al 23°, Sondrio, che ne scala 9 (43°) e Venezia, che ne recupera 7 (27°).
Sul fronte opposto, Pordenone, che retrocede di 10 ‘gradini’, classificandosi al 25° posto, Udine )-9, 36°) e Trieste (-8, 18°).

Mercato immobiliare, le donne guidano la scelta della casa in Italia

Sono sempre più le donne a guidare la scelta di un acquisto immobiliare in Italia. Lo rivela Gate-away.com, il portale specializzato nella vendita di immobili italiani a clienti stranieri, che ha condotto un’indagine esclusiva sul tema.

Il report evidenzia come le acquirenti non solo partecipino al processo decisionale, ma spesso siano le principali artefici delle scelte immobiliari, con un’attenzione particolare a design, comfort e qualità della vita.

Chi decide l’acquisto? 

L’analisi condotta su oltre 70.000 utenti della newsletter di Gate-away.com rivela dati sorprendenti: nel 48,23% dei casi, è la donna a prendere la decisione finale sull’acquisto di una casa in Italia.
Quando si tratta di coppie, il 51,77% afferma di valutare la scelta insieme, ma è chiaro che la voce femminile ha un peso determinante nelle transazioni immobiliari.

Le esigenze al femminile

Oltre alla decisione d’acquisto, le donne influenzano fortemente la gestione degli spazi domestici. Il 38,30% delle intervistate riconosce che il proprio ruolo nella vita familiare incide sulla scelta della casa, contro appena il 16,30% degli uomini. Inoltre, il 13,47% delle donne dichiara di occuparsi prevalentemente della disposizione degli ambienti e dell’arredamento, mentre tra gli uomini questa percentuale scende al 7,40%.

Un altro aspetto fondamentale riguarda gli spazi esterni: il 74,47% delle donne considera indispensabile avere un giardino o una terrazza, una preferenza che si riduce al 65,93% tra gli uomini. Questo dato dimostra una maggiore attenzione delle acquirenti femminili al benessere abitativo e alla connessione con la natura.

Un segnale che gli operatori non possono ignorare

La crescente influenza delle donne nel settore immobiliare è un segnale che gli operatori non possono ignorare. Annalisa Angellotti, co-fondatrice di Gate-away.com e Chief Happiness Officer dell’azienda, sottolinea l’importanza di comprendere le esigenze di questa fascia di acquirenti.

“Molte donne straniere non cercano solo una casa, ma un luogo che rappresenti un investimento sicuro e un miglioramento della qualità della vita,” afferma Angellotti. “Per questo, è essenziale che il mercato immobiliare sappia rispondere a queste necessità con un’offerta sempre più personalizzata e inclusiva”.