Quali sono i grandi brand più colpiti dal phishing?

Una recente ricerca di Kaspersky, che ha esaminato 25 grandi aziende globali, ha rivelato che Google, Facebook e Amazon sono i marchi più frequentemente presi di mira dagli attacchi di phishing. Questo tipo di attacco, finalizzato al furto di credenziali e dati sensibili, è aumentato di quasi una volta e mezzo rispetto all’anno precedente.

Durante il primo semestre del 2024, gli utenti hanno tentato di accedere a siti fraudolenti che imitavano questi brand quasi 26 milioni di volte, segnando un incremento del 40% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Gli esperti attribuiscono questo aumento non solo alla maggiore aggressività dei cybercriminali, ma anche all’intensificazione degli sforzi per rubare dati personali e denaro.

I colossi sotto attacco  

Google è stato il marchio più colpito, con oltre 4 milioni di tentativi di phishing bloccati dalle soluzioni di sicurezza di Kaspersky. I criminali informatici cercano spesso di sottrarre credenziali di accesso a Google per poter accedere a una serie di altri servizi collegati. Al secondo posto si trova Facebook, con circa 3,7 milioni di tentativi di phishing, seguito da Amazon con circa 3 milioni. Microsoft e DHL completano la lista dei primi cinque marchi bersagliati, con rispettivamente 2,8 e 2,6 milioni di attacchi. Altri marchi noti, come PayPal, Mastercard, Apple, Netflix e Instagram, sono anch’essi tra i primi dieci obiettivi dei cybercriminali.

Minacce sempre più insistenti 

Alcuni marchi hanno visto un incremento significativo degli attacchi rispetto all’anno precedente. Gli attacchi contro Google sono aumentati del 243%, mentre quelli contro Mastercard sono cresciuti del 210%. Anche Facebook e Netflix hanno registrato un raddoppio degli attacchi. Olga Svistunova, Security Expert di Kaspersky, ha sottolineato come il phishing sia particolarmente efficace contro Google, dato che l’accesso a un account Gmail può aprire la porta a molti altri servizi.

Gli attacchi contro Mastercard, invece, sono probabilmente aumentati a causa della diffusione di negozi online falsi che offrono opzioni di pagamento con carte Mastercard.

Come strutturare un piano di difesa

Mentre alcuni brand come Microsoft e DHL hanno registrato un calo dei tentativi di phishing, attribuito a una maggiore consapevolezza digitale nelle organizzazioni, altri marchi hanno visto un aumento significativo degli attacchi. HSBC, ad esempio, ha notato un incremento di otto volte nel numero di tentativi di phishing, mentre eBay ha registrato un aumento di tre volte. Anche Airbnb, American Express e LinkedIn hanno segnalato un aumento dei tentativi di phishing rispettivamente del 174%, 137% e 122%.

Come proteggere il proprio brand 

Sebbene i marchi più noti siano i primi bersagli dei cybercriminali, anche le piccole e medie aziende possono essere prese di mira. Per proteggere il proprio brand, Kaspersky consiglia di monitorare regolarmente la presenza online sui motori di ricerca, social media e marketplace. È utile affidarsi a un fornitore di cybersicurezza per individuare tempestivamente i tentativi di phishing.

È importante anche informare i propri clienti sui canali di comunicazione ufficiali e sui rischi di phishing, specialmente per le aziende del settore finanziario o altri ambiti sensibili. In caso di phishing, raccogliere dettagli sui siti fraudolenti e segnalarli immediatamente alle autorità competenti. Incoraggiare inoltre i clienti a segnalare attività sospette può aiutare a identificare e neutralizzare le minacce rapidamente.

Stress management: i consigli per trasformare lo stress in energia positiva

Gestire lo stress non è solo una raccomandazione, ma una skill sempre più necessaria e richiesta nel mondo del lavoro. Per questo, Cegos ha individuato alcune Best Practice per trasformare lo stress da leva negativa a punto di forza.

La prima è quella di rilassarsi per contrastare la pressione, magari attraverso tecniche benefiche fisiche o mentali, mentre la seconda è riconoscere i fattori di tensione da digitalizzazione. La costante reperibilità e il sovraccarico di informazioni possono infatti causare stress. Identificare le fonti di tensione, cercando maggior equilibrio e supporto fra colleghi, può migliorare benessere generale e produttività.

Lo stress è una tensione fisica e mentale che non è necessariamente negativa. Anzi, può fungere da catalizzatore e motivare ad affrontare le sfide, migliorare le prestazioni e aumentare la mental agility. Questa dimensione positiva prende il nome di ‘eustress’, mentre la connotazione negativa nello stress è chiamata ‘distress’, e a lungo termine può danneggiare l’individuo.

Lasciare la “to do list” in ufficio

Secondo Cegos, si può allenare la propria resistenza psicologica alle difficoltà per trarne energia positiva. Tecniche specifiche aiutano anche a capitalizzare il passato, guardare al futuro con ottimismo e gestire la vita in modo più positivo.
Tra i primi obiettivi da porsi, vi è quello di lasciare la ‘lista delle cose da fare’ in ufficio, tracciando una linea di demarcazione chiara tra vita professionale e privata.

Stare insieme alla famiglia è considerato un efficace antistress, e mantenere le connessioni sociali, insieme all’attività fisica, è uno dei modi migliori per rilassarsi. Accortezze come introdurre pause dal cellulare o informare il team sulle fasce orarie in cui si può essere reperibili, consentono di pianificare meglio le proprie attività e vivere pienamente il tempo che si dedica agli affetti.

Imparare a dire no per evitare sprechi di tempo

Lo smartworking ha ridotto il tempo per recarsi in ufficio e ha permesso ai lavoratori di gestire meglio il proprio work-life balance. Tuttavia, questa possibilità richiede una certa disciplina per mantenere un confine ben delineato tra lavoro e privato.

Attività ludiche e sportive possono poi aiutare a calmare i nervi e i pensieri negativi. È importante, però, avere anche periodi di riposo e divertimento: noia e inazione stimolano la creatività, fondamentale per risolvere problemi quotidiani più o meno complessi.
Inoltre, l’organizzazione del time management aiuta a pianificare appuntamenti privati e professionali, riducendo la pressione. Sapere quando dire ‘no’ contribuisce a evitare sprechi di tempo e godersi quello libero.

Il pericolo del bore-out

Quando si è stanchi di non essere adeguatamente riconosciuti e ricompensati è importante richiedere un confronto chiarificatore con i superiori. Anche svolgere attività inferiori al proprio potenziale può essere pericoloso quanto lo stress costante. Questo fenomeno, noto come bore-out, può causare insoddisfazione, svogliatezza e depressione.

Ultimo consiglio, riporta Adnkronos: è importante condividere esperienze con persone che la pensano allo stesso modo, o disposte a capitalizzare eventuali divergenze di pensiero, per identificare i momenti di stress e trovare soluzioni costruttive. Evitando lamentele, e avendo sempre l’obiettivo di migliorare il proprio benessere, si contribuisce a un ambiente di lavoro più positivo e produttivo per tutti.

Mercato del lavoro: i contratti previsti a luglio e nei mesi estivi dalle imprese

Sono oltre 507mila i contratti di assunzione offerti dalle imprese a luglio, e 1,3 milioni nel trimestre luglio-settembre. La domanda di lavoro risulta in contrazione di circa 78mila contratti rispetto a luglio 2023 (-13,3%) e -156mila per il corrispondente trimestre 2023 (-10,6%).

Nel complesso, l’industria ha in programma di assumere circa 135mila profili nel mese (-15mila, -9,8% rispetto al 2023) e 371mila nel trimestre (-34mila, -8,3%). Il comparto del manifatturiero, in particolare, ricerca circa 88mila lavoratori nel mese e 236mila nel trimestre.
A delineare lo scenario del mercato del lavoro nel mese di luglio 2024 è il Bollettino del Sistema informativo Excelsior, realizzato da Unioncamere e Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali.

L’offerta dei vari settori

Le industrie della meccatronica ricercano 21mila lavoratori nel mese e 59mila nel trimestre, seguite dalle industrie alimentari, delle bevande e del tabacco (20mila, 48mila) e da quelle metallurgiche e dei prodotti in metallo (15mila, 42mila).

In calo anche la domanda di lavoro proveniente dal comparto delle costruzioni, che si attesta su quasi 47mila assunzioni a luglio (-10mila, -18,2%) e circa 135mila nel trimestre (-23mila,-14,8%).
Sono invece 373mila i contratti di lavoro offerti dal settore dei servizi nel mese in corso (-63mila, -14,5%) e circa 949mila quelli previsti tra luglio-settembre (-122mila, -11,4%).

Mancano candidati o non sono preparati

Nonostante la flessione (-45mila nel mese e -86mila nel trimestre) è il turismo a offrire le maggiori opportunità di impiego, con circa 125mila lavoratori ricercati nel mese e 265mila nel trimestre. Numerose anche le opportunità di lavoro offerte dal commercio (69mila, 180mila) e dai servizi alle persone (60mila, 185mila). 

Le imprese dichiarano però difficoltà di reperimento per oltre 245mila assunzioni a luglio (48,4% del totale), confermando come causa prevalente la ‘mancanza di candidati’ (32,3%) o la ‘preparazione inadeguata’ (12,7%).
I gruppi professionali con mismatch più elevato sono gli operai specializzati (65,7%), le professioni tecniche (54,3%), i dirigenti e le professioni intellettuali, scientifiche e con elevata specializzazione (51,1%).

In Lombardia -10mila assunzioni programmate

Nel mese, a livello territoriale, sono in calo di oltre 24mila unità le assunzioni programmate dalle imprese del Centro e di circa 24mila unità per quelle del Nord-Est.
Tra le regioni che registrano le più ampie flessioni, Lombardia (-10mila), Toscana (-9mila), Veneto ed Emilia-Romagna (entrambe circa -9mila) e Lazio (oltre -8mila).

In calo rispetto allo scorso anno lanche a domanda di lavoratori immigrati, con circa 97mila ingressi programmati nel mese (19,0% del totale).
Il tempo determinato si conferma la forma contrattuale maggiormente proposta (304mila unità, 59,9% del totale), seguiti dai contratti a tempo indeterminato (92mila, 18,1%, +1,5% vs luglio 2023). 

Saldi estivi: come fare affari senza brutte sorprese?

Si è aperta ufficialmente la stagione estiva della caccia ai saldi. Ma, per fare acquisti davvero convenienti è bene non farsi prendere dalla frenesia del momento, e fare attenzione ad alcune semplici regole per prevenire brutte sorprese. Altroconsumo ha condiviso alcuni consigli utili per fare acquisti (fisici e online) a prezzi scontati di capi di abbigliamento, dalle scarpe all’intimo, passando per i ‘must have’ della stagione.

Innanzitutto, il consiglio è di avere fatto un giro tra i negozi qualche giorno prima della data di inizio dei saldi. Ciò avrebbe permesso di capire cosa acquistare, ed essere sicuri che al momento del saldo merce e prezzo siano stati veramente scontati.

Provare sempre i vestiti prima di comprarli

Altro consiglio: si devono sempre provare i capi da acquistare. Nonostante i negozianti non siano obbligati a permettere la prova, è sempre meglio verificare la vestibilità.
Un altro punto fondamentale riguarda le etichette. È bene evitare di acquistare capi d’abbigliamento privi di etichette di composizione e manutenzione. Queste informazioni sono cruciali per sapere come trattare il tessuto, sia per la pulizia a secco sia per il lavaggio in acqua, evitando così di danneggiare il capo.

E bisogna tenere conto del fatto che il cambio dei prodotti non difettati è a discrezione del negoziante. Prima di acquistare, bisogna quindi informarsi sulle politiche di reso e di garanzia. Infatti, anche i prodotti in saldo sono soggetti a specifiche politiche di garanzia.

I prezzi esposti vincolano il venditore

Per evitare confusione e acquisti non desiderati, la merce in saldo deve essere esposta separatamente da quella non scontata.
Se questa regola non viene rispettata, il consumatore può segnalare l’irregolarità alla polizia municipale.

Per assicurarsi di acquistare capi realmente scontati, inoltre, è bene fare attenzione a come vengano applicate le giuste regole su prezzi e modalità di pagamento. I prezzi esposti vincolano il venditore: se alla cassa viene praticato un prezzo o uno sconto diverso da quello indicato, è opportuno segnalarlo al negoziante e non esitare, in caso di problemi, a far intervenire la polizia municipale.

I pagamenti digitali devono essere accettati

Ricordarsi poi che dal 2022 chi non accetta pagamenti con bancomat e carte di credito può essere sanzionato con 30 euro di multa a cui si aggiunge una quota pari al 4% del valore della transazione rifiutata.

Il negoziante è quindi tenuto ad accettare i pagamenti digitali anche in periodo di saldi.
Non è poi possibile aumentare prezzi per pagamenti effettuati con carta, e non possono essere applicate commissioni aggiuntive.

 I pagamenti lumaca della PA fanno soffrire le Pmi

Nel 2023 lo Stato italiano ha sostenuto un costo complessivo di 122 miliardi di euro, ma non è riuscito a onorare tutti gli impegni economici presi con i fornitori. I debiti commerciali della nostra PA continuano ad ammontare a circa 50 miliardi di euro, lo stesso importo da almeno 5 anni. E le più penalizzate da questo comportamento sono le Pmi. 

Nelle transazioni commerciali con le aziende private la nostra PA sta adottando una prassi che l’Ufficio studi della CGIA definisce ‘diabolica’. Salda le fatture di importo maggiore entro i termini di legge, mantenendo così l’Indicatore di Tempestività dei Pagamenti (ITP) entro i limiti previsti dalla norma, ma ritarda intenzionalmente il saldo di quelle con importi minori, penalizzando le imprese fornitrici con volumi bassi, le piccole imprese.

Una forma di abuso

Non solo. Da qualche tempo si è consolidata una nuova pratica ‘imposta’ da molti dirigenti pubblici, anche di società collegate a regioni ed enti locali, che decidono unilateralmente quando i fornitori devono emettere la fattura, cioè solo quando l’Amministrazione dispone dei soldi per liquidarla. Se questi ultimi non si ‘attengono’ a questa disposizione, lavorare in futuro per loro sarà difficile. Una forma di abuso della posizione dominante che risulta ‘ripugnante’.

Comuni del Sud peggiori pagatori

Tra le Amministrazioni pubbliche più ‘lumaca’ a pagare i propri fornitori sono i Comuni, in particolare quelli del Mezzogiorno. Sebbene negli ultimi anni la situazione sia migliorata, nel 2023 i dati più critici si sono registrati a Napoli, dove i fornitori sono stati pagati con 143 giorni di ritardo. In contro tendenza Palermo, che nel 2023 ha liquidato i partner commerciali con 65,5 giorni di anticipo. Nessun altro comune capoluogo di provincia d’Italia ha fatto meglio.

Al Centronord, al netto di Imperia (22,11 giorni di ritardo), Viterbo (+19) e Alessandria (+14,98), quasi tutti gli altri comuni capoluogo di provincia pagano in anticipo. Le situazioni più virtuose riguardano Padova, Grosseto e Pordenone, con un anticipo del saldo di oltre 21 giorni.

Neanche i ministeri rispettano la norma

Anche i ministeri italiani faticano a rispettare le disposizioni previste dalla legge in materia di tempi di pagamento riferiti alle transazioni commerciali. L’anno scorso 9 ministeri su 15 (il 60%) hanno liquidato i propri fornitori in ritardo rispetto alle scadenze contrattuali. Maglia nera il ministero del Turismo (ritardo di 39,72 giorni), seguito da Interno (33,52), Università e la Ricerca (32,89), Salute (13,60). Il ministero dell’Agricoltura, Sovranità alimentare e Foreste ha pagato con un anticipo di 17 giorni. 

Perché, allora, i debiti commerciali della PA rimangono attorno ai50 miliardi? 
Non è da escludere che la condotta di buona parte degli enti pubblici locali e centrali sia quella di pagare le fatture correnti entro i tempi previsti dalla legge e tralasciare il pagamento delle più datate.

Gli studenti soffrono di eco-ansia: il 76% preoccupato per la salute del Pianeta

Il cambiamento climatico è sempre più visibile e il costante aumento del costo della vita sono temi fondamentali per gli italiani ed europei. L’eco-ansia, ovvero la sensazione di disagio e paura che si prova al pensiero di possibili disastri legati ai cambiamenti ambientali, colpisce sempre più giovani. In Italia, il 76% è preoccupato per il futuro del pianeta, e oltre 2 su 3 pensano che lo spreco di cibo sia il fenomeno che incide maggiormente in modo negativo sull’ambiente (70%).

Ridurre gli sprechi è quindi una soluzione per contrastare il cambiamento climatico (78%). Una consapevolezza che si traduce nelle scelte di consumo quotidiane, influenzate anche dal caro vita.
È uno dei dati emersi dal sondaggio condotto da Too Good To Go in collaborazione con ISIC – la Carta d’Identità Internazionale degli Studenti in Italia, Francia, Spagna e Portogallo.

Giovani consapevoli dello spreco alimentare

Lo spreco alimentare come causa del climate change è considerato secondo solo all’uso della plastica (74%) e lo spreco di acqua (60%) e primo nella categoria di spreco di risorse ambientali.

Una consapevolezza in linea con i dati espressi dall’Eurobarometro, secondo il quale circa tre quarti dei giovani (76%) affermano di provare ad adattare il proprio stile di vita per ridurre al minimo l’impatto sull’ambiente.
Tra gli accorgimenti per ridurre gli sprechi, oltre all’utilizzo di app antispreco, gli studenti italiani indicano la pianificazione dei pasti e un’accurata lista della spesa. Tra le spese ridotte a causa dell’aumento dei prezzi, gli studenti indicano cenare fuori (98%) e ordinare i pasti a domicilio (53%). 

L’Europa deve agire a livello legislativo

L’importanza di azioni e interventi legislativi da mettere in pratica per arginare il problema è molto sentita tra i più giovani. Più di un intervistato italiano su 2 (56%), dichiara di aver fiducia nelle istituzioni europee. Un sentiment di fiducia positivo, inferiore rispetto a quanto registrato in Francia (70%) e Spagna (80%).

Ma insieme alle ridotte spese relative al cibo, emerge anche una maggiore attenzione alla sostenibilità. Nove studenti su 10 sprecano meno del 10% del cibo che acquistano, e il 59% ne spreca meno del 5%.

Servirebbero almeno 100 euro in più al mese per mangiare correttamente

Queste basse percentuali sono spiegate anche dalla maggiore attenzione che gli studenti dedicano alla pianificazione dei pasti (41%) o alla lista della spesa (54%), in aggiunta a soluzioni che aiutano ad acquistare cibo in maniera più sostenibile e attenta grazie a soluzioni antispreco.
Nonostante questi accorgimenti, circa la metà (47%) avrebbe però bisogno di un ulteriore budget mensile, quantificato in almeno 100 euro per poter mangiare bene e correttamente.

Nel primo trimestre 2024 spariti più di quattro negozi all’ora

Nei primi tre mesi del 2024 sono scomparse quasi diecimila imprese del commercio al dettaglio (9.828), per una media di oltre quattro negozi in meno ogni ora. Un crollo cui corrisponde la crescita inarrestabile degli acquisti online, che secondo le stime di Confesercenti, lieviteranno del +13% nel corso del 2024.
Insomma, le vetrine continuano a spostarsi dalla strada alla rete.

Lo scambio tra vetrine e pacchi, però, non è alla pari per l’economia dei territori. Con la migrazione degli acquisti verso le piattaforme internazionali di e-commerce, che spesso pagano le imposte in altri paesi, migra anche il gettito fiscale generato dai negozi. 

Chiusure e denatalità delle imprese

A pesare sono le chiusure, 17.243 tra gennaio e marzo, ma soprattutto la frenata della natalità delle imprese.
Le aperture di nuove attività continuano infatti a diminuire, e nel primo trimestre di quest’anno sono state solo 7.415. Dieci anni fa erano più del doppio. Colpa delle difficoltà per le neoimprese di affrontare un mercato sempre più dominato da grandi gruppi e giganti dell’online.

La desertificazione delle attività commerciali colpisce tutto il territorio nazionale, anche se a registrare i saldi peggiori sono le regioni con un tessuto commerciale più sviluppato. In termini assoluti, a subire la perdita più rilevante di imprese è la Campania, con un saldo negativo di -1.225 attività commerciali nel trimestre, seguita da Lombardia (-1.154) e Lazio (-1.063).

Meno vetrine, boom di consegne

Rispetto al 2012, tra chiusure e mancate aperture, il numero di negozi di vicinato al servizio della comunità è calato del -14,3% circa. In media, ci sono 12 imprese ogni mille abitanti.

Se le vetrine scompaiono, e con loro il servizio sul territorio per i cittadini, le consegne di acquisti online, invece, fanno boom. In poco più dieci anni le consegne sono cresciute di quasi dieci volte: erano 75milioni circa nel 2013, quest’anno dovrebbero arrivare a 734 milioni a livello nazionale, di cui oltre un terzo nelle tre regioni più interessate, Lombardia (124 milioni di consegne), Lazio (71 milioni circa), Campania (69,6 milioni).

Si riduce la base imponibile per il fisco

Dal 2014 a oggi il tessuto commerciale italiano ha perso oltre 92mila imprese,  e con loro, l’Irpef, la tari, e gli altri tributi pagati dai negozi.
In media, la desertificazione commerciale ha portato a una perdita cumulata di 5,2 miliardi di euro di tasse negli ultimi dieci anni. A perderci, fisco centrale ed enti locali.

Del gettito sfumato, il 17,4% (910 milioni) sarebbe stato di IMU, il 12,6% (660 milioni) di TARI, il 42,7% (2,24 miliardi) di Irpef, a cui si aggiungono 223 milioni (4,3%) di addizionale regionale e comunale Irpef, 700 milioni di euro di Irap (il 13,4%) e 510 milioni di euro di altri tributi comunali (9,7% del totale).

Gli italiani sono favorevoli all’Intelligenza Artificiale in Sanità?

Poco più di 6 italiani su 10 sono favorevoli all’uso dell’Intelligenza Artificiale in ambito sanitario, secondo un’indagine condotta da EngageMinds Hub – Centro di ricerca in psicologia dei consumi e della salute dell’Università Cattolica, campus di Cremona. L’88% di loro vorrebbe utilizzarla per semplificare il linguaggio dei referti, l’86% come supporto al medico per effettuare diagnosi, e l’80% per stabilire terapie farmacologiche adeguate. Tuttavia, quasi 6 italiani su 10 considererebbero l’AI utile anche per un’autoanalisi.

Tendenze e sentiment 

Sette italiani su dieci, riferisce Agi, temono che l’uso dell’AI possa causare una perdita della relazione con il medico, mentre il 63% vede problematiche legate alla gestione della privacy per via dei dati sensibili. Gli italiani del Sud e delle isole, in particolare, si mostrano più favorevoli all’uso dell’AI (68%), così come coloro che hanno fiducia nel Sistema Sanitario Nazionale (74%) e nelle istituzioni (77%). La consapevolezza del ruolo della scienza (71%) e la propensione alla ricerca di informazioni (71%) sono fattori che influenzano positivamente l’accettazione dell’AI.

L’IA come strumento per il progresso della medicina

“L’Intelligenza Artificiale non è più solo una parola sconosciuta”, afferma Guendalina Graffigna, direttrice di EngageMinds Hub, “ma sta diventando un catalizzatore fondamentale per il progresso nella medicina moderna”. Gli italiani intervistati credono che l’utilizzo delle tecnologie digitali, incluse quelle basate sull’AI, migliorerà vari aspetti della sanità, dall’accessibilità dei servizi alla riduzione degli sprechi di carta.

I rischi percepiti 

Nonostante il potenziale dell’IA, gli italiani temono che possa comportare difficoltà nell’uso degli strumenti digitali e errori da parte delle Intelligenze Artificiali. Inoltre, preoccupazioni legate alla privacy e alla diffusione dei dati sensibili emergono come ulteriori rischi percepiti. La comunicazione trasparente e l’attenzione al coinvolgimento del paziente nel percorso di cura sono considerate fondamentali per affrontare queste preoccupazioni.

Lavoro: saremo scartati o assunti dall’Intelligenza artificiale?

L’Intelligenza artificiale è, e sarà, sempre più centrale sia per essere assunti sia per trovare le giuste risorse. In pratica, sarà sempre più indispensabile per lavorare. Tanto che per il 76% dei Direttori del personale AI e Big Data stanno già influenzando la gestione dei talenti in azienda, e le decisioni relative ad assunzioni, promozioni, formazione e sviluppo.

D’altronde, il 97% degli HR a livello globale (94% Italia) ha già utilizzato le nuove tecnologie digitali per migliorare le tre fasi cruciali del recruiting: attrarre, coinvolgere e fidelizzare i talenti.
I dati emergono dal Talent Trends Report di Randstad Enterprise, condotto in 21 Paesi attraverso un sondaggio su un campione di oltre 1000 human capital leader di grandi organizzazioni e diversi settori.

Ancora poco usata dai recruiter italiani

Ma l’Intelligenza artificiale apre le porte anche a un percorso professionale più dinamico e in linea con le proprie competenze, e il 65% degli HR ha investito in strumenti digitali per favorire la mobilità interna dei talenti.

Per ora, a un anno e mezzo dal boom di ChatGPT, ancora pochi HR utilizzano direttamente l’Intelligenza artificiale per identificare profili ad alto potenziale e ricercare competenze specifiche (30% mondiale, 14% Italia). Dati che dovrebbero far scattare un campanello d’allarme sulla reattività del nostro sistema.

Le sfide per l’HR del futuro

Secondo la ricerca Randstad, gli HR di tutto il mondo individuano due grandi sfide per il futuro, ed entrambe riguardano le competenze: maggiore concorrenza per le competenze di difficile reperibilità, e crescente carenza delle competenze specialistiche.
Emerge poi una sfida di più ampio respiro, che tocca le radici del sistema lavoro italiano, ovvero l’incapacità di attrarre candidati qualificati.

Questo problema, unito alle previsioni future fatte dagli HR, rischia di rendere poco efficiente la ricerca di personale in un Paese che già ora registra una delle più basse produttività dell’area Ocse e una profonda crisi di competenze.

Vietato farsi scappare i talenti con competenze specifiche

Ma la situazione nel Belpaese è delicata anche a causa della crisi demografica, che incide sulla situazione economica e che da essa, almeno in parte, dipende.
Insomma, riferisce Adnkronos, le persone con le competenze richieste dal mercato saranno poche, ed è vietato lasciarsele sfuggire.
Per questo, diventa cruciale l’utilizzo dell’Intelligenza artificiale.

Intanto, agli HR viene chiesto di fare sempre di più, ma con meno budget e meno personale. Come testimoniato dal 64% degli intervistati, sia a livello globale sia in Italia.

Italia, quali lavori saranno richiesti e… introvabili? 

In un futuro prossimo, l’Italia potrebbe trovarsi di fronte a una grave crisi nella disponibilità di personale qualificato per settori chiave come trasporti, costruzioni e tecnologia, con impatti significativi sulla mobilità, sull’infrastruttura e sull’innovazione.

“Potrebbe, infatti, diventare sempre più difficile trovare un mezzo pubblico, costruire nuovi palazzi o grandi opere, far circolare i treni o contare su una rete elettrica in linea con le esigenze della transizione ecologica. Non tanto per mancanza di investimenti, quanto per la carenza di personale che molti di questi settori stanno sperimentando”. Lo scrive Skuola.net, che ha pubblicato i dati del Centro Studi di Distretto Italia. 

Un gap da colmare

Da una parte ci sono le aziende: il 75% delle offerte di lavoro riguardano profili professionali attinenti a mansioni tecnico-pratiche. Insomma, 3 offerte di lavoro su 4 si rivolgono a persone formate in questi ambiti. Dall’altra parte della barricata, invece, troviamo proprio i giovani: quasi la metà degli studenti delle superiori (49%), secondo una ricerca dello stesso Centro Studi realizzata da Skuola.net, scarta a priori l’ipotesi di svolgere professioni di tipo tecnico o manuale.

I ragazzi preferiscono percorsi di studio teorici, ampliando così il divario tra le richieste del mercato e le competenze disponibili.

I 10 mestieri che spariscono (ma servono)

Alcuni settori soffrono particolarmente, con una lista crescente di mestieri difficili da coprire. Tra i primi dieci mestieri introvabili ci sono autisti di mezzi pubblici, carpentieri, tecnici dell’armamento ferroviario, movimentatori di macchine da terra, macchinisti, addetti al segnalamento ferroviario, esperti di intelligenza artificiale, addetti alla gestione cantieri, cost controller di cantiere e impiantisti elettrici.

Il ruolo della Scuole dei Mestieri 

Per affrontare questa carenza, molte aziende stanno investendo nelle “Scuole dei Mestieri”, programmi formativi intensivi che combinano un diploma con corsi specifici per fornire le competenze richieste dal mercato del lavoro. Questi percorsi professionalizzanti, ispirati alle botteghe rinascimentali, mirano a creare autonomamente le risorse di cui le imprese hanno bisogno.

Come formare la futura forza lavoro

Secondo l’Amministratore delegato di Autostrade per l’Italia, Roberto Tomasi, le Scuole dei Mestieri sono centrali nella formazione della futura forza lavoro, offrendo opportunità di impiego e rispondendo al fabbisogno del comparto produttivo e industriale nazionale.

Questo approccio mira a creare una catena virtuosa delle competenze, necessaria per affrontare le sfide infrastrutturali e tecnologiche che il Paese deve affrontare.