Investimenti digitali: +1,8% nel 2026. Prosegue la crescita, ma la svolta è lontana

Le imprese italiane sembrano pienamente coscienti dell’importanza del ruolo del digitale per la competitività e lo sviluppo, e la diffusione dell’AI sta creando grande entusiasmo. Ma questo non coincide ancora con adeguata capacità economica per gli investimenti in ICT.

In un quadro di espansione modesta dell’economia, in cui il Pil mostra prospettive di crescita dello 0,6% nel 2025 e dello 0,8% nel 2026, in Italia gli investimenti in innovazione digitale proseguono la loro crescita con un andamento confortante che però non rappresenta ancora una svolta decisiva. Nel 2026 il budget ICT delle imprese italiane crescerà dell’1,8% rispetto al 2025, in linea con il trend degli ultimi dieci anni.
Sono alcuni dei risultati della ricerca degli Osservatori Startup Thinking e Digital Transformation Academy del Politecnico di Milano.

Le PMI  trainano la crescita spinte dal PNRR

Per il terzo anno consecutivo, un importante contributo alla crescita degli investimenti digitali viene dalle piccole (+3,3%) e dalle medie imprese italiane (+5,2%), spinte dalle azioni del PNRR.
Il 44% delle imprese individua nelle scarse risorse economiche il principale ostacolo all’innovazione.

Tra le grandi aziende, al primo posto nelle priorità di investimento in digitale si conferma ancora una volta la cybersecurity (indicata dal 65% delle imprese), ma quest’anno al secondo posto sale l’Intelligenza Artificiale (57%), che con le sue declinazioni di Generative AI e Agentic AI interessa sempre di più tutti i settori. 
Seguono Big Data Management – Business Intelligence (49%) e Cloud migration e governance (35%).

Le grandi imprese puntano sull’Open Innovation

Tra le Pmi, invece, le principali aree di investimento sono sicurezza informatica (45%), Industria 4.0 (37%), Cloud (32%) e ERP (30%).
La maggior parte delle grandi imprese (86%) ha avviato iniziative di Open Innovation, con una percentuale stabile negli ultimi anni che potrebbe indicare il raggiungimento di un plateau.

In prevalenza si tratta di attività inbound, come collaborazioni con università e centri di ricerca, scouting di startup e partecipazione a call4ideas o contest, mentre quelle outbound sono meno sviluppate.
Nonostante l’Open Innovation sia ormai pratica comune, non si traduce ancora in un consolidamento dei risultati generati.

Per creare valore servono leve concrete a imprese e startup 

“Tra le imprese e le startup italiane è ormai diffusa la consapevolezza di dover affrontare la trasformazione digitale in modo pervasivo, ma mancano ancora adeguate risorse per sostenere gli investimenti necessari e capacità per mettere a terra questa convinzione – afferma Alessandra Luksch, Direttore degli Osservatori -. Serve un cambio di passo, con leve concrete affinché imprese e startup possano creare valore per il Paese, di fronte alle sfide epocali che abbiamo di fronte. Sono necessari investimenti, formazione inclusiva, consolidamento degli ecosistemi di innovazione. In un contesto di crescita moderata e grandi sfide strutturali, le imprese italiane devono accelerare la maturità della propria innovazione, passando da iniziative sperimentali a modelli capaci di generare impatti misurabili nel tempo”.

Sicurezza digitale: perché preoccupa le PMI sotto le feste

Quando arriva il periodo del Black Friday e si avvicina il Natale, nelle aziende cresce un misto di entusiasmo e tensione. I pagamenti aumentano, gli ordini corrono veloci e le giornate sembrano finire troppo presto. Ma insieme al boom di transazioni c’è un’altra impennata, meno piacevole: quella delle truffe digitali. E ormai le PMI europee lo sanno bene.

Secondo un sondaggio di Qonto, realizzato con Appinio, una piccola impresa su tre mette sicurezza e privacy in cima alla lista dei problemi che frenano la piena digitalizzazione. Un dato che fa riflettere: mentre il mercato spinge verso l’online, le imprese avvertono che il terreno non è ancora del tutto sicuro.

Black Friday e Natale, stagione “calda” anche per i criminali

Le cifre degli ultimi anni parlano da sole. Nel 2024 i tentativi di phishing legati al Black Friday sono esplosi con un +692%, e quelli che sfruttano il tema natalizio sono saliti del 327%. In pratica, quando le aziende sono più oberate, i cybercriminali diventano più aggressivi. L’Europa, poi, si ritrova al centro di questa battaglia: quasi la metà delle truffe globali legate al Black Friday è stata registrata qui.

La situazione generale non è più rosea. Le frodi sui pagamenti nell’Area Economica Europea hanno toccato i 4,3 miliardi di euro, e solo nei primi sei mesi del 2023 oltre un miliardo è stato sottratto attraverso bonifici manipolati. Molti raggiri si basano su un trucco semplice: far credere al pagatore di inviare denaro a un beneficiario legittimo. Ed è proprio questa vulnerabilità che sta costando caro alle imprese.

La contromossa: controllare prima di premere “Invia”

Per arginare il problema, l’Unione Europea ha imposto l’introduzione della Verifica del Beneficiario (VoP), obbligatoria dal 9 ottobre 2025 per tutti i servizi di pagamento nell’area euro. Una misura che sembra quasi una banalità, ma che può evitare disastri: prima di confermare un trasferimento, il sistema controlla che il nome del titolare del conto ricevente corrisponda davvero a quello indicato.

Qonto ha scelto di muoversi in anticipo, integrando già questa funzione. Chi la usa la percepisce come una sorta di “ultimo check” rassicurante: pochi secondi per essere certi di non cadere in un inganno ben congegnato.

Crescere sì, ma senza paura

Non si tratta solo di sicurezza informatica, ma di fiducia. Con il 67% dei consumatori europei preoccupato per possibili truffe, un’azienda che dimostra di proteggere i pagamenti ha una marcia in più.
E non sorprende che soprattutto gli imprenditori più giovani siano i più ansiosi: più di un terzo dei titolari Gen Z teme quotidianamente la criminalità digitale e, spesso, l’idea stessa di crescere viene frenata da questi timori.

Per questo strumenti come VoP e la Strong Customer Authentication – che ha già ridotto drasticamente le frodi in Europa – diventano un sostegno concreto. In un mondo dove un clic può fare la differenza, poter lavorare senza il pensiero fisso del “e se fosse una trappola?” è già un passo verso un futuro più sereno per le imprese europee.

Identità digitale: l’Italia prosegue nello sviluppo del l’IT Wallet

In Italia continua lo sviluppo dell’IT Wallet pubblico, che verrà integrato all’interno dell’app IO. Al momento è attiva la funzionalità Documenti su IO, che a oggi conta 7 milioni di utenti e 11,7 milioni di documenti memorizzati, mentre si attendono le linee guida per lo sviluppo degli IT wallet privati.

Prosegue in parallelo la crescita dei sistemi esistenti: 41,5 milioni di italiani hanno SPID, utilizzato complessivamente oltre 1 miliardo di volte in un anno, e 48,4 milioni la Carta di Identità Elettronica, di cui 9 milioni hanno attivato anche le credenziali digitali tramite l’app CieID, di cui a fine agosto 2025 si registravano 73,7 milioni di accessi. Erano 71,4 milioni nel 2024.
Sono alcuni risultati dell’Osservatorio Digital Identity del Politecnico di Milano.

In UE 11 progetti operativi, ma nessuno conforme a eIDAS2

Il 2025 è stato l’anno della “messa a punto” per gli EUDI Wallet in Europa, ma la strada per una piena diffusione e adozione è ancora lunga.
In UE sono 22 i progetti di digital identity wallet, di cui 11 già operativi, ma nessuno è ancora certificato come EUDI Wallet conforme a eIDAS2, il regolamento che definisce un quadro comune tra i Paesi per l’identità e l’autenticazione digitali.

In parallelo, alcuni Paesi vicini, come Regno Unito e Svizzera, hanno scelto di allinearsi agli standard europei per garantire l’interoperabilità.
Mentre l’Europa lavora su più fronti per sperimentare soluzioni all’interno del perimetro normativo di eIDAS2, nel mondo altri wallet evolvono con velocità molto differenti.

Nel mondo crescono le partnership tra Stati e BigTech

Alcuni Stati stanno stringendo partnership strategiche con le BigTech, che colgono l’occasione per potenziare e consolidare le loro soluzioni. In Giappone, ad esempio, Apple ha integrato la carta di identità nel proprio wallet, mentre negli USA Apple e Google hanno avviato la memorizzazione del passaporto, per ora utilizzabile solo per viaggi interni in alcuni aeroporti selezionati.

Ci sono poi diversi progetti fuori dall’ambito governativo. Si contano 110 digital identity wallet sviluppati da aziende private, spesso nati per gestire attributi di altra natura, come biglietti o carte di pagamento, e che ora prevedono la possibilità di memorizzare anche documenti di identità, seppur generalmente ancora privi di piena validità legale.

Aumenta la curiosità per l’EUDI Wallet

Anche in Italia cresce la curiosità verso le novità introdotta da eIDAS2: l’EUDI Wallet interessa al 56% degli italiani, e quasi un utente su due preferirebbe che il wallet in cui inserire i propri documenti di identità fosse erogato dal Governo o da un ente pubblico piuttosto che un’azienda privata.

Nel percorso verso l’IT Wallet, l’Italia è impegnata nelle sperimentazioni dei consorzi europei e nello sviluppo del wallet pubblico, quale evoluzione di Documenti su IO. A oggi, gli utenti hanno memorizzando complessivamente 5,7 milioni di patenti, 5,9 milioni di tessere sanitarie e 100mila carte della disabilità. Parallelamente, AgID sta definendo le Linee Guida della convenzione per i wallet provider privati. E si attendono l’integrazione di nuove credenziali e lo sviluppo di connettori informatici per l’utilizzo online dell’IT Wallet. 

Sicurezza in casa: perché è un tema che riguarda tutti?

Gli italiani si sentono sempre meno sicuri tra le mura di casa. A dirlo è il 4° Rapporto dell’Osservatorio Censis–Verisure sulla Sicurezza della Casa, realizzato con il supporto del Servizio Analisi Criminale del Ministero dell’Interno.

Quasi 14 milioni e mezzo di cittadini – il 28,6% della popolazione – hanno subito almeno un furto in casa almeno una volta. Un numero che fa capire perché la sicurezza domestica sia oggi una preoccupazione così diffusa.

Paura e prevenzione

Nel 2024 i furti denunciati sono stati 155.590 (+5,4% rispetto al 2023) e le rapine 1.891 (+1,8%). Roma guida la classifica con quasi 8.700 episodi, seguita da Milano e Torino. Pisa, invece, è la città dove i furti pesano di più rispetto al numero di abitanti.

I primi sei mesi del 2025 hanno portato qualche segnale positivo: furti in calo dell’8,6% e rapine dell’11,6%. Ma la paura resta alta: il 59% degli italiani mette il furto in casa al primo posto tra i timori quotidiani, contro il 48% dello scorso anno.

Sicurezza: un impegno collettivo

Oggi gli italiani non si affidano più solo allo Stato. L’88,8% pensa che la sicurezza sia un impegno collettivo, che coinvolge istituzioni, aziende e cittadini. E quasi nove persone su dieci hanno almeno un dispositivo di protezione, due su tre più di uno: porte blindate, videocitofoni, serrature elettroniche. Piccoli gesti che danno grande tranquillità.

C’è chi rinuncia alle vacanze per non lasciare la casa vuota: è il 17% degli intervistati. E il 69% evita di pubblicare foto sui social quando è via.

Le zone d’ombra originate dalle paure

Non mancano però zone d’ombra. Cinque milioni di italiani hanno un’arma da fuoco in casa e più della metà pensa sia legittimo usarla contro un ladro. Cresce anche chi vorrebbe che fosse più facile comprarle.

La sicurezza rischia di diventare un lusso: quasi il 60% degli italiani vorrebbe un sistema d’allarme ma lo considera troppo costoso, soprattutto tra chi ha un reddito più basso.

La casa del futuro

Per il 79,6% della popolazione, la sicurezza ideale sarà su misura, progettata secondo le proprie esigenze e con l’aiuto di esperti.
Perché proteggere gli oggetti è importante, ma la vera sfida resta sentirsi davvero sicuri nel luogo più intimo di tutti: la propria casa.

Tifosi distanti dalle squadre del cuore: la tecnologia può avvicinare il pubblico? 

Non basta più vincere in campo per conquistare i tifosi. Secondo una recente ricerca internazionale, sempre più appassionati di sport si sentono “lontani” dalle proprie squadre del cuore, nonostante la quantità di contenuti e aggiornamenti che affollano ogni giorno social e piattaforme digitali.

Lo studio, condotto su 1.500 fan di calcio, football americano, baseball e cricket tra Europa, Stati Uniti e India, fotografa una realtà chiara: due tifosi su tre percepiscono una mancanza di connessione autentica con i club che seguono. La percentuale sale all’81% tra i giovani sotto i 35 anni, quelli che più vivono online e che, paradossalmente, finiscono per sentirsi più esclusi.

Meno promozioni, più dialogo

Dai dati emerge un messaggio inequivocabile: i tifosi vogliono un rapporto più personale e continuo. Non cercano solo aggiornamenti sul risultato o l’ultimo acquisto di mercato, ma desiderano un contatto diretto, una forma di partecipazione che vada oltre le partite.

Oltre il 70% degli intervistati vorrebbe ricevere contenuti anche durante la pausa dei campionati: immagini dal dietro le quinte, storie dei giocatori, curiosità e momenti quotidiani. In sostanza, chiedono di sentirsi parte integrante della squadra, non solo spettatori.

I social non bastano

Pur utilizzando in massa i social network — l’82% dei tifosi dichiara di seguirvi la propria squadra — molti sostengono che l’esperienza sia troppo impersonale. I post sono spesso generici, identici per tutti e privi di autenticità.

Una buona parte del pubblico chiede canali più diretti e riservati, come applicazioni dedicate o sistemi di messaggistica privata, capaci di offrire contenuti unici e più umani.

Prezzi troppo alti 

Il distacco emotivo è alimentato anche da fattori economici. Il 61% dei tifosi ritiene che i costi crescenti di biglietti, abbonamenti e merchandising stiano allontanando molti appassionati. Nel calcio, il 77% pensa che i tifosi locali dovrebbero avere agevolazioni sui biglietti, mentre uno su cinque comprerebbe più prodotti ufficiali se sentisse un legame più forte con il club.

Lo sport che cambia

La ricerca apre uno spiraglio interessante: ricostruire il legame con i tifosi attraverso una comunicazione più umana e costante. Le nuove tecnologie possono aiutare, ma serve soprattutto un cambio di mentalità. Lo sport moderno ha bisogno di tornare a parlare alle persone, non solo agli algoritmi.

Salute mentale: i social alimentano l’insicurezza tra i giovani

Instagram è utilizzato ogni giorno dall’84% dei giovani, con una consultazione ripetuta più volte al giorno nel 77% dei casi. Questa costante esposizione digitale influenza profondamente l’autopercezione. Il risultato è una crescente pressione a mostrarsi perfetti. Per più di un giovane su due (53%) il proprio benessere mentale è condizionato dall’obbligo di apparire sempre al meglio.

A confermarlo è la ricerca dal titolo Salute Mentale 2025, realizzata da Doxa con particolare attenzione ai giovani.
A tre anni dall’ultima rilevazione del 2022, i dati mostrano un peggioramento dei pregiudizi verso chi ha disturbi mentali e un forte impatto dei social media sulla salute mentale, soprattutto tra i ragazzi e le ragazze tra 18 e 34 anni.

 L’immagine conta più dell’autenticità. 

Si parla sempre più spesso di Mental Health, un tema che assume crescente rilevanza poiché l’esposizione prolungata ai social aumenta fragilità e insicurezze tra le nuove generazioni.

Il 44% dei giovani pensa infatti che “siamo ciò che mostriamo”, il 59% pubblica solo il meglio di sé, il 57% si riconosce nell’immagine che proietta online, il 77% ritiene che sui social “tutti finiscano per sembrare uguali”.
Il 45% di loro è anche influenzato dai commenti e dai like ricevuti su Instagram, e il 67% pensa che mostrarsi per ciò che si è faccia apparire “strani”. 

Pregiudizi: un passo avanti, due indietro

Inoltre, il 59% considera la diversità un rischio e il 49% teme di essere giudicato se si mostra diverso. Timore del giudizio e perdita del senso di autenticità sono evidenti.

Nel campione nazionale di mille persone tra 18 e 65 anni, le persone con disagio psichico vengono considerate più pericolose per sé (dal 65% nel 2022 al 72%) e per gli altri (dal 48% al 55%). E aumenta anche la quota di chi le giudica più aggressive e violente (dal 55% al 63%) e meno rispettose delle regole (dal 49% al 55%).

Cala la fiducia nella curabilità

Particolarmente allarmante è la percezione di vulnerabilità dei giovani tra 14 e 24 anni, ritenuti “più a rischio” dal 47% degli intervistati (contro il 39% del 2022).

Resta poi alta la diffidenza: cala la fiducia nella curabilità delle malattie mentali (dal 66% al 60%) e oltre un terzo degli italiani (36%) si vergognerebbe di ammettere un disturbo psichico.
Qualche segnale positivo, però, c’è: diminuisce il numero di chi preferirebbe non confidarsi con nessuno in caso di disturbo mentale (dall’8% al 2%) dimostrando un’apertura al dialogo.

Scommesse sportive: in Italia giocati oltre 157 miliardi

Il mercato del gioco in Italia è uno dei più grandi in Europa, con una continua crescita in termini di ricavi complessivi e di penetrazione digitale. Nel 2023 il Gross Gaming Revenue (GGR) ha raggiunto 21,5 miliardi di euro, confermando l’Italia come leader europeo nel settore.

Ma questa leadership porta con sé responsabilità e criticità che si riflettono in ambiti regolatori, fiscali e sanitari. 
Il comparto delle scommesse sportive incide profondamente non soltanto sull’economia, ma anche sulla cultura sportiva, i consumi mediatici e gli equilibri sociali. Secondo un report di Eurispes nel 2024 in Italia l’ammontare totale giocato è stato di oltre 157 miliardi di euro, +6,5% rispetto all’anno precedente. 

Online e canale fisico

Il gioco online ha visto una significativa espansione, con una raccolta di 92 miliardi di euro nel 2024. Questo canale ha superato quello fisico, rappresentando il 58,5% del totale delle giocate. La crescita del gioco online è stata trainata dalle preferenze delle fasce più giovani, con oltre il 50% dei conti online attivi detenuti da persone tra 18 e 34 anni.

La presenza di una rete fisica strutturata e capillare contribuisce alla salvaguardia della legalità sul territorio, assumendo un ruolo estremamente importante nel sostegno alle attività di prevenzione e gestione del disturbo da gioco d’azzardo. In questo contesto, la crisi che sta vivendo il comparto fisico rischia di produrre effetti negativi, non solo in termini di aumento delle dipendenze, ma anche fiscali. Uno dei motivi del calo delle entrate in rapporto all’aumento della raccolta è legato proprio ai diversi tipi di prelievi presenti nei due comparti. 

Le dinamiche del mercato

Le scommesse sportive in Italia registrano una crescita annuale del 20%, con il 60% delle puntate effettuate online. Innovazioni tecnologiche come le scommesse live e l’adozione mobile hanno ulteriormente stimolato il settore. Emergono infatti nuove forme di gioco, come gli eSports (+40%), il social betting e le scommesse live, che rappresentano già il 60% del mercato online.

Il calcio si conferma lo sport predominante (75%), seguito da basket (10%) e tennis (7%). 
Il lato più problematico della crescita è rappresentato dalla dipendenza da gioco. Si stima che circa 1,5 milioni di italiani abbiano comportamenti problematici, ma solo una minoranza accede ai servizi di cura.

Dipendenza e nuove tecnologie

Gli effetti negativi del gioco sono molteplici: indebitamento, conflitti familiari, isolamento sociale e disturbi psicologici. Le misure attuali, come l’autoesclusione e i limiti di spesa, sono ancora insufficienti.
D’altra parte, le tecnologie emergenti possono essere usate per segnalare tendenze di gioco problematiche prima che un giocatore possa sviluppare un comportamento patologico. L’AI, ad esempio, consente un aggiornamento dinamico delle quote e la personalizzazione delle offerte, ma al contempo rischia di favorire comportamenti compulsivi.

Inoltre, big data e tracciamento comportamentale permettono una segmentazione dettagliata dei giocatori, mentre la blockchain apre a modelli di scommesse peer-to-peer con rischi di riciclaggio. E la pubblicità iper-mirata aumenta l’efficacia del marketing, ma accentua la vulnerabilità dei soggetti fragili.

Retail Media: la nuova frontiera della comunicazione digitale

Il Retail Media sta diventando uno dei fenomeni più rilevanti nel panorama della comunicazione digitale, trasformando il rapporto tra brand e consumatori. In Italia, secondo i dati del Tavolo di Lavoro Retail Media del Politecnico di Milano, nel 2024 la raccolta pubblicitaria ha raggiunto i 510 milioni di euro. Nel 2025 la cifra potrebbe sfiorare i 640 milioni, con una crescita prevista del 27%.

A trainare il settore sono i grandi operatori eCommerce e le nuove iniziative dei retailer nei comparti Food&Grocery, elettronica e cosmetica-farmaceutica, che puntano su piattaforme proprietarie, spazi digitali nei punti vendita e strategie basate sui dati.

Che cosa si intende per Retail Media

Quando si parla di Retail Media ci si riferisce a un ecosistema che comprende spazi e dati messi a disposizione dai retailer. Gli spazi si dividono in tre categorie: in-store (schermi digitali, cartellonistica, radio di negozio), on-site (siti, app, canali social dei retailer con banner, video e annunci sponsorizzati) e off-site (campagne su canali terzi, come editori online, social e digital out-of-home, basate su dati proprietari).

Il modello più avanzato è quello che mette il cliente al centro, usando dati di prima parte per personalizzare i messaggi e misurare le performance lungo tutto il percorso d’acquisto. Come sottolinea Denise Ronconi, direttrice del Tavolo di Lavoro Retail Media del Politecnico di Milano, “non è più solo un canale pubblicitario, ma un asset strategico che porta i dati al centro delle decisioni di marketing”.

Gli ostacoli da superare

Nonostante la crescita, il settore deve ancora superare ostacoli importanti. La frammentazione dell’offerta rende difficile pianificare campagne su larga scala e limita l’efficacia degli investimenti. A questo si aggiunge la carenza di competenze specifiche: i retailer devono evolvere verso un ruolo simile a quello degli editori, imparando a gestire inventory, dati e partnership.

Un ulteriore nodo critico è l’assenza di metriche comuni, che riduce la fiducia degli inserzionisti. “Senza standard condivisi, il mercato rischia di frenare la sua corsa”, avverte Giuliano Noci, responsabile scientifico del Tavolo di Lavoro.

Occorre un sistema di misurazione solido e condiviso

Per consolidare il Retail Media, sarà decisivo costruire un sistema di misurazione solido e condiviso, capace di integrare indicatori di qualità, modelli di attribuzione e analisi avanzate come i lift test o il marketing mix modeling. “La misurazione – ricorda Nicola Spiller, direttore del Tavolo di Lavoro – non è un dettaglio tecnico, ma il presupposto per rendere questo canale credibile e scalabile”.

Oggi l’on-site è l’ambito più efficace

Tra i tre ambiti del Retail Media, oggi l’on-site si conferma il più efficace per conversione e tracciamento, mentre l’off-site si rivela utile per rafforzare il brand, pur richiedendo maggiore standardizzazione. L’in-store, infine, vive una fase di trasformazione digitale e punta sulla misurabilità per crescere.

Come conclude Riccardo Mangiaracina, responsabile scientifico del Tavolo di Lavoro, “il futuro del Retail Media passa dall’integrazione: solo una visione full-funnel, capace di unire on-site, off-site e in-store, potrà trasformarlo in un pilastro della strategia retail del domani”.

Giovani in azienda, la carta vincente per affrontare le sfide del presente

Le imprese con un’alta presenza di giovani, rispetto a quelle con una presenza bassa e medio bassa, sono più innovative e proattive: investono maggiormente nelle tecnologie 4.0 (44% contro 35%) e sono più produttive.
La produttività del lavoro delle aziende “giovani” è superiore del 2,5% rispetto alle altre, e diventa del 7,2% quando adottano anche strategie per trattenere e attrarre talenti.

Non è tutto: le imprese che impiegano under30 si attendono in misura maggiore anche un aumento del fatturato (38% contro 35%), dell’export (38% contro 30%) e degli occupati (21% contro 18%). Lo dimostrano le analisi Unioncamere-Centro studi Tagliacarne presentate dal presidente di Unioncamere, Andrea Prete, al Meeting di Rimini.

Ma tra 5 anni crescerà il mismatch occupazionale

“In un contesto come quello attuale, è necessario uno sforzo comune per accrescere il legame tra imprese e giovani, che possono essere la carta vincente per sostenere  e accrescere la competitività del nostro sistema produttivo”, sostiene Prete. 

Emerge però difficoltà a reperire lavoratori giovani. Stando alle previsioni del Sistema Excelsior di Unioncamere e Ministero del Lavoro, nel quinquennio 2025-2029 si assisterà a un mismatch tra domanda e offerta di lavoratori giovani che, in particolare, riguarderà quelli con un’istruzione di livello terziario. Per i percorsi a indirizzo ingegneristico potranno mancare tra 7mila e 10mila giovani in uscita dalle Università ogni anno, e per i percorsi scientifici (scienze matematiche, fisiche e informatiche) sono previsti 3mila-5mila laureati in meno.

Italia seconda in Europa per numero di Neet

Per i percorsi economico-statistico, invece, potranno mancare tra 12mila e 17mila giovani laureati, e per quelli medico-sanitario circa 7mila-8mila.
“Malgrado i miglioramenti sul fronte occupazionale – sottolinea Prete -, c’è ancora un alto numero di Neet, giovani che non lavorano né seguono un percorso scolastico o formativo, che pone l’Italia al secondo posto in Europa, dopo la Romania”. 

Secondo Prete, esiste inoltre un problema di ricambio generazionale, che investe direttamente anche le imprese. I dati del Registro delle Camere di commercio, al primo trimestre 2025, indicano che l’11% dei titolari di impresa ha 70 o più anni (320 mila in valore assoluto).

Aumenta il fabbisogno di lavoratori immigrati

“Attrarre talenti e integrare l’attuale forza lavoro con l’apporto di immigrati –aggiunge il presidente di Unioncamere – sono strategie indispensabili per far fronte alle necessità produttive: tra il 2025 e il 2029, si stima un fabbisogno da parte dei settori privati di circa 617mila lavoratori stranieri, corrispondente a oltre un quinto della domanda totale di lavoro, pari al 21,1%, con una forte concentrazione nelle regioni del Nord e del Centro Italia. La Lombardia, in particolare, prevede la necessità di oltre 146mila unità, pari al 24% del totale”. 

Oltre la burocrazia: il manuale HACCP come garanzia di igiene e affidabilità

Il manuale Hazard Analysis and Critical Control Points (meglio noto come “HACCP”) è spesso percepito come un mero obbligo normativo, una formalità da adempiere per poter operare nel settore alimentare. Tale percezione riduttiva non coglie il vero valore di questo strumento.

L’HACCP è infatti un sistema di autocontrollo igienico che ha lo scopo di prevenire i pericoli di contaminazione degli alimenti, a partire dalla loro produzione fino al consumo. Senza una comprensione completa della sua funzione, si perde l’opportunità di trasformarlo in un elemento di forza per l’azienda.

Limitarsi a compilare un manuale senza applicarne i principi nella pratica quotidiana rende il documento inutile, in quanto un documento ben redatto e seguito in modo rigoroso è una dimostrazione tangibile dell’impegno di un’impresa verso la qualità e la sicurezza.

L’applicazione corretta dei principi HACCP non solo protegge i consumatori, ma tutela anche l’azienda da eventuali problemi legali o danni reputazionali che possono derivare da un’igiene insufficiente.

I principi su cui si basa il manuale

Il sistema HACCP si fonda su sette principi operativi, che guidano l’intero processo di analisi e gestione dei rischi.

Il primo principio prevede l’analisi dei pericoli, ovvero l’identificazione di tutti i potenziali rischi biologici, chimici e fisici che possono compromettere la sicurezza degli alimenti. Una volta individuati i pericoli, il secondo principio richiede di determinare i punti critici di controllo (CCP), cioè quelle fasi del processo produttivo dove è possibile prevenire, eliminare o ridurre un pericolo a un livello accettabile.

Il terzo e il quarto principio riguardano la definizione dei limiti critici e la predisposizione di un sistema di monitoraggio. Per ogni CCP, si stabiliscono dei valori limite da non superare, e si implementano procedure di controllo per monitorare che tali limiti siano rispettati.

Se il monitoraggio indica una deviazione, il quinto principio impone di adottare azioni correttive immediate. Il sesto principio consiste nella verifica, ovvero la validazione del sistema attraverso audit interni o esterni. Infine, il settimo principio richiede la tenuta di una documentazione completa e aggiornata di tutte le procedure e registrazioni.

I vantaggi di un approccio proattivo

L’adozione di un approccio proattivo nella gestione del manuale HACCP porta numerosi benefici per un’azienda alimentare. Un sistema di autocontrollo efficace e regolarmente aggiornato infonde fiducia nei consumatori e nei partner commerciali. Dimostrare un impegno serio per la sicurezza alimentare può distinguere un’azienda dalla concorrenza e attrarre nuovi clienti.

L’applicazione rigorosa dei principi HACCP contribuisce anche a ottimizzare i processi interni e a ridurre gli sprechi. Identificare i punti critici di controllo permette di intervenire in modo mirato e tempestivo, prevenendo la produzione di lotti di prodotto non conformi.

Questo si traduce in un risparmio di costi e risorse. Un sistema HACCP ben funzionante migliora l’efficienza operativa e riduce la probabilità di richiami di prodotto, che possono essere molto dannosi per l’immagine aziendale.

La gestione quotidiana del manuale

Un manuale per HACCP non deve rimanere in un cassetto, ma deve essere parte integrante della routine lavorativa. La sua efficacia dipende dalla partecipazione attiva di tutto il personale coinvolto.

È essenziale che i dipendenti siano adeguatamente formati sui principi dell’HACCP e sulle procedure specifiche da seguire nel loro ruolo. La formazione continua assicura che il personale sia sempre aggiornato sulle migliori prassi igieniche.

La documentazione e la registrazione dei dati sono attività che devono essere svolte con precisione e regolarità. Le schede di monitoraggio devono essere semplici da usare e accessibili al personale.

Appare dunque evidente come la gestione quotidiana del manuale è un’attività di squadra che richiede impegno costante.

Il manuale HACCP come sinonimo di affidabilità

In un mercato sempre più attento alla provenienza e alla sicurezza degli alimenti, il manuale HACCP diventa un vero e proprio biglietto da visita per un’azienda. Non è solo uno strumento per evitare sanzioni, ma una dichiarazione di intenti verso la qualità e l’affidabilità.

Un’azienda che mostra di prendere sul serio la sicurezza alimentare dimostra di rispettare non solo le normative, ma anche i propri clienti.

L’utilizzo corretto di questo strumento può migliorare le performance aziendali e consolidare la reputazione di serietà e affidabilità. Mantenere il manuale vivo e aggiornato è dunque un modo per investire nella propria attività e garantire un futuro sicuro.