Poltrone relax per anziani e disabili: tipologie, funzionalità e vantaggi pratici

La scelta di una poltrona relax per anziani o disabili non è una questione di stile, ma di autonomia, sicurezza e qualità della vita. Analizzare in modo critico le tipologie disponibili e le loro funzionalità permette di orientarsi con precisione tra soluzioni tecniche che spesso vengono presentate con slogan accattivanti ma con differenze sostanziali nelle prestazioni reali.

Tipologie principali

Esistono diverse famiglie di poltrone relax, ognuna pensata per esigenze specifiche. Le poltrone manuali rappresentano l’opzione più economica: la posizione si regola tramite leve o meccanismi a molla. Sono adatte a chi ha residuale autonomia motoria e a contesti in cui il budget è limitato.

Le poltrone elettriche costituiscono la categoria più versatile: sono dotate di uno o più motori che permettono di regolare schienale, poggiapiedi e, in molti casi, l’inclinazione complessiva. Le versioni con funzione lift integrata aiutano nella fase di sollevamento, riducendo il rischio di cadute e lo sforzo per il caregiver.

Per utenti con esigenze posturali complesse esistono modelli con supporti lombari regolabili, inclinazione a zero-gravità e basi girevoli. Infine, le poltrone con funzioni terapeutiche (massaggio, riscaldamento, vibrazione a frequenze mirate) mirano a ridurre dolore e rigidità, ma la loro efficacia dipende molto dalla qualità dei componenti e dalla personalizzazione.

Caratteristiche funzionali chiave

Dal punto di vista funzionale, alcuni elementi sono discriminanti: il numero di motori, la presenza di comandi intuitivi (telecomando con tasti grandi, comandi programmabili), l’alimentazione di emergenza e la qualità del rivestimento. Un motore singolo può bastare per sollevare e reclinare, ma due motori permettono regolazioni indipendenti dello schienale e del poggiapiedi, offrendo posizioni più ergonomiche.

I rivestimenti sfoderabili e lavabili sono essenziali in contesti sanitari o domestici con esigenze di igiene. Materiali traspiranti e anti-scivolo migliorano il comfort e la sicurezza. Le basi con ruote bloccabili sono utili per spostare la poltrona durante le pulizie o i trasferimenti, ma devono garantire stabilità quando bloccate.

Sicurezza e regolazione

La normativa e le certificazioni sui componenti elettrici e sui meccanismi di sollevamento dovrebbero guidare la scelta: motori certificati, protezione contro il surriscaldamento, interruttori di emergenza e limiti di carico ben specificati sono parametri non negoziabili. I sensori anti-schiacciamento, presenti su modelli di qualità superiore, prevengono infortuni durante la regolazione delle parti mobili.

Vantaggi concreti per anziani e persone con disabilità

Una poltrona relax ben scelta offre vantaggi misurabili: diminuzione del dolore lombare e agli arti inferiori grazie a posizioni che riducono la pressione vertebrale; riduzione delle cadute mediante la funzione lift; aumento dell’autonomia nelle attività quotidiane come alzarsi o sedersi; migliore qualità del sonno e declino del carico assistenziale per caregiver e famiglie.

Inoltre, soluzioni con componenti terapeutici possono migliorare la circolazione e ridurre la rigidità, favorendo la mobilità residua. È però importante evitare aspettative irrealistiche: una poltrona non sostituisce la riabilitazione, ma può integrarla efficacemente.

Criteri di scelta pragmatici

La scelta deve essere orientata dalla valutazione clinica e dal contesto d’uso. Misurare lo spazio disponibile, considerare l’altezza e il peso dell’utente, verificare la compatibilità con ausili esistenti (cuscini ortopedici, cinture di sicurezza) e testare la poltrona in sede sono passaggi fondamentali. Valutare servizio post-vendita, garanzia e disponibilità di ricambi è altrettanto cruciale: una poltrona con assistenza rapida preserva investimenti e salute.

Per chi cerca soluzioni professionali e variegate, vale la pena consultare cataloghi specializzati dove prodotti e assistenza vengono presentati con trasparenza; ad esempio, chi è interessato a modelli completi può trovare informazioni e opzioni sulle poltrone relax offerte da aziende attive nel settore.

In termini di rapporto qualità-prezzo, non sempre il modello più costoso è il migliore per un singolo utente: l’analisi delle reali necessità posturali e funzionali porta spesso a scelte più efficienti e sostenibili nel tempo.

La decisione finale dovrebbe bilanciare ergonomia, sicurezza e facilità d’uso, privilegiando prodotti con componenti certificati e con servizi di prova e assistenza. Solo così la poltrona diventa uno strumento concreto di autonomia e sollievo, e non un acquisto dettato dall’apparenza o dalla promessa di benefici non verificabili.

Da start-up locale a piattaforma di pagamento: il caso Satispay e le lezioni per gli imprenditori italiani

Nell’ultimo decennio l’Italia ha visto nascere aziende digitali capaci di cambiare abitudini consolidate: tra queste Satispay è un esempio di come un’idea semplice — pagare via smartphone senza POS tradizionali — possa scalare in un mercato frammentato. Questo articolo analizza il percorso della società, i fattori che hanno favorito la diffusione, e le lezioni pratiche per chi vuole trasformare una soluzione locale in un servizio di massa.

Contesto: il mercato dei pagamenti in Italia è stato storicamente dominato da contanti e circuiti bancari tradizionali. La penetrazione degli smartphone e la frustrazione di esercenti e consumatori hanno creato spazio per soluzioni alternative. Satispay ha capitalizzato su tre elementi chiave: semplicità d’uso, modello di commissioni competitivo per i negozianti e un approccio di marketing basato sulla viralità tra utenti privati.

Analisi e dati: la crescita di Satispay è stata guidata da una progressiva espansione della base utenti e dall’aumento delle transazioni ripetute. Alcuni indicatori rilevanti per comprendere il modello sono: tasso di adozione organica (passaparola e incentivi), percentuale di utenti attivi mensili rispetto al totale registrato, e valore medio transato (Average Transaction Value). In fase iniziale la leva principale è stata l’acquisizione di utenti attraverso promozioni mirate e integrazioni con esercenti locali: piccoli negozi di quartiere, bar e ristoranti hanno costituito il terreno ideale per dimostrare la praticità del servizio.

Un altro fattore cruciale è stato il posizionamento di prezzo per i commercianti. A differenza dei circuiti tradizionali con commissioni percentuali elevati, il modello di Satispay ha puntato a fee fisse e predicibili, rendendolo appetibile per micropagamenti e per chi ha margini ridotti. Questo ha accelerato l’adozione in segmenti che fino a quel momento erano poco serviti dalla digitalizzazione dei pagamenti.

Dal punto di vista finanziario, la startup ha combinato round di investimento con un’attenta gestione del burn rate, concentrandosi sulla crescita sostenibile dei volumi di transazione prima di puntare massicciamente su espansione internazionale. La partnership con attori locali e l’ottimizzazione dei costi di acquisizione cliente (CAC) hanno migliorato il rapporto con il valore del cliente nel tempo (LTV).

Esempi operativi: nell’implementazione sul territorio, il team ha adottato tattiche molto pratiche: onboarding semplificato per esercenti, supporto commerciale locale, campagne geolocalizzate e incentivi per usare l’app in contesti quotidiani (pagamento parcheggi, caffè, scontrini digitali). L’integrazione con soluzioni bancarie e la conformità regolamentare hanno rappresentato sfide tecniche e legali affrontate con risorse dedicate, elemento che spesso differenzia le start-up che sopravvivono da quelle che falliscono.

Implicazioni per altri imprenditori: il caso mette in luce alcune regole utili per chi avvia una fintech o una piattaforma locale con ambizioni di scala.

1) Vertically focus then scale: partire da una nicchia geografica o settoriale aiuta a costruire processi replicabili e referenze credibili prima dell’espansione nazionale o estera.

2) Unit economics sotto controllo: conoscere LTV, CAC e margine per transazione è fondamentale. Non tutte le metriche di crescita valgono se non portano a un percorso verso la redditività.

3) Partnership strategiche: collaborare con banche, operatori POS o reti locali accelera l’adozione e riduce ostacoli normativi.

4) Esperienza utente prioritariamente semplice: per i servizi di pagamento, la frizione va ridotta al minimo; anche il piccolo dettaglio nell’onboarding può fare la differenza.

5) Pianificare la compliance: normative sui pagamenti e protezione dei dati richiedono investimento precoce, non possono essere un ripensamento post-lancio.

Guardando al futuro, il settore dei pagamenti continuerà a evolvere verso l’embedded finance e l’open banking: chi saprà integrare servizi finanziari contestuali (microcredito, risparmio automatizzato, loyalty avanzata) al flusso di pagamento avrà un vantaggio competitivo. Per le start-up italiane, la lezione è chiara: la scala arriva combinando prodotto eccellente, controllo dei numeri e alleanze strategiche. Satispay non è solo una storia di successo nazionale; è un promemoria su come idee semplici, se eseguite con disciplina finanziaria e attenzione al cliente, possano trasformare abitudini consolidate.

Tassi in rialzo e mercati emergenti: come navigare la nuova fase globale

Negli ultimi due anni la normalizzazione delle politiche monetarie nelle economie avanzate ha messo sotto pressione molti mercati emergenti. Dopo la fase espansiva post-pandemia, con inflazione volatile e una stretta graduale dei tassi da parte della Federal Reserve e di altre banche centrali, gli afflussi di capitale e il valore delle valute locali sono diventati fattori critici per la stabilità macroeconomica. Questo articolo analizza le dinamiche in gioco, offre esempi concreti e valuta le implicazioni per investitori, imprese e decisori politici.

Contesto: la transizione da shock a normalizzazione. L’abbondante liquidità globale che ha caratterizzato gli anni immediatamente successivi alla pandemia ha sostenuto crescita e mercati finanziari, ma ha anche alimentato pressioni inflazionistiche. La reazione delle banche centrali è stata un progressivo rialzo dei tassi per riportare l’inflazione verso gli obiettivi. Quando i tassi reali nelle economie avanzate aumentano, il costo opportunità di detenere attività denominati in valute dei mercati emergenti cresce, spesso innescando fughe di capitali, svalutazioni valutarie e difficoltà nel rifinanziamento del debito estero.

Analisi: canali di trasmissione e numeri chiave. I principali canali attraverso cui i rialzi dei tassi negli Stati Uniti e in Europa influenzano i mercati emergenti sono tre: flussi di capitale, valuta e costo del debito. Gli investitori globali ricercano rendimenti più elevati e meno rischio nei titoli governativi e corporate delle economie sviluppate, riducendo la domanda di asset emergenti. A breve termine questo provoca deprezzamento delle valute locali; a medio termine aumenta il costo del servizio del debito in valuta estera per governi e imprese.

Esempi pratici aiutano a comprendere il fenomeno. Paesi con riserve valutarie ridotte o deficit esterni elevati sono particolarmente vulnerabili. In alcuni casi noti emerge la combinazione di valuta debole e inflazione importata: la svalutazione incrementa il costo delle importazioni energetiche e delle materie prime, amplificando l’inflazione interna. Al contrario, economie con fondamentali solidi — avanzo primario, riserve adeguate, inflazione sotto controllo — mostrano maggior capacità di assorbire shock esterni. Settori ad alta intensità di importazione o con esposizione a debito in valuta estera (in particolare imprese manifatturiere e infrastrutture) risultano i più esposti.

Strategie adottate e lezioni recenti. Le autorità monetarie dei paesi emergenti hanno risposto con combinazioni di interventi sul mercato valutario, rialzi dei tassi domestici e misure macroprudenziali per limitare la volatilità. Alcuni governi hanno anche rinegoziato scadenze o cercato linee di credito internazionale per rafforzare le riserve. Sul fronte privato, molte aziende hanno accelerato la copertura del rischio di cambio, diversificato le fonti di finanziamento e riprogettato catene di fornitura per ridurre l’esposizione a shock di prezzo.

Per gli investitori, l’analisi bottom-up è oggi cruciale: selezionare mercati con bilance correnti sostenibili, livelli di riserve adeguati e prove di politiche credibili può ridurre il rischio. Le valute con fondamentali solidi tendono a recuperare più rapidamente quando la volatilità globale si attenua.

Implicazioni future: cosa aspettarsi e come prepararsi. Nel medio periodo, la dinamica dipenderà da due fattori principali: l’andamento dell’inflazione globale e la risposta delle banche centrali. Se l’inflazione dovesse stabilizzarsi verso gli obiettivi, è possibile una graduale riduzione della pressione sui mercati emergenti; altrimenti, ulteriore inasprimento potrebbe alimentare nuove ondate di volatilità.

Per i policy maker nei paesi emergenti, la priorità resta rafforzare la resilienza: accumulare riserve, mantenere finanze pubbliche sostenibili, migliorare la trasparenza delle statistiche macroeconomiche e disegnare strumenti macroprudenziali flessibili. Per le imprese, è consigliabile gestire attivamente il rischio valutario, valutare la ridenominazione di parte del debito in valute locali quando possibile e conservare linee di credito diversificate.

Infine, per gli investitori istituzionali e retail che guardano ai mercati emergenti, la strategia più prudente è combinare selezione geografica attenta, gestione del rischio e orizzonti d’investimento adeguati: i ritorni potenziali restano elevati, ma la volatilità si è trasformata in una componente strutturale del nuovo contesto globale.

Conclusione: il rialzo dei tassi a livello globale rappresenta una fase di aggiustamento economico che mette alla prova la solidità dei fondamentali nei mercati emergenti. Con politiche credibili e gestione del rischio, molte economie e imprese possono non solo sopravvivere alla tempesta, ma uscirne rafforzate. L’attenzione al dettaglio nelle scelte finanziarie e nella politica pubblica sarà il vero discrimine tra chi sarà pronto per la prossima fase di crescita e chi rimarrà esposto a shock evitabili.

Cybersecurity, aumentano gli investimenti, ma anche i rischi  

Un’azienda su tre, tra le grandi realtà italiane, nel 2025 ha dovuto fare i conti con un attacco informatico serio. Non un semplice tentativo respinto dal firewall, ma un incidente con costi concreti di ripristino. E in alcuni casi – il 3% – con effetti diretti sull’operatività. 

È dentro questo scenario che il mercato italiano della cybersecurity ha raggiunto i 2,78 miliardi di euro, segnando un +12% rispetto all’anno precedente. A dirlo è l’Osservatorio Cybersecurity & Data Protection del Politecnico di Milano. La crescita è leggermente meno brillante rispetto agli anni passati, ma resta solida. Soprattutto se si considera che la spesa digitale complessiva aumenta appena dell’1,5%.

La sicurezza diventa priorità

Non è solo una questione di budget, ma anche di consapevolezza. Il 57% delle grandi imprese ha rivisto in modo strutturale i propri piani di risposta agli incidenti. E sette su dieci prevedono di aumentare ancora gli investimenti nel 2026.

La cybersecurity non è più un tema da delegare all’IT. Le nuove normative europee – dalla NIS2 al Cyber Resilience Act – hanno spinto i consigli di amministrazione a occuparsene direttamente. Oggi il rischio informatico entra nelle discussioni strategiche, accanto a bilanci e piani industriali.

L’intelligenza artificiale: un acceleratore di rischi?

L’elemento che ha cambiato le carte in tavola è l’intelligenza artificiale. Il 71% dei CISO italiani ritiene che l’AI stia aumentando il rischio cyber. Gli strumenti di automazione consentono di costruire attacchi sofisticati con una facilità impensabile fino a pochi anni fa.

E poi c’è il fattore umano. Per il 96% dei responsabili sicurezza è la vulnerabilità principale. Non tanto per malafede, quanto per leggerezza, distrazione, e per l’uso crescente di strumenti di AI consumer fuori da regole chiare. La tecnologia corre, ma le abitudini spesso arrancano.

Servizi, talenti e sovranità digitale

La spesa si concentra sempre più sui servizi, in particolare sui Managed Security Services. In un mercato che soffre una cronica carenza di competenze – quasi nove grandi organizzazioni su dieci dichiarano difficoltà nel reperire talenti – esternalizzare diventa una scelta quasi obbligata.
Intanto cresce l’attenzione alla sovranità digitale: il 73% delle imprese considera la provenienza geografica dei fornitori di soluzioni cyber, privilegiando partner europei per ridurre dipendenze critiche.

Eppure, nonostante l’83% delle aziende presidii stabilmente il rischio, solo il 28% può dirsi davvero orientato alla cyber-resilienza, con monitoraggio continuo, simulazioni e uso strutturato dell’AI a supporto della difesa.

Milano-Cortina 2026: l’audience supera Parigi 2024

Anne-Sophie Voumard, AD di Cio Television and Marketing Services) rende noti i dati relativi a Milano-Cortina 2026: due italiani su tre hanno guardato o stanno guardando i Giochi, e questa percentuale, superiore a quella registrata per Parigi 2024, è destinata ad aumentare.

Durante una conferenza stampa a Milano, Voumard ammette che “I Giochi sono più popolari che mai, l’audience è notevole e ogni giorno mi sorprendo davanti ai numeri. Abbiamo un notevole successo di pubblico e trasmissioni tv, le aspettative sono state superate indipendentemente dal fuso orario: assistiamo a un successo di audience in tutto il mondo”. E in Italia le visioni di questi Giochi Invernali superano di molto le tre edizioni precedenti messe insieme.

Battuto ogni record di ascolti

Ottimo riscontro anche in Francia, sede della prossima edizione nel 2030, dove sono stati superati 50 milioni di telespettatori. 
Sulla piattaforma Olympics.com, invece, “Sono stati superati 100 milioni di utenti. A Pechino erano 68 milioni, per cui batteremo ogni record”, afferma Yannis Exarchos, ceo di OBS, il broadcaster ufficiale dei Giochi. 

Non sono mancate iniziative del tutto informali, come la presenza all’interno di Roblox di attività firmate CIO sul videogioco Brookhaven, che hanno fatto registrare più di 1,3 miliardi di visualizzazioni da tutto il mondo, oltre 60 volte superiori di quelle per Parigi 2024.

Iniziative digitali e gaming

Tutto questo è stato possibile “grazie anche alla collaborazione con molti partner come Netflix – aggiunge Voumard -, per far conoscere atleti al grande pubblico prima dell’inizio delle Olimpiadi. Un modo per presentare la storia ‘dietro le quinte’ della qualificazione ai Giochi dei vari atleti”, si legge sul Corriere dello Sport.
Insomma, Milano Cortina 2026 sono già le Olimpiadi invernali più seguite sulle Tv generaliste e on-demand, via web e sui social. “Le medaglie ovviamente contribuiscono”, sottolinea Voumard.

Per quanto riguarda le piattaforme di streaming, Warner Bros. Discovery segnala una crescita percentuale a tre cifre in termini di ore visualizzate. Lo stesso vale per gli Stati Uniti, dove su Peacock sono stati trasmessi in streaming 11,2 miliardi di minuti, con un aumento del 62%. A ciò si aggiungono oltre 100 creators nelle diverse sedi per contenuti rivolti a un pubblico più giovane.

Miliardi di interazioni sui social

Secondo Yiannis Exarchos, sul sito web Olympics.com sono stati pubblicati 8.400 articoli, oltre 8.600 video e 900 interviste.
“Abbiamo avuto 9 miliardi di interazioni sui nostri social media, il doppio del numero raggiunto a Pechino – dichiara il ceo di OBS -. La maggior parte del consumo avviene su Instagram e TikTok, e regiatriamo numeri record su YouTube”. Più di 12 milioni sono i post in totale sui social, e sui post degli atleti il record è di 1,4 miliardi di interazioni.

Sono numeri che consentono agli atleti di essere molto più visibili in tutto il mondo, riferisce ANSA. “Questi Giochi – rimarca Exarchos – li aiuteranno ad avere e mantenere un seguito attraverso le loro piattaforme digitali”.

Scuola, lavoro, futuro: cosa chiedono i ragazzi?

“Senso della scuola, senso del lavoro”: è il titolo della prima indagine dell’Osservatorio Iride, nato dalla collaborazione tra Censis e Fondazione Costruiamo il Futuro. I risultati della ricerca confermano che oggi i giovani vogliono una scuola capace di prepararli a un mondo del lavoro complesso e in rapido cambiamento.

I ragazzi, infatti, chiedono soprattutto competenze. Quelle che permettono di conoscere diritti e doveri (come saper leggere i contratti di lavoro, 56,1%), e quelle che garantiscono strumenti di orientamento per la vita quotidiana tra istituzioni, uffici, banche, e imprese (40,9%).
E se il 62,8% di loro è preoccupato per il proprio futuro occupazionale, pur temendo le difficoltà, la maggioranza desidera proseguire gli studi.

Non si accontentano di “un lavoro qualunque”

Insomma, sono ragazzi che chiedono più competenze pratiche, orientamento, strumenti educativi adeguati, e una scuola capace di prepararli a un contesto complesso e in rapido cambiamento.

Pur affermando che il lavoro non definisce l’identità di una persona (63,3%), i ragazzi hanno voglia di confrontarsi con il mondo del lavoro. E se vedono la prospettiva di un’occupazione poco qualificata, e pensano di essere penalizzati, ne cercano una che consenta autonomia su tempi e orari, e permetta di ‘fare cose’ interessanti e appassionanti.
Insomma, non si accontentano di un lavoro qualunque.

Genitori, educatori, decisori politici: tutti sono chiamati in causa

Inoltre, i giovani hanno le loro priorità e le mettono in fila. Il 91,6% vorrebbe avere un lavoro che gli piace, l’89,6% avere successo nel lavoro, l’88,8% vivere con la persona amata, l’88,7% vivere una vita soddisfacente, il 74,1% riuscire a fare la differenza nel mondo e impegnarsi per cambiare le cose, e il 70,8% desidera avere figli.

In sostanza, i ragazzi sono coscienti che la realtà sociale sia molto complessa e in continua trasformazione, che il futuro non sia affatto facile e che gli strumenti in loro possesso non siano i più adatti per affrontare un percorso incerto. Ma nonostante questo, hanno la forte volontà di impegnarsi per raggiungere i loro obiettivi.
È uno scenario, questo, che chiama in causa tutti, in particolare, gli adulti, i genitori, gli educatori, i decisori politici.

Altro che “bamboccioni” senza idee o valori

“L’Osservatorio Iride nasce per valorizzare lo sguardo delle ragazze e dei ragazzi sui percorsi educativi e sul loro futuro – dichiara Gabriele Toccafondi, Direttore dell’Osservatorio Iride -. Accanto ai tradizionali sistemi di valutazione della scuola e della formazione, Iride esplora uno spazio ancora poco indagato: il punto di vista diretto degli studenti. Quello presentato oggi è il primo studio realizzato e dalle risposte emerge chiaramente che questi ragazzi sono tutt’altro che ‘bamboccioni’ o generazione senza idee o valori. Anzi, sono giovani consapevoli, non rassegnati, e desiderosi di costruire il proprio futuro. Anche incerti (34,2%) e ansiosi (30,9%), ma contemporaneamente fiduciosi (29,8%) e ottimisti (30,2%)”.

Consumatori e imprese: a inizio 2026 sale l’indice di fiducia

Per chi si aspettava che a gennaio 2026 cambiasse tutto, beh, non è così. Quello che è vero, però, è che qualche segnale positivo c’è. Stiamo parlando dei dati Istat sul clima di fiducia di consumatori e imprese raccolti a inizio anno.

In sintesi, danno lo spaccato di un Paese che prova a rialzare la testa, con la cautela di chi sa che il terreno sotto i piedi non è ancora solidissimo.

Un miglioramento piccolo, ma da non sottovalutare

La fiducia dei consumatori cresce di appena due decimi, da 96,6 a 96,8. Non è certo un balzo in avanti, però è comunque un dato positivo.
Più marcato, invece, l’aumento della fiducia delle imprese, che sale a 97,6. Qui il segnale è più chiaro: il mondo produttivo sembra intravedere qualche spiraglio in più rispetto ai mesi precedenti.

Famiglie tra speranza e prudenza

Se si entra nel dettaglio delle opinioni dei consumatori, emerge un atteggiamento quasi ambivalente. Da un lato cresce la fiducia nel quadro economico generale e nelle prospettive future, comprese quelle legate al lavoro e alla disoccupazione. Dall’altro, quando si guarda al presente e alla propria situazione personale, prevale ancora la cautela.

Le famiglie sembrano dire: il futuro forse sarà un po’ meno complicato, ma oggi conviene andarci piano, senza fare passi azzardati.

Servizi in pole position per capacità di ripresa

Il fronte delle imprese presenta una certa disomogeneità. I servizi di mercato spingono sull’acceleratore e registrano un netto miglioramento della fiducia. Anche la manifattura dà segnali positivi, seppure più contenuti.

A soffrire sono invece le costruzioni e, soprattutto, il commercio al dettaglio, dove il clima peggiora in modo evidente. Qui il pessimismo attraversa sia la grande distribuzione sia i negozi tradizionali, senza distinzione.

Migliorano gli ordini, ma i magazzini si riempiono

Nella manifattura crescono le aspettative sulla produzione e migliorano i giudizi sugli ordini, ma aumenta anche il livello delle scorte. Un segnale che racconta una ripresa ancora incompleta, dove l’offerta riparte più velocemente della domanda.

Le costruzioni, al contrario, segnalano un calo degli ordini e prevedono un’occupazione stabile, senza particolari scosse. Nei servizi il clima è decisamente più positivo, mentre nel commercio pesano vendite deludenti e magazzini pieni.

Cambia anche il modo di leggere i dati

Da gennaio 2026 l’Istat ha snellito i questionari, eliminando alcune domande per semplificare la rilevazione. Alcuni indicatori, quindi, non verranno più pubblicati. Un aspetto tecnico, ma utile da tenere a mente per interpretare correttamente le serie future.

In sintesi, la fiducia cresce piano, sostenuta più dalle aspettative che dalla realtà quotidiana. In ogni caso, è già qualcosa.

AI: nel 2025 cresce l’adozione nel mondo, ma si accentua il divario digitale

Nonostante i progressi nell’adozione dell’AI, i dati della nuova edizione dell’AI Diffusion Report (Global AI Adoption in 2025 – A Widening Digital Divide) di Microsoft AI Economy Institute mostrano un divario crescente.
Nel secondo semestre 2025 il Report evidenzia una crescita globale dell’adozione dell’Intelligenza artificiale pari all’1,2%, portando circa il 16% della popolazione mondiale a utilizzare strumenti di AI generativa.

Ma l’utilizzo dell’AI da parte del Nord del mondo è cresciuta quasi il doppio rispetto al Sud, ovvero, i Paesi in via di sviluppo, stabilendo un gap di 10,6 punti percentuali.
Di conseguenza, ora il 24,7% della popolazione in età lavorativa nel Nord del pianeta utilizza questi strumenti, rispetto a solo il 14,1% della popolazione del Sud.

Una geografia dell’innovazione asimmetrica

In questo scenario, la leadership resta saldamente nelle mani di Paesi che hanno investito precocemente in infrastrutture e competenze.
Gli Emirati Arabi Uniti si confermano al primo posto, con un tasso del 64% di adozione, seguiti da Singapore al 60,9%.
In Europa, nazioni come Norvegia, Irlanda, Francia e Spagna mantengono posizioni di rilievo nel ranking globale.

Gli Stati Uniti, leader nelle infrastrutture di AI e nello sviluppo di modelli di frontiera, sono scesi dal 23° al 24° posto tra la popolazione in età lavorativa, con un tasso di utilizzo del 28,3%.
La Corea del Sud rappresenta il caso di crescita più rilevante del semestre, scalando sette posizioni (dal 25° al 18° posto). Con un incremento del 4,8% in soli sei mesi, il Paese ha beneficiato di politiche governative mirate e dell’ottimizzazione dei modelli nella lingua locale.

I casi di successo: Corea del Sud e il fenomeno DeepSeek

L’AI generativa i Corea del Sud ora viene utilizzata nelle scuole, nei luoghi di lavoro e nei servizi pubblici, e il Paese è diventato uno dei mercati in più rapida crescita per ChatGPT, portando OpenAI ad aprire un ufficio a Seul.
Parallelamente, il 2025 ha segnato l’ascesa di DeepSeek. 

Grazie a una licenza open source e alla gratuità del servizio chatbot, questo modello di AI ha guadagnato terreno in mercati storicamente meno serviti dai provider tradizionali o soggetti a restrizioni, come Cina, Russia, Iran e diversi Paesi africani.
L’ascesa di DeepSeek evidenzia come l’accessibilità finanziaria e tecnica sia un driver fondamentale per la diffusione tecnologica.

Il mercato italiano mostra segnali di consolidamento

Nel corso del secondo semestre 2025 l’adozione dell’Intelligenza artificiale in Italia è cresciuta di 2 punti percentuali,  passando dal 25,8% al 27,8% del semestre precedente.
Sebbene il dato sia superiore alla media di crescita globale, resta la sfida di integrare tali strumenti in modo capillare nel tessuto produttivo e scolastico per mantenere la competitività internazionale.

La prossima ondata di diffusione a livello globale dipenderà dalla capacità dei sistemi di ridurre le barriere d’ingresso. La sfida per il prossimo anno sarà infatti garantire che l’innovazione non accentui le disuguaglianze esistenti, mantenendo un focus rigoroso su etica e sicurezza.

Le aspettative per il 2026 tra ripresa e incertezze

In Italia il 63% dei cittadini ritiene che il 2025 sia stato un anno negativo per il Paese. Tuttavia, a livello personale il giudizio si fa meno severo, e la percentuale scende al 44%.
A livello globale, è il 66% della popolazione a considerare il 2025 un anno negativo per il proprio Paese, e il 50% per sé e la propria famiglia. Il 71% però crede che il 2026 sarà migliore, e guarda al 2026 con ottimismo.

Inoltre, secondo l’Ipsos Predictions Survey 2026 su aspettative e preoccupazioni per l’anno nuovo, il 49% dei cittadini prevede un miglioramento dell’economia globale, ma il 59% si aspetta proteste contro le modalità di governo. E l’82% intende trascorrere più tempo con famiglia e amici.

Quali prospettive per l’anno nuovo?

L’Italia si posiziona tra i Paesi meno ottimisti per il 2026, con ‘solo’ il 57% di fiduciosi, superando però Francia (41%), Giappone (44%) e Belgio (49%).
Sul fronte economico, meno della metà degli intervistati nei 30 Paesi considerati dall’indagine (49%) prevede un miglioramento dell’economia globale nel 2026.

Gli italiani si mostrano decisamente più pessimisti. Il 66% ritiene che l’economia mondiale peggiorerà nel corso del prossimo anno.
In un contesto internazionale segnato dalle politiche tariffarie del presidente americano Donald Trump, il sentiment economico è diminuito o rimasto stabile in 19 dei 30 Paesi analizzati, con significative oscillazioni in entrambe le direzioni. 

Rischi e minacce percepite

L’ottimismo per il futuro, sceso di 9 punti percentuali (65%) alla fine del 2022, anno caratterizzato da inflazione, pandemia e invasione dell’Ucraina, fatica ancora a riprendersi completamente.
In Italia, solo il 34% crede che le persone inizieranno a essere più ottimiste riguardo al futuro.

Il 29% della popolazione globale teme poi un importante attacco terroristico nel proprio Paese nel 2026, percentuale che in Italia scende al 18%.
E sulla sicurezza locale le opinioni si dividono. Il 46% prevede che la propria area di residenza sarà meno sicura nel 2026, percentuale che sale al 50% in Italia.

Tra disordini pubblici e buoni propositi

Il 59% a livello globale (58% in Italia) si aspetta disordini pubblici su larga scala, come proteste o rivolte, contro le modalità di governo del Paese. Rispetto al 2019, tre paesi del G7, ovvero, Gran Bretagna, Giappone (entrambi +11%) e Stati Uniti (+10%) hanno registrato aumenti a doppia cifra nelle aspettative di disordini sociali.

Quanto ai buoni propositi per l’anno appena iniziato, il 75% a livello globale (67% in Italia) intende fare più esercizio fisico, il 60% dedicherà più tempo al proprio aspetto (62% in Italia), l’82% pianifica di trascorrere più tempo con famiglia e amici (84% in Italia), il 37% intende ridurre l’uso dei social media (41% in Italia), mentre il 53% non prevede cambiamenti.

Intelligenza Artificiale: il 16% delle imprese con oltre 10 addetti la utilizza

A quanto emerge da dati Istat, le imprese di maggiori dimensioni registrano in termini assoluti una crescita più marcata nell’utilizzo di tecnologie AI, passando dal 32,5% del 2024 al 53,1%. Si amplia così il divario rispetto alle Pmi, il cui utilizzo ugualmente raddoppia, passando dal 7,7% al 15,7%.

Le differenze più marcate si riscontrano nelle attività che richiedono competenze specialistiche avanzate, come l’analisi dei dati (41,9% Pmi, 83,6% grandi imprese) e quelle legate alla complessità organizzativa e dimensionale, come per l’utilizzo di software gestionali ERP (48,8%, 85,9%) e CRM (21,1%, 56,5% grandi imprese).
Nel 2025, il 16,4% delle imprese con almeno 10 addetti utilizza almeno una tecnologia di AI, segnando un significativo incremento rispetto all’8,2% del 2024 e al 5,0% del 2023.

Decennio Digitale: obiettivo digitalizzare le Pmi

Tra gli obiettivi europei del ‘Decennio Digitale’, uno dei più importanti è portare entro il 2030 il 90% delle Pmi a un livello base di digitalizzazione.
Per l’Italia il grado di raggiungimento dell’obiettivo passa dal 68,1% nel 2023 e all’88,3% nel 2025, lasciando cinque anni per coprire i restanti 11,7%.
Altri tre obiettivi riguardano l’adozione di cloud computing, l’analisi dei dati e l’uso di AI nelle imprese con almeno 10 addetti, ciascuno con un target del 75% entro il 2030.

Quanto alle tecnologie AI utilizzate per settore di attività economica si evidenziano le imprese attive nell’informatica e altri servizi d’informazione (53%, era 36,7% nel 2024), le attività di produzione cinematografica, video e programmi televisivi, di registrazioni musicali e sonore (49,5%, 28,3% nel 2024) e le telecomunicazioni (37,3%, 27,6%).

Una combinazione di tecnologie

Aumenta anche la varietà nell’utilizzo delle tecnologie di AI, misurata attraverso l’adozione combinata di almeno due tecnologie. La percentuale di imprese con almeno 10 addetti che utilizza questa combinazione passa dal 5,2% del 2024 al 10,6% nel 2025.

Tra le imprese che utilizzano AI, le tecnologie più comuni riguardano l’estrazione di conoscenza e informazione da documenti di testo (70,8%), la GenAI relativa al linguaggio scritto/parlato, immagini, video, suoni/audio (59,1%) e la conversione della lingua parlata in formati leggibili da dispostivi informatici attraverso tecnologie di riconoscimento vocale (41,3%).

L’impiego della GenAI resta residuale

È il settore dei servizi postali il primo utilizzatore di tecnologia GenAI di linguaggio naturale (80,2%), machine learning (59,5%), automatizzazione dei flussi di lavoro (39,9%).
Nel complesso, la diffusione dell’AI presenta ancora ampi spazi per una crescita ulteriore: l’83,6% delle imprese non adotta alcuna tecnologia di AI, segnalando un livello di penetrazione ancora molto contenuto.

Nell’ambito delle imprese con almeno 10 addetti che hanno adottato l’AI, l’impiego esclusivo di AI generativa (1,7%) resta residuale, mentre l’uso della sola AI non generativa (6,7%) riflette una maggiore maturità in applicazioni consolidate.
Inoltre, l’adozione congiunta (8,0%) indica un segmento potenzialmente più avanzato nell’adozione tecnologica.