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Italia, 2024: PIL e consumi in crescita più al Sud che al Nord

Nel 2024, i consumi complessivi in Italia superano di circa 17 miliardi di euro i livelli pre-pandemia, ma registrano una crescita limitata rispetto all’anno precedente, attestandosi a un incremento dello 0,5% rispetto all’1% del 2023. Solo in Liguria e Umbria si osserva un leggero miglioramento (+0,7% e +0,4%), mentre nel Molise i consumi rimangono stabili.

Per il PIL nazionale, le stime indicano una crescita dello 0,8% per il 2024, in lieve ribasso rispetto alle previsioni precedenti. Dal punto di vista territoriale, il Mezzogiorno presenta una crescita del PIL doppia rispetto al Nord (+1,2% contro +0,5%), anche se i consumi nel Sud rimangono meno dinamici (+0,4%).

Disparità tra Nord e Sud: PIL pro capite e demografia

Il divario economico tra Nord e Sud rimane significativo. Il PIL pro capite nel Sud è di circa 21.700 euro, contro i 39.800 euro del Nord, creando uno scarto di oltre 18.000 euro. Tale disuguaglianza è aggravata dalla diminuzione della popolazione nel Mezzogiorno, che ha visto una perdita di circa 161.000 unità tra il 2022 e il 2024, mentre il Nord ha guadagnato 125.000 abitanti.

Questo andamento demografico contribuisce a frenare le potenzialità di sviluppo delle regioni meridionali, rendendo ancora più complessa la riduzione del divario economico.

Fragilità del circuito economico: reddito, fiducia e consumi

Dall’analisi dell’Ufficio Studi di Confcommercio emerge che il ciclo economico, basato sulla fiducia dei consumatori e sui redditi disponibili, è in difficoltà. Nonostante l’aumento dell’occupazione, i recenti rinnovi contrattuali e la riduzione dell’inflazione abbiano portato a una maggiore disponibilità economica, ciò non si è tradotto in un incremento consistente dei consumi.

In particolare, il turismo straniero ha fornito un contributo positivo alla domanda in alcune aree, ma l’incremento complessivo della spesa reale per il 2024 resta limitato a mezzo punto percentuale, segnale di una ripresa ancora debole.

La “convergenza” tra Nord e Sud: un percorso lento

Le analisi mostrano che, per ridurre il divario economico tra Nord e Sud, la crescita del PIL pro capite nel Mezzogiorno dovrebbe superare quella del Nord. Tuttavia, il miglioramento nel biennio 2023-2024 è marginale, con una riduzione del divario inferiore ai 350 euro pro capite. Di conseguenza, pur osservando una convergenza parziale, il differenziale resta considerevole e supera i 18.000 euro, evidenziando la necessità di interventi strutturali a favore del Sud.

In conclusione, la situazione economica in Italia nel 2024 risulta complessa e disomogenea, con una crescita del PIL limitata e consumi ancora fragili, specialmente al Sud, dove le problematiche demografiche e strutturali frenano lo sviluppo.

AI: solo l’11% dei CIO la implementa totalmente in azienda

I business stakeholder hanno aspettative molto alte e chiedono tempi più rapidi di implementazione dell’Intelligenza artificiale, ma i rischi sono alti.

L’uso dell’AI sta aumentando rapidamente nelle aziende poiché i decisori aziendali (CIO) ne colgono la grande opportunità. Il 77% dei CIO afferma di avere un ottimo consenso da parte dei dirigenti su valore ed efficacia dell’AI, ma solo l’11% l’ha implementata completamente. In media, tra il 18%-38% in meno rispetto alle controparti nelle altre linee di business.
Il punto critico è sui tempi: per il 68% dei CIO le aspettative sono irragionevoli sul ROI da questa tecnologia. Emerge da un’indagine di Salesforce sullo stato dell’AI nelle aziende.

Dati e sicurezza come precursori

La lentezza con cui vengono sancite strategie e strumenti di AI a livello aziendale può essere attribuita all’attenzione per il lavoro preparatorio che i CIO devono affrontare. Data la natura trasformativa dell’AI, il 67% dei CIO afferma di adottare un approccio più calcolato alla sua implementazione rispetto ad altre tecnologie.
Tra gli ostacoli che bisogna considerare durante l’implementazione dell’AI, i CIO evidenziano quelli legati alla sicurezza e i dati.

Mentre i problemi di sicurezza possono essere affrontati selezionando fornitori con una solida infrastruttura di sicurezza e garanzie di etica e credibilità, da per diversi intervistati in diversi settori garantire che i dati alla base dell’AI siano recenti, di alta qualità e accessibili, può essere una sfida scoraggiante.

Si fatica a identificare le priorità

Riconoscendo che devono mettere in ordine i loro dati prima di poter abbracciare pienamente l’AI, i CIO stanno attualmente allocando, in media, un budget quattro volte superiore per le attività sui dati. Tuttavia, sono incerti su quanto destinare all’AI in questa sua prima fase di vita. Solo il 47% è sicuro di aver allocato la giusta quantità di budget.

Al di là delle sfide legate al rafforzamento delle basi di dati, molti CIO hanno difficoltà a definire dove e come l’AI dovrebbe apparire nelle organizzazioni più ampie.
Ciò è particolarmente vero data la novità dei modelli e la mancanza di comprensione, o addirittura la paura, di questa novità tecnologia nei vari dipartimenti.

Disallineamento tra valore commerciale, entusiasmo e preparazione

Mentre i casi d’uso dell’AI sono più evidenti in alcune aree dell’azienda, quegli stessi reparti potrebbero non essere i più ricettivi o capaci di sfruttarne le potenzialità. Ad esempio, i CIO ritengono che il servizio clienti abbia il maggior numero di casi d’uso, ma anche che sia il meno entusiasta. D’altro canto, il marketing è desideroso di utilizzare l’AI, ma meno preparato a livello di competenze.

Alcuni CIO stanno scoprendo che questo disallineamento tra valore commerciale dell’AI, entusiasmo e preparazione richiede un approccio più ‘chirurgico’ all’implementazione in tutta l’azienda.
Per questo, alcuni CIO trovano più efficace lanciare progetti pilota che ne mettano in mostra le potenzialità, al fine di rendere possibile un’implementazione più ampia. Tanto che il 75% degli intervistati descrive le proprie organizzazioni come in fase sperimentale di adozione.

Consumi: nel carrello della spesa vincono l’italianità e le regioni

Sugli scaffali di supermercati e ipermercati i prodotti che riportano on-pack un claim relativo alla loro italianità restano i principali protagonisti del carrello della spesa. In pratica, i prodotti che hanno in etichetta un claim che richiama il ‘made in Italy’, come, ad esempio, ‘100% italiano’ o ‘prodotto in Italia’, o un’indicazione geografica europea o l’immagine della bandiera italiana, rappresentano il 27,7% delle oltre 139 mila referenze analizzate dall’Osservatorio Immagino di GS1 Italy, e contribuiscono per il 28,3% al giro d’affari totale dei supermercati e degli ipermercati.

Italiani sì, ma anche regionali: sono infatti 10.420 i prodotti alimentari venduti tramite il canale della grande distribuzione organizzata sulle cui confezioni è indicata la regione di riferimento.

In calo i volumi ma non il giro d’affari

A quanto emerge dalla analisi del quindicesimo Osservatorio Immagino nel canale dei supermercati e ipermercati l’ampio paniere dei 26.516 prodotti che richiamano la loro italianità in etichetta nel 2023 ha perso però il 4,5% dei volumi rispetto all’anno precedente. Al contrario, il loro giro d’affari è cresciuto del +7,4%, superando gli 11,3 miliardi di euro.

E se l’indicatore di italianità più utilizzato è la bandiera tricolore, presente su 15.433 prodotti, quello con la maggiore crescita annua è il bollino Dop.

Il bollino Dop è l’unico che aumenta le vendite

Il bollino che riporta la Denominazione di origine controllata ha infatti messo a segno un +9,1% rispetto al 2022, arrivando a 716 milioni di euro di sell-out, ed è anche l’unico degli otto claim monitorati ad aver registrato un aumento delle vendite in volume (+1,6%).

Nel 2023 l’affollato paniere con l’indicazione della regione di provenienza ha registrato un +5,2% a valore (superando i 3 miliardi di euro) e un -3,7% a volume.
Tutti i panieri regionali hanno aumentato il loro giro d’affari, con crescite a doppia cifra per Molise (+17,3%), Puglia, Sardegna, Valle d’Aosta e Basilicata. Di queste, Molise, Basilicata, Valle d’Aosta e Puglia hanno accresciuto anche le vendite a volume.

In testa il Trentino-Alto Adige con oltre 406 milioni di euro fatturati

Per quanto riguarda il fatturato totale, la classifica delle regioni in etichetta vede confermato il podio dell’anno precedente. Al primo posto ancora il Trentino-Alto Adige, con oltre 406 milioni di euro di giro d’affari, seconda posizione er la Sicilia e terza per il Piemonte.

L’analisi dettagliata dell’italianità e la classifica completa delle regioni in etichetta sono disponibili nella quindicesima edizione dell’Osservatorio Immagino, scaricabile gratuitamente dal sito osservatorioimmagino.it.

Gen Z e affettività: cosa vorrebbero sapere i giovanissimi?

Webboh Lab, il primo osservatorio permanente dedicato alla Generazione Z, nato dalla collaborazione tra Webboh e l’istituto di ricerca Sylla, ha condotto uno studio in collaborazione con Farmitalia. Attraverso un sondaggio online, che ha coinvolto 500 giovani italiani tra i 14 e i 17 anni, l’obiettivo era delineare le conoscenze, i dubbi e le percezioni dei ragazzi in tema di sessualità e contraccezione.

I risultati hanno mostrato come i giovani siano sensibili a queste tematiche e desiderino un’educazione sessuale priva di tabù e con maggior chiarezza.

Le fonti di informazione preferite

I dati raccolti rivelano che i giovanissimi si informano principalmente tramite amici (53,4%) e social media (46%). La scuola e il web seguono con percentuali rispettivamente del 43,2% e del 40,4%. La famiglia è solo al quinto posto con il 27,6%, mentre i professionisti come medici o consultori sono consultati solo dal 5,6% dei giovani.

L’importanza dell’educazione sessuale a scuola

L’educazione sessuale nelle scuole è considerata cruciale dagli intervistati. I ragazzi vorrebbero che si desse maggiore spazio a temi importanti, come le malattie sessualmente trasmissibili (8,47 su 10), le relazioni e il consenso (8,40 su 10), i metodi contraccettivi (7,81 su 10) e l’anatomia del corpo umano (7,78 su 10). C’è quindi una chiara richiesta di un maggiore impegno scolastico su questi argomenti.

Proposte per migliorare l’approccio all’affettività

La ricerca evidenzia anche alcune possibili iniziative per migliorare il modo in cui viene trattata la sessualità. Oltre a un maggiore coinvolgimento della scuola (8,36 su 10), gli intervistati hanno suggerito servizi di consulenza (7,87 su 10), dialoghi con adulti (7,59 su 10) e accesso a risorse online affidabili (7,49 su 10).

La conoscenza dei metodi contraccettivi

Il metodo contraccettivo più noto è il preservativo (98,2%), seguito dalla pillola anticoncezionale (88,4%). Meno conosciuti sono la spirale (49,3%) e il coito interrotto (17%). Per quanto riguarda la contraccezione d’emergenza, il 44,2% dei giovani ha familiarità con questo concetto, con l’86% che conosce la pillola del giorno dopo e il 41,8% quella dei 5 giorni dopo.

Un approccio integrato 

La ricerca suggerisce la necessità di un approccio più integrato all’educazione sessuale, che includa non solo la scuola, ma anche servizi di consulenza e il coinvolgimento delle famiglie.

Quali sono i grandi brand più colpiti dal phishing?

Una recente ricerca di Kaspersky, che ha esaminato 25 grandi aziende globali, ha rivelato che Google, Facebook e Amazon sono i marchi più frequentemente presi di mira dagli attacchi di phishing. Questo tipo di attacco, finalizzato al furto di credenziali e dati sensibili, è aumentato di quasi una volta e mezzo rispetto all’anno precedente.

Durante il primo semestre del 2024, gli utenti hanno tentato di accedere a siti fraudolenti che imitavano questi brand quasi 26 milioni di volte, segnando un incremento del 40% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Gli esperti attribuiscono questo aumento non solo alla maggiore aggressività dei cybercriminali, ma anche all’intensificazione degli sforzi per rubare dati personali e denaro.

I colossi sotto attacco  

Google è stato il marchio più colpito, con oltre 4 milioni di tentativi di phishing bloccati dalle soluzioni di sicurezza di Kaspersky. I criminali informatici cercano spesso di sottrarre credenziali di accesso a Google per poter accedere a una serie di altri servizi collegati. Al secondo posto si trova Facebook, con circa 3,7 milioni di tentativi di phishing, seguito da Amazon con circa 3 milioni. Microsoft e DHL completano la lista dei primi cinque marchi bersagliati, con rispettivamente 2,8 e 2,6 milioni di attacchi. Altri marchi noti, come PayPal, Mastercard, Apple, Netflix e Instagram, sono anch’essi tra i primi dieci obiettivi dei cybercriminali.

Minacce sempre più insistenti 

Alcuni marchi hanno visto un incremento significativo degli attacchi rispetto all’anno precedente. Gli attacchi contro Google sono aumentati del 243%, mentre quelli contro Mastercard sono cresciuti del 210%. Anche Facebook e Netflix hanno registrato un raddoppio degli attacchi. Olga Svistunova, Security Expert di Kaspersky, ha sottolineato come il phishing sia particolarmente efficace contro Google, dato che l’accesso a un account Gmail può aprire la porta a molti altri servizi.

Gli attacchi contro Mastercard, invece, sono probabilmente aumentati a causa della diffusione di negozi online falsi che offrono opzioni di pagamento con carte Mastercard.

Come strutturare un piano di difesa

Mentre alcuni brand come Microsoft e DHL hanno registrato un calo dei tentativi di phishing, attribuito a una maggiore consapevolezza digitale nelle organizzazioni, altri marchi hanno visto un aumento significativo degli attacchi. HSBC, ad esempio, ha notato un incremento di otto volte nel numero di tentativi di phishing, mentre eBay ha registrato un aumento di tre volte. Anche Airbnb, American Express e LinkedIn hanno segnalato un aumento dei tentativi di phishing rispettivamente del 174%, 137% e 122%.

Come proteggere il proprio brand 

Sebbene i marchi più noti siano i primi bersagli dei cybercriminali, anche le piccole e medie aziende possono essere prese di mira. Per proteggere il proprio brand, Kaspersky consiglia di monitorare regolarmente la presenza online sui motori di ricerca, social media e marketplace. È utile affidarsi a un fornitore di cybersicurezza per individuare tempestivamente i tentativi di phishing.

È importante anche informare i propri clienti sui canali di comunicazione ufficiali e sui rischi di phishing, specialmente per le aziende del settore finanziario o altri ambiti sensibili. In caso di phishing, raccogliere dettagli sui siti fraudolenti e segnalarli immediatamente alle autorità competenti. Incoraggiare inoltre i clienti a segnalare attività sospette può aiutare a identificare e neutralizzare le minacce rapidamente.

Mercato del lavoro: i contratti previsti a luglio e nei mesi estivi dalle imprese

Sono oltre 507mila i contratti di assunzione offerti dalle imprese a luglio, e 1,3 milioni nel trimestre luglio-settembre. La domanda di lavoro risulta in contrazione di circa 78mila contratti rispetto a luglio 2023 (-13,3%) e -156mila per il corrispondente trimestre 2023 (-10,6%).

Nel complesso, l’industria ha in programma di assumere circa 135mila profili nel mese (-15mila, -9,8% rispetto al 2023) e 371mila nel trimestre (-34mila, -8,3%). Il comparto del manifatturiero, in particolare, ricerca circa 88mila lavoratori nel mese e 236mila nel trimestre.
A delineare lo scenario del mercato del lavoro nel mese di luglio 2024 è il Bollettino del Sistema informativo Excelsior, realizzato da Unioncamere e Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali.

L’offerta dei vari settori

Le industrie della meccatronica ricercano 21mila lavoratori nel mese e 59mila nel trimestre, seguite dalle industrie alimentari, delle bevande e del tabacco (20mila, 48mila) e da quelle metallurgiche e dei prodotti in metallo (15mila, 42mila).

In calo anche la domanda di lavoro proveniente dal comparto delle costruzioni, che si attesta su quasi 47mila assunzioni a luglio (-10mila, -18,2%) e circa 135mila nel trimestre (-23mila,-14,8%).
Sono invece 373mila i contratti di lavoro offerti dal settore dei servizi nel mese in corso (-63mila, -14,5%) e circa 949mila quelli previsti tra luglio-settembre (-122mila, -11,4%).

Mancano candidati o non sono preparati

Nonostante la flessione (-45mila nel mese e -86mila nel trimestre) è il turismo a offrire le maggiori opportunità di impiego, con circa 125mila lavoratori ricercati nel mese e 265mila nel trimestre. Numerose anche le opportunità di lavoro offerte dal commercio (69mila, 180mila) e dai servizi alle persone (60mila, 185mila). 

Le imprese dichiarano però difficoltà di reperimento per oltre 245mila assunzioni a luglio (48,4% del totale), confermando come causa prevalente la ‘mancanza di candidati’ (32,3%) o la ‘preparazione inadeguata’ (12,7%).
I gruppi professionali con mismatch più elevato sono gli operai specializzati (65,7%), le professioni tecniche (54,3%), i dirigenti e le professioni intellettuali, scientifiche e con elevata specializzazione (51,1%).

In Lombardia -10mila assunzioni programmate

Nel mese, a livello territoriale, sono in calo di oltre 24mila unità le assunzioni programmate dalle imprese del Centro e di circa 24mila unità per quelle del Nord-Est.
Tra le regioni che registrano le più ampie flessioni, Lombardia (-10mila), Toscana (-9mila), Veneto ed Emilia-Romagna (entrambe circa -9mila) e Lazio (oltre -8mila).

In calo rispetto allo scorso anno lanche a domanda di lavoratori immigrati, con circa 97mila ingressi programmati nel mese (19,0% del totale).
Il tempo determinato si conferma la forma contrattuale maggiormente proposta (304mila unità, 59,9% del totale), seguiti dai contratti a tempo indeterminato (92mila, 18,1%, +1,5% vs luglio 2023). 

 I pagamenti lumaca della PA fanno soffrire le Pmi

Nel 2023 lo Stato italiano ha sostenuto un costo complessivo di 122 miliardi di euro, ma non è riuscito a onorare tutti gli impegni economici presi con i fornitori. I debiti commerciali della nostra PA continuano ad ammontare a circa 50 miliardi di euro, lo stesso importo da almeno 5 anni. E le più penalizzate da questo comportamento sono le Pmi. 

Nelle transazioni commerciali con le aziende private la nostra PA sta adottando una prassi che l’Ufficio studi della CGIA definisce ‘diabolica’. Salda le fatture di importo maggiore entro i termini di legge, mantenendo così l’Indicatore di Tempestività dei Pagamenti (ITP) entro i limiti previsti dalla norma, ma ritarda intenzionalmente il saldo di quelle con importi minori, penalizzando le imprese fornitrici con volumi bassi, le piccole imprese.

Una forma di abuso

Non solo. Da qualche tempo si è consolidata una nuova pratica ‘imposta’ da molti dirigenti pubblici, anche di società collegate a regioni ed enti locali, che decidono unilateralmente quando i fornitori devono emettere la fattura, cioè solo quando l’Amministrazione dispone dei soldi per liquidarla. Se questi ultimi non si ‘attengono’ a questa disposizione, lavorare in futuro per loro sarà difficile. Una forma di abuso della posizione dominante che risulta ‘ripugnante’.

Comuni del Sud peggiori pagatori

Tra le Amministrazioni pubbliche più ‘lumaca’ a pagare i propri fornitori sono i Comuni, in particolare quelli del Mezzogiorno. Sebbene negli ultimi anni la situazione sia migliorata, nel 2023 i dati più critici si sono registrati a Napoli, dove i fornitori sono stati pagati con 143 giorni di ritardo. In contro tendenza Palermo, che nel 2023 ha liquidato i partner commerciali con 65,5 giorni di anticipo. Nessun altro comune capoluogo di provincia d’Italia ha fatto meglio.

Al Centronord, al netto di Imperia (22,11 giorni di ritardo), Viterbo (+19) e Alessandria (+14,98), quasi tutti gli altri comuni capoluogo di provincia pagano in anticipo. Le situazioni più virtuose riguardano Padova, Grosseto e Pordenone, con un anticipo del saldo di oltre 21 giorni.

Neanche i ministeri rispettano la norma

Anche i ministeri italiani faticano a rispettare le disposizioni previste dalla legge in materia di tempi di pagamento riferiti alle transazioni commerciali. L’anno scorso 9 ministeri su 15 (il 60%) hanno liquidato i propri fornitori in ritardo rispetto alle scadenze contrattuali. Maglia nera il ministero del Turismo (ritardo di 39,72 giorni), seguito da Interno (33,52), Università e la Ricerca (32,89), Salute (13,60). Il ministero dell’Agricoltura, Sovranità alimentare e Foreste ha pagato con un anticipo di 17 giorni. 

Perché, allora, i debiti commerciali della PA rimangono attorno ai50 miliardi? 
Non è da escludere che la condotta di buona parte degli enti pubblici locali e centrali sia quella di pagare le fatture correnti entro i tempi previsti dalla legge e tralasciare il pagamento delle più datate.

Gli studenti soffrono di eco-ansia: il 76% preoccupato per la salute del Pianeta

Il cambiamento climatico è sempre più visibile e il costante aumento del costo della vita sono temi fondamentali per gli italiani ed europei. L’eco-ansia, ovvero la sensazione di disagio e paura che si prova al pensiero di possibili disastri legati ai cambiamenti ambientali, colpisce sempre più giovani. In Italia, il 76% è preoccupato per il futuro del pianeta, e oltre 2 su 3 pensano che lo spreco di cibo sia il fenomeno che incide maggiormente in modo negativo sull’ambiente (70%).

Ridurre gli sprechi è quindi una soluzione per contrastare il cambiamento climatico (78%). Una consapevolezza che si traduce nelle scelte di consumo quotidiane, influenzate anche dal caro vita.
È uno dei dati emersi dal sondaggio condotto da Too Good To Go in collaborazione con ISIC – la Carta d’Identità Internazionale degli Studenti in Italia, Francia, Spagna e Portogallo.

Giovani consapevoli dello spreco alimentare

Lo spreco alimentare come causa del climate change è considerato secondo solo all’uso della plastica (74%) e lo spreco di acqua (60%) e primo nella categoria di spreco di risorse ambientali.

Una consapevolezza in linea con i dati espressi dall’Eurobarometro, secondo il quale circa tre quarti dei giovani (76%) affermano di provare ad adattare il proprio stile di vita per ridurre al minimo l’impatto sull’ambiente.
Tra gli accorgimenti per ridurre gli sprechi, oltre all’utilizzo di app antispreco, gli studenti italiani indicano la pianificazione dei pasti e un’accurata lista della spesa. Tra le spese ridotte a causa dell’aumento dei prezzi, gli studenti indicano cenare fuori (98%) e ordinare i pasti a domicilio (53%). 

L’Europa deve agire a livello legislativo

L’importanza di azioni e interventi legislativi da mettere in pratica per arginare il problema è molto sentita tra i più giovani. Più di un intervistato italiano su 2 (56%), dichiara di aver fiducia nelle istituzioni europee. Un sentiment di fiducia positivo, inferiore rispetto a quanto registrato in Francia (70%) e Spagna (80%).

Ma insieme alle ridotte spese relative al cibo, emerge anche una maggiore attenzione alla sostenibilità. Nove studenti su 10 sprecano meno del 10% del cibo che acquistano, e il 59% ne spreca meno del 5%.

Servirebbero almeno 100 euro in più al mese per mangiare correttamente

Queste basse percentuali sono spiegate anche dalla maggiore attenzione che gli studenti dedicano alla pianificazione dei pasti (41%) o alla lista della spesa (54%), in aggiunta a soluzioni che aiutano ad acquistare cibo in maniera più sostenibile e attenta grazie a soluzioni antispreco.
Nonostante questi accorgimenti, circa la metà (47%) avrebbe però bisogno di un ulteriore budget mensile, quantificato in almeno 100 euro per poter mangiare bene e correttamente.

Nel primo trimestre 2024 spariti più di quattro negozi all’ora

Nei primi tre mesi del 2024 sono scomparse quasi diecimila imprese del commercio al dettaglio (9.828), per una media di oltre quattro negozi in meno ogni ora. Un crollo cui corrisponde la crescita inarrestabile degli acquisti online, che secondo le stime di Confesercenti, lieviteranno del +13% nel corso del 2024.
Insomma, le vetrine continuano a spostarsi dalla strada alla rete.

Lo scambio tra vetrine e pacchi, però, non è alla pari per l’economia dei territori. Con la migrazione degli acquisti verso le piattaforme internazionali di e-commerce, che spesso pagano le imposte in altri paesi, migra anche il gettito fiscale generato dai negozi. 

Chiusure e denatalità delle imprese

A pesare sono le chiusure, 17.243 tra gennaio e marzo, ma soprattutto la frenata della natalità delle imprese.
Le aperture di nuove attività continuano infatti a diminuire, e nel primo trimestre di quest’anno sono state solo 7.415. Dieci anni fa erano più del doppio. Colpa delle difficoltà per le neoimprese di affrontare un mercato sempre più dominato da grandi gruppi e giganti dell’online.

La desertificazione delle attività commerciali colpisce tutto il territorio nazionale, anche se a registrare i saldi peggiori sono le regioni con un tessuto commerciale più sviluppato. In termini assoluti, a subire la perdita più rilevante di imprese è la Campania, con un saldo negativo di -1.225 attività commerciali nel trimestre, seguita da Lombardia (-1.154) e Lazio (-1.063).

Meno vetrine, boom di consegne

Rispetto al 2012, tra chiusure e mancate aperture, il numero di negozi di vicinato al servizio della comunità è calato del -14,3% circa. In media, ci sono 12 imprese ogni mille abitanti.

Se le vetrine scompaiono, e con loro il servizio sul territorio per i cittadini, le consegne di acquisti online, invece, fanno boom. In poco più dieci anni le consegne sono cresciute di quasi dieci volte: erano 75milioni circa nel 2013, quest’anno dovrebbero arrivare a 734 milioni a livello nazionale, di cui oltre un terzo nelle tre regioni più interessate, Lombardia (124 milioni di consegne), Lazio (71 milioni circa), Campania (69,6 milioni).

Si riduce la base imponibile per il fisco

Dal 2014 a oggi il tessuto commerciale italiano ha perso oltre 92mila imprese,  e con loro, l’Irpef, la tari, e gli altri tributi pagati dai negozi.
In media, la desertificazione commerciale ha portato a una perdita cumulata di 5,2 miliardi di euro di tasse negli ultimi dieci anni. A perderci, fisco centrale ed enti locali.

Del gettito sfumato, il 17,4% (910 milioni) sarebbe stato di IMU, il 12,6% (660 milioni) di TARI, il 42,7% (2,24 miliardi) di Irpef, a cui si aggiungono 223 milioni (4,3%) di addizionale regionale e comunale Irpef, 700 milioni di euro di Irap (il 13,4%) e 510 milioni di euro di altri tributi comunali (9,7% del totale).

Lavoro: saremo scartati o assunti dall’Intelligenza artificiale?

L’Intelligenza artificiale è, e sarà, sempre più centrale sia per essere assunti sia per trovare le giuste risorse. In pratica, sarà sempre più indispensabile per lavorare. Tanto che per il 76% dei Direttori del personale AI e Big Data stanno già influenzando la gestione dei talenti in azienda, e le decisioni relative ad assunzioni, promozioni, formazione e sviluppo.

D’altronde, il 97% degli HR a livello globale (94% Italia) ha già utilizzato le nuove tecnologie digitali per migliorare le tre fasi cruciali del recruiting: attrarre, coinvolgere e fidelizzare i talenti.
I dati emergono dal Talent Trends Report di Randstad Enterprise, condotto in 21 Paesi attraverso un sondaggio su un campione di oltre 1000 human capital leader di grandi organizzazioni e diversi settori.

Ancora poco usata dai recruiter italiani

Ma l’Intelligenza artificiale apre le porte anche a un percorso professionale più dinamico e in linea con le proprie competenze, e il 65% degli HR ha investito in strumenti digitali per favorire la mobilità interna dei talenti.

Per ora, a un anno e mezzo dal boom di ChatGPT, ancora pochi HR utilizzano direttamente l’Intelligenza artificiale per identificare profili ad alto potenziale e ricercare competenze specifiche (30% mondiale, 14% Italia). Dati che dovrebbero far scattare un campanello d’allarme sulla reattività del nostro sistema.

Le sfide per l’HR del futuro

Secondo la ricerca Randstad, gli HR di tutto il mondo individuano due grandi sfide per il futuro, ed entrambe riguardano le competenze: maggiore concorrenza per le competenze di difficile reperibilità, e crescente carenza delle competenze specialistiche.
Emerge poi una sfida di più ampio respiro, che tocca le radici del sistema lavoro italiano, ovvero l’incapacità di attrarre candidati qualificati.

Questo problema, unito alle previsioni future fatte dagli HR, rischia di rendere poco efficiente la ricerca di personale in un Paese che già ora registra una delle più basse produttività dell’area Ocse e una profonda crisi di competenze.

Vietato farsi scappare i talenti con competenze specifiche

Ma la situazione nel Belpaese è delicata anche a causa della crisi demografica, che incide sulla situazione economica e che da essa, almeno in parte, dipende.
Insomma, riferisce Adnkronos, le persone con le competenze richieste dal mercato saranno poche, ed è vietato lasciarsele sfuggire.
Per questo, diventa cruciale l’utilizzo dell’Intelligenza artificiale.

Intanto, agli HR viene chiesto di fare sempre di più, ma con meno budget e meno personale. Come testimoniato dal 64% degli intervistati, sia a livello globale sia in Italia.