I pagamenti lumaca della PA fanno soffrire le Pmi

Nel 2023 lo Stato italiano ha sostenuto un costo complessivo di 122 miliardi di euro, ma non è riuscito a onorare tutti gli impegni economici presi con i fornitori. I debiti commerciali della nostra PA continuano ad ammontare a circa 50 miliardi di euro, lo stesso importo da almeno 5 anni. E le più penalizzate da questo comportamento sono le Pmi. 

Nelle transazioni commerciali con le aziende private la nostra PA sta adottando una prassi che l’Ufficio studi della CGIA definisce ‘diabolica’. Salda le fatture di importo maggiore entro i termini di legge, mantenendo così l’Indicatore di Tempestività dei Pagamenti (ITP) entro i limiti previsti dalla norma, ma ritarda intenzionalmente il saldo di quelle con importi minori, penalizzando le imprese fornitrici con volumi bassi, le piccole imprese.

Una forma di abuso

Non solo. Da qualche tempo si è consolidata una nuova pratica ‘imposta’ da molti dirigenti pubblici, anche di società collegate a regioni ed enti locali, che decidono unilateralmente quando i fornitori devono emettere la fattura, cioè solo quando l’Amministrazione dispone dei soldi per liquidarla. Se questi ultimi non si ‘attengono’ a questa disposizione, lavorare in futuro per loro sarà difficile. Una forma di abuso della posizione dominante che risulta ‘ripugnante’.

Comuni del Sud peggiori pagatori

Tra le Amministrazioni pubbliche più ‘lumaca’ a pagare i propri fornitori sono i Comuni, in particolare quelli del Mezzogiorno. Sebbene negli ultimi anni la situazione sia migliorata, nel 2023 i dati più critici si sono registrati a Napoli, dove i fornitori sono stati pagati con 143 giorni di ritardo. In contro tendenza Palermo, che nel 2023 ha liquidato i partner commerciali con 65,5 giorni di anticipo. Nessun altro comune capoluogo di provincia d’Italia ha fatto meglio.

Al Centronord, al netto di Imperia (22,11 giorni di ritardo), Viterbo (+19) e Alessandria (+14,98), quasi tutti gli altri comuni capoluogo di provincia pagano in anticipo. Le situazioni più virtuose riguardano Padova, Grosseto e Pordenone, con un anticipo del saldo di oltre 21 giorni.

Neanche i ministeri rispettano la norma

Anche i ministeri italiani faticano a rispettare le disposizioni previste dalla legge in materia di tempi di pagamento riferiti alle transazioni commerciali. L’anno scorso 9 ministeri su 15 (il 60%) hanno liquidato i propri fornitori in ritardo rispetto alle scadenze contrattuali. Maglia nera il ministero del Turismo (ritardo di 39,72 giorni), seguito da Interno (33,52), Università e la Ricerca (32,89), Salute (13,60). Il ministero dell’Agricoltura, Sovranità alimentare e Foreste ha pagato con un anticipo di 17 giorni. 

Perché, allora, i debiti commerciali della PA rimangono attorno ai50 miliardi? 
Non è da escludere che la condotta di buona parte degli enti pubblici locali e centrali sia quella di pagare le fatture correnti entro i tempi previsti dalla legge e tralasciare il pagamento delle più datate.

Gli studenti soffrono di eco-ansia: il 76% preoccupato per la salute del Pianeta

Il cambiamento climatico è sempre più visibile e il costante aumento del costo della vita sono temi fondamentali per gli italiani ed europei. L’eco-ansia, ovvero la sensazione di disagio e paura che si prova al pensiero di possibili disastri legati ai cambiamenti ambientali, colpisce sempre più giovani. In Italia, il 76% è preoccupato per il futuro del pianeta, e oltre 2 su 3 pensano che lo spreco di cibo sia il fenomeno che incide maggiormente in modo negativo sull’ambiente (70%).

Ridurre gli sprechi è quindi una soluzione per contrastare il cambiamento climatico (78%). Una consapevolezza che si traduce nelle scelte di consumo quotidiane, influenzate anche dal caro vita.
È uno dei dati emersi dal sondaggio condotto da Too Good To Go in collaborazione con ISIC – la Carta d’Identità Internazionale degli Studenti in Italia, Francia, Spagna e Portogallo.

Giovani consapevoli dello spreco alimentare

Lo spreco alimentare come causa del climate change è considerato secondo solo all’uso della plastica (74%) e lo spreco di acqua (60%) e primo nella categoria di spreco di risorse ambientali.

Una consapevolezza in linea con i dati espressi dall’Eurobarometro, secondo il quale circa tre quarti dei giovani (76%) affermano di provare ad adattare il proprio stile di vita per ridurre al minimo l’impatto sull’ambiente.
Tra gli accorgimenti per ridurre gli sprechi, oltre all’utilizzo di app antispreco, gli studenti italiani indicano la pianificazione dei pasti e un’accurata lista della spesa. Tra le spese ridotte a causa dell’aumento dei prezzi, gli studenti indicano cenare fuori (98%) e ordinare i pasti a domicilio (53%). 

L’Europa deve agire a livello legislativo

L’importanza di azioni e interventi legislativi da mettere in pratica per arginare il problema è molto sentita tra i più giovani. Più di un intervistato italiano su 2 (56%), dichiara di aver fiducia nelle istituzioni europee. Un sentiment di fiducia positivo, inferiore rispetto a quanto registrato in Francia (70%) e Spagna (80%).

Ma insieme alle ridotte spese relative al cibo, emerge anche una maggiore attenzione alla sostenibilità. Nove studenti su 10 sprecano meno del 10% del cibo che acquistano, e il 59% ne spreca meno del 5%.

Servirebbero almeno 100 euro in più al mese per mangiare correttamente

Queste basse percentuali sono spiegate anche dalla maggiore attenzione che gli studenti dedicano alla pianificazione dei pasti (41%) o alla lista della spesa (54%), in aggiunta a soluzioni che aiutano ad acquistare cibo in maniera più sostenibile e attenta grazie a soluzioni antispreco.
Nonostante questi accorgimenti, circa la metà (47%) avrebbe però bisogno di un ulteriore budget mensile, quantificato in almeno 100 euro per poter mangiare bene e correttamente.

Nel primo trimestre 2024 spariti più di quattro negozi all’ora

Nei primi tre mesi del 2024 sono scomparse quasi diecimila imprese del commercio al dettaglio (9.828), per una media di oltre quattro negozi in meno ogni ora. Un crollo cui corrisponde la crescita inarrestabile degli acquisti online, che secondo le stime di Confesercenti, lieviteranno del +13% nel corso del 2024.
Insomma, le vetrine continuano a spostarsi dalla strada alla rete.

Lo scambio tra vetrine e pacchi, però, non è alla pari per l’economia dei territori. Con la migrazione degli acquisti verso le piattaforme internazionali di e-commerce, che spesso pagano le imposte in altri paesi, migra anche il gettito fiscale generato dai negozi. 

Chiusure e denatalità delle imprese

A pesare sono le chiusure, 17.243 tra gennaio e marzo, ma soprattutto la frenata della natalità delle imprese.
Le aperture di nuove attività continuano infatti a diminuire, e nel primo trimestre di quest’anno sono state solo 7.415. Dieci anni fa erano più del doppio. Colpa delle difficoltà per le neoimprese di affrontare un mercato sempre più dominato da grandi gruppi e giganti dell’online.

La desertificazione delle attività commerciali colpisce tutto il territorio nazionale, anche se a registrare i saldi peggiori sono le regioni con un tessuto commerciale più sviluppato. In termini assoluti, a subire la perdita più rilevante di imprese è la Campania, con un saldo negativo di -1.225 attività commerciali nel trimestre, seguita da Lombardia (-1.154) e Lazio (-1.063).

Meno vetrine, boom di consegne

Rispetto al 2012, tra chiusure e mancate aperture, il numero di negozi di vicinato al servizio della comunità è calato del -14,3% circa. In media, ci sono 12 imprese ogni mille abitanti.

Se le vetrine scompaiono, e con loro il servizio sul territorio per i cittadini, le consegne di acquisti online, invece, fanno boom. In poco più dieci anni le consegne sono cresciute di quasi dieci volte: erano 75milioni circa nel 2013, quest’anno dovrebbero arrivare a 734 milioni a livello nazionale, di cui oltre un terzo nelle tre regioni più interessate, Lombardia (124 milioni di consegne), Lazio (71 milioni circa), Campania (69,6 milioni).

Si riduce la base imponibile per il fisco

Dal 2014 a oggi il tessuto commerciale italiano ha perso oltre 92mila imprese,  e con loro, l’Irpef, la tari, e gli altri tributi pagati dai negozi.
In media, la desertificazione commerciale ha portato a una perdita cumulata di 5,2 miliardi di euro di tasse negli ultimi dieci anni. A perderci, fisco centrale ed enti locali.

Del gettito sfumato, il 17,4% (910 milioni) sarebbe stato di IMU, il 12,6% (660 milioni) di TARI, il 42,7% (2,24 miliardi) di Irpef, a cui si aggiungono 223 milioni (4,3%) di addizionale regionale e comunale Irpef, 700 milioni di euro di Irap (il 13,4%) e 510 milioni di euro di altri tributi comunali (9,7% del totale).

Gli italiani sono favorevoli all’Intelligenza Artificiale in Sanità?

Poco più di 6 italiani su 10 sono favorevoli all’uso dell’Intelligenza Artificiale in ambito sanitario, secondo un’indagine condotta da EngageMinds Hub – Centro di ricerca in psicologia dei consumi e della salute dell’Università Cattolica, campus di Cremona. L’88% di loro vorrebbe utilizzarla per semplificare il linguaggio dei referti, l’86% come supporto al medico per effettuare diagnosi, e l’80% per stabilire terapie farmacologiche adeguate. Tuttavia, quasi 6 italiani su 10 considererebbero l’AI utile anche per un’autoanalisi.

Tendenze e sentiment 

Sette italiani su dieci, riferisce Agi, temono che l’uso dell’AI possa causare una perdita della relazione con il medico, mentre il 63% vede problematiche legate alla gestione della privacy per via dei dati sensibili. Gli italiani del Sud e delle isole, in particolare, si mostrano più favorevoli all’uso dell’AI (68%), così come coloro che hanno fiducia nel Sistema Sanitario Nazionale (74%) e nelle istituzioni (77%). La consapevolezza del ruolo della scienza (71%) e la propensione alla ricerca di informazioni (71%) sono fattori che influenzano positivamente l’accettazione dell’AI.

L’IA come strumento per il progresso della medicina

“L’Intelligenza Artificiale non è più solo una parola sconosciuta”, afferma Guendalina Graffigna, direttrice di EngageMinds Hub, “ma sta diventando un catalizzatore fondamentale per il progresso nella medicina moderna”. Gli italiani intervistati credono che l’utilizzo delle tecnologie digitali, incluse quelle basate sull’AI, migliorerà vari aspetti della sanità, dall’accessibilità dei servizi alla riduzione degli sprechi di carta.

I rischi percepiti 

Nonostante il potenziale dell’IA, gli italiani temono che possa comportare difficoltà nell’uso degli strumenti digitali e errori da parte delle Intelligenze Artificiali. Inoltre, preoccupazioni legate alla privacy e alla diffusione dei dati sensibili emergono come ulteriori rischi percepiti. La comunicazione trasparente e l’attenzione al coinvolgimento del paziente nel percorso di cura sono considerate fondamentali per affrontare queste preoccupazioni.

Lavoro: saremo scartati o assunti dall’Intelligenza artificiale?

L’Intelligenza artificiale è, e sarà, sempre più centrale sia per essere assunti sia per trovare le giuste risorse. In pratica, sarà sempre più indispensabile per lavorare. Tanto che per il 76% dei Direttori del personale AI e Big Data stanno già influenzando la gestione dei talenti in azienda, e le decisioni relative ad assunzioni, promozioni, formazione e sviluppo.

D’altronde, il 97% degli HR a livello globale (94% Italia) ha già utilizzato le nuove tecnologie digitali per migliorare le tre fasi cruciali del recruiting: attrarre, coinvolgere e fidelizzare i talenti.
I dati emergono dal Talent Trends Report di Randstad Enterprise, condotto in 21 Paesi attraverso un sondaggio su un campione di oltre 1000 human capital leader di grandi organizzazioni e diversi settori.

Ancora poco usata dai recruiter italiani

Ma l’Intelligenza artificiale apre le porte anche a un percorso professionale più dinamico e in linea con le proprie competenze, e il 65% degli HR ha investito in strumenti digitali per favorire la mobilità interna dei talenti.

Per ora, a un anno e mezzo dal boom di ChatGPT, ancora pochi HR utilizzano direttamente l’Intelligenza artificiale per identificare profili ad alto potenziale e ricercare competenze specifiche (30% mondiale, 14% Italia). Dati che dovrebbero far scattare un campanello d’allarme sulla reattività del nostro sistema.

Le sfide per l’HR del futuro

Secondo la ricerca Randstad, gli HR di tutto il mondo individuano due grandi sfide per il futuro, ed entrambe riguardano le competenze: maggiore concorrenza per le competenze di difficile reperibilità, e crescente carenza delle competenze specialistiche.
Emerge poi una sfida di più ampio respiro, che tocca le radici del sistema lavoro italiano, ovvero l’incapacità di attrarre candidati qualificati.

Questo problema, unito alle previsioni future fatte dagli HR, rischia di rendere poco efficiente la ricerca di personale in un Paese che già ora registra una delle più basse produttività dell’area Ocse e una profonda crisi di competenze.

Vietato farsi scappare i talenti con competenze specifiche

Ma la situazione nel Belpaese è delicata anche a causa della crisi demografica, che incide sulla situazione economica e che da essa, almeno in parte, dipende.
Insomma, riferisce Adnkronos, le persone con le competenze richieste dal mercato saranno poche, ed è vietato lasciarsele sfuggire.
Per questo, diventa cruciale l’utilizzo dell’Intelligenza artificiale.

Intanto, agli HR viene chiesto di fare sempre di più, ma con meno budget e meno personale. Come testimoniato dal 64% degli intervistati, sia a livello globale sia in Italia.

Italia, quali lavori saranno richiesti e… introvabili? 

In un futuro prossimo, l’Italia potrebbe trovarsi di fronte a una grave crisi nella disponibilità di personale qualificato per settori chiave come trasporti, costruzioni e tecnologia, con impatti significativi sulla mobilità, sull’infrastruttura e sull’innovazione.

“Potrebbe, infatti, diventare sempre più difficile trovare un mezzo pubblico, costruire nuovi palazzi o grandi opere, far circolare i treni o contare su una rete elettrica in linea con le esigenze della transizione ecologica. Non tanto per mancanza di investimenti, quanto per la carenza di personale che molti di questi settori stanno sperimentando”. Lo scrive Skuola.net, che ha pubblicato i dati del Centro Studi di Distretto Italia. 

Un gap da colmare

Da una parte ci sono le aziende: il 75% delle offerte di lavoro riguardano profili professionali attinenti a mansioni tecnico-pratiche. Insomma, 3 offerte di lavoro su 4 si rivolgono a persone formate in questi ambiti. Dall’altra parte della barricata, invece, troviamo proprio i giovani: quasi la metà degli studenti delle superiori (49%), secondo una ricerca dello stesso Centro Studi realizzata da Skuola.net, scarta a priori l’ipotesi di svolgere professioni di tipo tecnico o manuale.

I ragazzi preferiscono percorsi di studio teorici, ampliando così il divario tra le richieste del mercato e le competenze disponibili.

I 10 mestieri che spariscono (ma servono)

Alcuni settori soffrono particolarmente, con una lista crescente di mestieri difficili da coprire. Tra i primi dieci mestieri introvabili ci sono autisti di mezzi pubblici, carpentieri, tecnici dell’armamento ferroviario, movimentatori di macchine da terra, macchinisti, addetti al segnalamento ferroviario, esperti di intelligenza artificiale, addetti alla gestione cantieri, cost controller di cantiere e impiantisti elettrici.

Il ruolo della Scuole dei Mestieri 

Per affrontare questa carenza, molte aziende stanno investendo nelle “Scuole dei Mestieri”, programmi formativi intensivi che combinano un diploma con corsi specifici per fornire le competenze richieste dal mercato del lavoro. Questi percorsi professionalizzanti, ispirati alle botteghe rinascimentali, mirano a creare autonomamente le risorse di cui le imprese hanno bisogno.

Come formare la futura forza lavoro

Secondo l’Amministratore delegato di Autostrade per l’Italia, Roberto Tomasi, le Scuole dei Mestieri sono centrali nella formazione della futura forza lavoro, offrendo opportunità di impiego e rispondendo al fabbisogno del comparto produttivo e industriale nazionale.

Questo approccio mira a creare una catena virtuosa delle competenze, necessaria per affrontare le sfide infrastrutturali e tecnologiche che il Paese deve affrontare.

Da Meta le nuove soluzioni pensate per contrastare la sextortion

Meta sta testando nuovi strumenti per proteggere le persone dalla sextortion e altre forme di abuso di immagini intime, oltre a rendere più difficile ai truffatori mettersi in contatto con potenziali bersagli sulle app di Meta e su Internet.

La sextortion a fini finanziari è un crimine orribile. “Da anni – informa una nota della società -, lavoriamo a stretto contatto con esperti, compresi coloro che hanno esperienza nella lotta contro questi reati, per comprendere le tattiche utilizzate dai truffatori per trovare ed estorcere le vittime online, in modo da riuscire a sviluppare mezzi sempre più efficaci per fermarli.
Oggi condividiamo un aggiornamento sui nostri recenti sforzi per contribuire a contrastare questi crimini”.

Aiutare i giovani a proteggersi da contatti potenzialmente dannosi

Si tratta di aggiornamenti basati sul lavoro che Meta sta portando avanti per aiutare i giovani a proteggersi da contatti indesiderati o potenzialmente dannosi. 

“Abbiamo configurato di default i messaggi degli adolescenti in modo che non possano essere contattati da persone con cui non sono già in contatto – continua Meta -, mostriamo avvisi di sicurezza agli adolescenti che sono in contatto con account sospetti e offriamo la possibilità di segnalare i DM che minacciano di condividere immagini private. Inoltre, abbiamo supportato il National Center for Missing and Exploited Children (NCMEC) nello sviluppo di ‘Take It Down’, una piattaforma che consente ai giovani di avere il controllo delle loro immagini intime e di evitare che vengano condivise online”.

Nuova funzionalità contro i contenuti di nudo nei DM

Sebbene la maggior parte delle persone utilizzino i DM per condividere ciò che amano con amici, familiari o creator, i criminali potrebbero utilizzare i messaggi privati per inviare o richiedere immagini intime.
“Per combattere questa minaccia – spiega Meta – inizieremo a testare una nuova funzionalità di protezione dai contenuti di nudo nei DM di Instagram, che applica una sfocatura sulle immagini in cui vengono rilevate nudità”.

Questa soluzione è progettata non solo per proteggere le persone dal vedere contenuti di nudo indesiderati, ma anche dai truffatori che potrebbero inviare immagini contenenti nudità. Sarà attivata di default per gli adolescenti di età inferiore a 18 anni in tutto il mondo, mentre agli adulti verrà mostrata una notifica che li incoraggerà ad attivarla.

Consigli e avvertimenti

Sia che si stiano inviando o ricevendo queste immagini, le persone saranno indirizzate a consigli di sicurezza, sviluppati sotto la guida di esperti, sui potenziali rischi.

Questi consigli includono avvertimenti riguardanti la possibilità che le immagini vengano screenshottate o inoltrate senza consenso, che il rapporto con il destinatario delle immagini potrebbe cambiare in futuro, e l’importanza di esaminare attentamente i profili nel caso in cui ci siano dubbi sulla vera identità dell’utente. Questi consigli, riporta Askanews, rimandano anche a una serie di risorse, tra cui il Safety Center di Meta, linee di supporto telefoniche, StopNCII.org per coloro che hanno più di 18 anni e Take It Down, per chi ha meno di 18 anni.

Investimenti infrastrutturali, al primo posto quelli per la GenAI 

Per qualsiasi azienda che voglia essere resiliente e flessibile l’infrastruttura digitale è oggi necessaria. Solo così le imprese possono avere il supporto fondamentale per gestire i carichi di lavoro e le applicazioni guidate dalle nuove tecnologie, specie l’intelligenza artificiale (IA). Tutti processi che richiedono la gestione efficiente di grandi volumi di dati.

Secondo l’ultima Worldwide Future of Digital Infrastructure Sentiment Survey di IDC, quasi otto su dieci aziende considerano l’infrastruttura digitale “importante” o  “mission critical” per il successo delle proprie iniziative di busines. Inoltre, l’adozione dell’IA generativa (GenAI), il miglioramento della produttività e della fedeltà dei dipendenti, e l’ottimizzazione dei budget e dei ricavi sono i principali driver delle attuali strategie infrastrutturali aziendali.

La GenAI sarà il principale motore degli investimenti infrastrutturali 

Guardando al futuro, IDC prevede che la GenAI sarà il principale motore degli investimenti infrastrutturali nei prossimi 18 mesi. Le applicazioni GenAI in tempo reale e ad alta intensità di dati costringeranno molte aziende a riconsiderare i programmi e le priorità relative alle infrastrutture digitali. Entro il 2027, il 40% delle imprese si affiderà ad architetture IT interconnesse tra cloud, core ed edge per supportare flussi di lavoro dinamici e indipendenti dalla posizione geografica. Le organizzazioni stanno già esplorando attivamente modi per integrare le proprie attività e operazioni IT con la tecnologia GenAI.

Tuttavia, molte aziende hanno scoperto che le infrastrutture e le piattaforme attuali non sono pronte a supportare il volume, la distribuzione e la sincronizzazione dei dati e delle risorse richiesti dalla GenAI.

Necessaria un’orchestrazione ottimale

La GenAI si basa su dati e risorse indipendentemente dalla loro posizione fisica, che possono essere nel cloud, nei data center centrali o in posizioni edge e IoT altamente distribuite. Questo richiede una massima orchestrazione e sincronizzazione dei vari componenti per avere successo con la GenAI. Ciò sta spingendo la richiesta di architetture infrastrutturali di nuova generazione ottimizzate per i flussi di lavoro anziché per i singoli carichi di lavoro.

Questi nuovi ambienti saranno altamente automatizzati e governati sulla base di eventi e metriche prestazionali in tempo reale, garantendo un accesso self-service e on-demand a servizi avanzati per un’ampia varietà di utenti finali.

Architetture IT interconnesse

Con queste architetture IT interconnesse, i flussi di lavoro potranno utilizzare senza interruzioni più piattaforme cloud, core, edge computing e connettività, ottenendo così maggiori vantaggi dalle nuove generazioni di applicazioni IA. IDC prevede che la spesa per le infrastrutture digitali per la GenAI supererà i 18 miliardi di dollari nel 2024 e crescerà fino a quasi 50 miliardi di dollari entro il 2027.

Italia, adozione dello smart working: a che punto siamo?

L’adozione dello smart working ha portato notevoli cambiamenti nel modo in cui lavoriamo. Mentre solo una piccola percentuale dei lavoratori svolge interamente il proprio lavoro da remoto, la maggioranza ha abbracciato la modalità ibrida, con 2-3 giorni di smart working a settimana. Questa flessibilità è stata accolta positivamente, soprattutto da coloro che aspirano a un buon equilibrio tra vita professionale e personale.

I vantaggi dello smart working e le difficoltà da superare 

Lo smart working offre una serie di vantaggi, tra cui una maggiore soddisfazione per l’equilibrio tra lavoro e vita privata, migliori performance e un risparmio economico derivante dalla riduzione dei costi di spostamento. Questo è un aspetto decisamente apprezzato dal pubblico con più esperienza e una maggiore età. Si parla quindi del vantaggio economico al di sopra di altri elementi personali come il risparmio di tempo, un elemento che si allinea molto bene al contesto finanziario del Paese.

Tuttavia, ci sono anche sfide da affrontare. Un numero significativo di lavoratori lamenta un senso di isolamento e percepisce un deterioramento delle relazioni lavorative e un rischio per la propria posizione aziendale.

I più favorevoli sono i giovani

Le nuove generazioni sembrano essere più adattabili allo smart working, pur riconoscendo alcuni svantaggi legati alla mancanza di coordinamento e confronto con i colleghi. Al contrario, i lavoratori senior mostrano maggiore resistenza e lamentano maggiormente il senso di solitudine. I settori HR, Finanza e Legale sembrano essere particolarmente colpiti dagli effetti negativi dello smart working.

Nonostante i disagi, la maggior parte dei lavoratori non cambia lavoro, evidenziando una notevole stabilità nel mercato del lavoro italiano. Tuttavia, una parte significativa dei dipendenti lamenta una diminuzione della soddisfazione e una perdita di senso di appartenenza aziendale.

Sfide tecnologiche e opportunità

Molti lavoratori lamentano la mancanza di supporto tecnologico da parte delle imprese, con una scarsa adozione di PC aziendali e connessioni internet pagate personalmente. Ciò evidenzia la necessità di un maggior impegno delle imprese nel fornire gli strumenti adeguati per il lavoro da remoto, oltre a una maggiore attenzione alla sicurezza informatica. Le criticità sono state raccolte da ASUS Business, realtà che si propone quale opzione affidabile per le aziende che cercano soluzioni tecnologiche sicure e innovative. 

Per concludere

In conclusione, lo smart working ha portato con sé una serie di sfide e opportunità, evidenziando la necessità di un’approccio olistico che consideri sia gli aspetti tecnologici sia quelli legati al benessere dei dipendenti.

Mutui: in 2 anni la rata a tasso variabile aumenta, italiani in difficoltà

Nel biennio 2022-2023 i 95 miliardi di mutui erogati a tassi più elevati rispetto al recente passato hanno fatto quasi raddoppiare il tasso medio delle consistenze, superando il 3%.
Un effetto accentuato dalla quota di mutui a tasso variabile, che hanno registrato un picco tra settembre 2022 e febbraio 2023.

Questa situazione ha portato molte famiglie ad avere problemi con la gestione della rata del mutuo. Tra il 50% degli italiani maggiorenni con almeno un finanziamento in corso uno su quattro teme nel 2024 di avere difficoltà a rispettare regolarmente il rimborso delle rate.
Emerge dall’Osservatorio SalvaLaTuaCasa di Save Your Home, realizzato da Nomisma e presentato alla Camera dei Deputati.

Famiglie in bilico e insolventi

Le famiglie in bilico e quelle insolventi (il 16% delle famiglie analizzate), si trovano in una posizione di maggiore criticità.
Tra le famiglie in bilico, il 46% ha in corso un prestito finalizzato all’acquisto di un bene o servizio (famiglie insolventi, 44%), o un prestito legato a una necessità di liquidità (30% in bilico, 20% insolventi), o una rateizzazione di pagamento tramite carta revolving o dilazione Buy Now Pay Later (25% in bilico, 43% insolventi).

A fine 2023, a causa del prolungato incremento dei tassi di interesse, aumentano le famiglie che devono sostenere una rata più alta. Infatti, l’incidenza delle famiglie con una rata mensile, tra mutuo e credito al consumo, superiore a 700 euro è passata dal 27% al 40%.

L’impatto sulla qualità del credito

Le dinamiche più marcate e allarmanti sono legate agli incrementi delle rate dei mutui a tasso variabile, circa il 40% dei mutui attualmente in fase di rimborso.
La violenta risalita del costo del denaro in meno di due anni ha generato aumenti compresi tra il 35% e il 119% della rata mensile, con una conseguente contrazione del reddito netto residuo disponibile fino al 51%.

La potenziale criticità è destinata a permanere anche nel medio termine, in quanto le prospettive di riduzione del costo del denaro sono graduali e diluite nel tempo.
Malgrado il tasso di default delle famiglie sia complessivamente rimasto su livelli contenuti, in mancanza di soluzioni efficaci i tassi ancora elevati possono impattare sulla qualità del credito.

L’aumento dell’Euribor si riflette sul mercato delle aste

Storicamente, l’aumento dell’Euribor a 3 mesi si traduce in un aumento dei crediti deteriorati con un ritardo temporale di 12-18 mesi. Di conseguenza, il significativo aumento dell’Euribor desta preoccupazioni, se non sarà affiancato da interventi efficaci di supporto.

Una situazione che si rifletterà probabilmente anche sul mercato delle aste immobiliari, stimate per il 2024 tra 160mila/180mila (+12% vs 2023).
Le aste, però presentano molte criticità e inefficienze, con macro-costi per il sistema pubblico e le famiglie escusse. I prezzi di aggiudicazione arrivano infatti a dimezzare il valore dell’immobile, mentre la lunghezza e l’onerosità dei procedimenti riducono ulteriormente il ricavato effettivo, lasciando ampie quote di scoperto a danno di creditori e debitori.