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Le aspettative per il 2026 tra ripresa e incertezze

In Italia il 63% dei cittadini ritiene che il 2025 sia stato un anno negativo per il Paese. Tuttavia, a livello personale il giudizio si fa meno severo, e la percentuale scende al 44%.
A livello globale, è il 66% della popolazione a considerare il 2025 un anno negativo per il proprio Paese, e il 50% per sé e la propria famiglia. Il 71% però crede che il 2026 sarà migliore, e guarda al 2026 con ottimismo.

Inoltre, secondo l’Ipsos Predictions Survey 2026 su aspettative e preoccupazioni per l’anno nuovo, il 49% dei cittadini prevede un miglioramento dell’economia globale, ma il 59% si aspetta proteste contro le modalità di governo. E l’82% intende trascorrere più tempo con famiglia e amici.

Quali prospettive per l’anno nuovo?

L’Italia si posiziona tra i Paesi meno ottimisti per il 2026, con ‘solo’ il 57% di fiduciosi, superando però Francia (41%), Giappone (44%) e Belgio (49%).
Sul fronte economico, meno della metà degli intervistati nei 30 Paesi considerati dall’indagine (49%) prevede un miglioramento dell’economia globale nel 2026.

Gli italiani si mostrano decisamente più pessimisti. Il 66% ritiene che l’economia mondiale peggiorerà nel corso del prossimo anno.
In un contesto internazionale segnato dalle politiche tariffarie del presidente americano Donald Trump, il sentiment economico è diminuito o rimasto stabile in 19 dei 30 Paesi analizzati, con significative oscillazioni in entrambe le direzioni. 

Rischi e minacce percepite

L’ottimismo per il futuro, sceso di 9 punti percentuali (65%) alla fine del 2022, anno caratterizzato da inflazione, pandemia e invasione dell’Ucraina, fatica ancora a riprendersi completamente.
In Italia, solo il 34% crede che le persone inizieranno a essere più ottimiste riguardo al futuro.

Il 29% della popolazione globale teme poi un importante attacco terroristico nel proprio Paese nel 2026, percentuale che in Italia scende al 18%.
E sulla sicurezza locale le opinioni si dividono. Il 46% prevede che la propria area di residenza sarà meno sicura nel 2026, percentuale che sale al 50% in Italia.

Tra disordini pubblici e buoni propositi

Il 59% a livello globale (58% in Italia) si aspetta disordini pubblici su larga scala, come proteste o rivolte, contro le modalità di governo del Paese. Rispetto al 2019, tre paesi del G7, ovvero, Gran Bretagna, Giappone (entrambi +11%) e Stati Uniti (+10%) hanno registrato aumenti a doppia cifra nelle aspettative di disordini sociali.

Quanto ai buoni propositi per l’anno appena iniziato, il 75% a livello globale (67% in Italia) intende fare più esercizio fisico, il 60% dedicherà più tempo al proprio aspetto (62% in Italia), l’82% pianifica di trascorrere più tempo con famiglia e amici (84% in Italia), il 37% intende ridurre l’uso dei social media (41% in Italia), mentre il 53% non prevede cambiamenti.

Intelligenza Artificiale: il 16% delle imprese con oltre 10 addetti la utilizza

A quanto emerge da dati Istat, le imprese di maggiori dimensioni registrano in termini assoluti una crescita più marcata nell’utilizzo di tecnologie AI, passando dal 32,5% del 2024 al 53,1%. Si amplia così il divario rispetto alle Pmi, il cui utilizzo ugualmente raddoppia, passando dal 7,7% al 15,7%.

Le differenze più marcate si riscontrano nelle attività che richiedono competenze specialistiche avanzate, come l’analisi dei dati (41,9% Pmi, 83,6% grandi imprese) e quelle legate alla complessità organizzativa e dimensionale, come per l’utilizzo di software gestionali ERP (48,8%, 85,9%) e CRM (21,1%, 56,5% grandi imprese).
Nel 2025, il 16,4% delle imprese con almeno 10 addetti utilizza almeno una tecnologia di AI, segnando un significativo incremento rispetto all’8,2% del 2024 e al 5,0% del 2023.

Decennio Digitale: obiettivo digitalizzare le Pmi

Tra gli obiettivi europei del ‘Decennio Digitale’, uno dei più importanti è portare entro il 2030 il 90% delle Pmi a un livello base di digitalizzazione.
Per l’Italia il grado di raggiungimento dell’obiettivo passa dal 68,1% nel 2023 e all’88,3% nel 2025, lasciando cinque anni per coprire i restanti 11,7%.
Altri tre obiettivi riguardano l’adozione di cloud computing, l’analisi dei dati e l’uso di AI nelle imprese con almeno 10 addetti, ciascuno con un target del 75% entro il 2030.

Quanto alle tecnologie AI utilizzate per settore di attività economica si evidenziano le imprese attive nell’informatica e altri servizi d’informazione (53%, era 36,7% nel 2024), le attività di produzione cinematografica, video e programmi televisivi, di registrazioni musicali e sonore (49,5%, 28,3% nel 2024) e le telecomunicazioni (37,3%, 27,6%).

Una combinazione di tecnologie

Aumenta anche la varietà nell’utilizzo delle tecnologie di AI, misurata attraverso l’adozione combinata di almeno due tecnologie. La percentuale di imprese con almeno 10 addetti che utilizza questa combinazione passa dal 5,2% del 2024 al 10,6% nel 2025.

Tra le imprese che utilizzano AI, le tecnologie più comuni riguardano l’estrazione di conoscenza e informazione da documenti di testo (70,8%), la GenAI relativa al linguaggio scritto/parlato, immagini, video, suoni/audio (59,1%) e la conversione della lingua parlata in formati leggibili da dispostivi informatici attraverso tecnologie di riconoscimento vocale (41,3%).

L’impiego della GenAI resta residuale

È il settore dei servizi postali il primo utilizzatore di tecnologia GenAI di linguaggio naturale (80,2%), machine learning (59,5%), automatizzazione dei flussi di lavoro (39,9%).
Nel complesso, la diffusione dell’AI presenta ancora ampi spazi per una crescita ulteriore: l’83,6% delle imprese non adotta alcuna tecnologia di AI, segnalando un livello di penetrazione ancora molto contenuto.

Nell’ambito delle imprese con almeno 10 addetti che hanno adottato l’AI, l’impiego esclusivo di AI generativa (1,7%) resta residuale, mentre l’uso della sola AI non generativa (6,7%) riflette una maggiore maturità in applicazioni consolidate.
Inoltre, l’adozione congiunta (8,0%) indica un segmento potenzialmente più avanzato nell’adozione tecnologica.

Investimenti digitali: +1,8% nel 2026. Prosegue la crescita, ma la svolta è lontana

Le imprese italiane sembrano pienamente coscienti dell’importanza del ruolo del digitale per la competitività e lo sviluppo, e la diffusione dell’AI sta creando grande entusiasmo. Ma questo non coincide ancora con adeguata capacità economica per gli investimenti in ICT.

In un quadro di espansione modesta dell’economia, in cui il Pil mostra prospettive di crescita dello 0,6% nel 2025 e dello 0,8% nel 2026, in Italia gli investimenti in innovazione digitale proseguono la loro crescita con un andamento confortante che però non rappresenta ancora una svolta decisiva. Nel 2026 il budget ICT delle imprese italiane crescerà dell’1,8% rispetto al 2025, in linea con il trend degli ultimi dieci anni.
Sono alcuni dei risultati della ricerca degli Osservatori Startup Thinking e Digital Transformation Academy del Politecnico di Milano.

Le PMI  trainano la crescita spinte dal PNRR

Per il terzo anno consecutivo, un importante contributo alla crescita degli investimenti digitali viene dalle piccole (+3,3%) e dalle medie imprese italiane (+5,2%), spinte dalle azioni del PNRR.
Il 44% delle imprese individua nelle scarse risorse economiche il principale ostacolo all’innovazione.

Tra le grandi aziende, al primo posto nelle priorità di investimento in digitale si conferma ancora una volta la cybersecurity (indicata dal 65% delle imprese), ma quest’anno al secondo posto sale l’Intelligenza Artificiale (57%), che con le sue declinazioni di Generative AI e Agentic AI interessa sempre di più tutti i settori. 
Seguono Big Data Management – Business Intelligence (49%) e Cloud migration e governance (35%).

Le grandi imprese puntano sull’Open Innovation

Tra le Pmi, invece, le principali aree di investimento sono sicurezza informatica (45%), Industria 4.0 (37%), Cloud (32%) e ERP (30%).
La maggior parte delle grandi imprese (86%) ha avviato iniziative di Open Innovation, con una percentuale stabile negli ultimi anni che potrebbe indicare il raggiungimento di un plateau.

In prevalenza si tratta di attività inbound, come collaborazioni con università e centri di ricerca, scouting di startup e partecipazione a call4ideas o contest, mentre quelle outbound sono meno sviluppate.
Nonostante l’Open Innovation sia ormai pratica comune, non si traduce ancora in un consolidamento dei risultati generati.

Per creare valore servono leve concrete a imprese e startup 

“Tra le imprese e le startup italiane è ormai diffusa la consapevolezza di dover affrontare la trasformazione digitale in modo pervasivo, ma mancano ancora adeguate risorse per sostenere gli investimenti necessari e capacità per mettere a terra questa convinzione – afferma Alessandra Luksch, Direttore degli Osservatori -. Serve un cambio di passo, con leve concrete affinché imprese e startup possano creare valore per il Paese, di fronte alle sfide epocali che abbiamo di fronte. Sono necessari investimenti, formazione inclusiva, consolidamento degli ecosistemi di innovazione. In un contesto di crescita moderata e grandi sfide strutturali, le imprese italiane devono accelerare la maturità della propria innovazione, passando da iniziative sperimentali a modelli capaci di generare impatti misurabili nel tempo”.

Sicurezza digitale: perché preoccupa le PMI sotto le feste

Quando arriva il periodo del Black Friday e si avvicina il Natale, nelle aziende cresce un misto di entusiasmo e tensione. I pagamenti aumentano, gli ordini corrono veloci e le giornate sembrano finire troppo presto. Ma insieme al boom di transazioni c’è un’altra impennata, meno piacevole: quella delle truffe digitali. E ormai le PMI europee lo sanno bene.

Secondo un sondaggio di Qonto, realizzato con Appinio, una piccola impresa su tre mette sicurezza e privacy in cima alla lista dei problemi che frenano la piena digitalizzazione. Un dato che fa riflettere: mentre il mercato spinge verso l’online, le imprese avvertono che il terreno non è ancora del tutto sicuro.

Black Friday e Natale, stagione “calda” anche per i criminali

Le cifre degli ultimi anni parlano da sole. Nel 2024 i tentativi di phishing legati al Black Friday sono esplosi con un +692%, e quelli che sfruttano il tema natalizio sono saliti del 327%. In pratica, quando le aziende sono più oberate, i cybercriminali diventano più aggressivi. L’Europa, poi, si ritrova al centro di questa battaglia: quasi la metà delle truffe globali legate al Black Friday è stata registrata qui.

La situazione generale non è più rosea. Le frodi sui pagamenti nell’Area Economica Europea hanno toccato i 4,3 miliardi di euro, e solo nei primi sei mesi del 2023 oltre un miliardo è stato sottratto attraverso bonifici manipolati. Molti raggiri si basano su un trucco semplice: far credere al pagatore di inviare denaro a un beneficiario legittimo. Ed è proprio questa vulnerabilità che sta costando caro alle imprese.

La contromossa: controllare prima di premere “Invia”

Per arginare il problema, l’Unione Europea ha imposto l’introduzione della Verifica del Beneficiario (VoP), obbligatoria dal 9 ottobre 2025 per tutti i servizi di pagamento nell’area euro. Una misura che sembra quasi una banalità, ma che può evitare disastri: prima di confermare un trasferimento, il sistema controlla che il nome del titolare del conto ricevente corrisponda davvero a quello indicato.

Qonto ha scelto di muoversi in anticipo, integrando già questa funzione. Chi la usa la percepisce come una sorta di “ultimo check” rassicurante: pochi secondi per essere certi di non cadere in un inganno ben congegnato.

Crescere sì, ma senza paura

Non si tratta solo di sicurezza informatica, ma di fiducia. Con il 67% dei consumatori europei preoccupato per possibili truffe, un’azienda che dimostra di proteggere i pagamenti ha una marcia in più.
E non sorprende che soprattutto gli imprenditori più giovani siano i più ansiosi: più di un terzo dei titolari Gen Z teme quotidianamente la criminalità digitale e, spesso, l’idea stessa di crescere viene frenata da questi timori.

Per questo strumenti come VoP e la Strong Customer Authentication – che ha già ridotto drasticamente le frodi in Europa – diventano un sostegno concreto. In un mondo dove un clic può fare la differenza, poter lavorare senza il pensiero fisso del “e se fosse una trappola?” è già un passo verso un futuro più sereno per le imprese europee.

Sicurezza in casa: perché è un tema che riguarda tutti?

Gli italiani si sentono sempre meno sicuri tra le mura di casa. A dirlo è il 4° Rapporto dell’Osservatorio Censis–Verisure sulla Sicurezza della Casa, realizzato con il supporto del Servizio Analisi Criminale del Ministero dell’Interno.

Quasi 14 milioni e mezzo di cittadini – il 28,6% della popolazione – hanno subito almeno un furto in casa almeno una volta. Un numero che fa capire perché la sicurezza domestica sia oggi una preoccupazione così diffusa.

Paura e prevenzione

Nel 2024 i furti denunciati sono stati 155.590 (+5,4% rispetto al 2023) e le rapine 1.891 (+1,8%). Roma guida la classifica con quasi 8.700 episodi, seguita da Milano e Torino. Pisa, invece, è la città dove i furti pesano di più rispetto al numero di abitanti.

I primi sei mesi del 2025 hanno portato qualche segnale positivo: furti in calo dell’8,6% e rapine dell’11,6%. Ma la paura resta alta: il 59% degli italiani mette il furto in casa al primo posto tra i timori quotidiani, contro il 48% dello scorso anno.

Sicurezza: un impegno collettivo

Oggi gli italiani non si affidano più solo allo Stato. L’88,8% pensa che la sicurezza sia un impegno collettivo, che coinvolge istituzioni, aziende e cittadini. E quasi nove persone su dieci hanno almeno un dispositivo di protezione, due su tre più di uno: porte blindate, videocitofoni, serrature elettroniche. Piccoli gesti che danno grande tranquillità.

C’è chi rinuncia alle vacanze per non lasciare la casa vuota: è il 17% degli intervistati. E il 69% evita di pubblicare foto sui social quando è via.

Le zone d’ombra originate dalle paure

Non mancano però zone d’ombra. Cinque milioni di italiani hanno un’arma da fuoco in casa e più della metà pensa sia legittimo usarla contro un ladro. Cresce anche chi vorrebbe che fosse più facile comprarle.

La sicurezza rischia di diventare un lusso: quasi il 60% degli italiani vorrebbe un sistema d’allarme ma lo considera troppo costoso, soprattutto tra chi ha un reddito più basso.

La casa del futuro

Per il 79,6% della popolazione, la sicurezza ideale sarà su misura, progettata secondo le proprie esigenze e con l’aiuto di esperti.
Perché proteggere gli oggetti è importante, ma la vera sfida resta sentirsi davvero sicuri nel luogo più intimo di tutti: la propria casa.

Salute mentale: i social alimentano l’insicurezza tra i giovani

Instagram è utilizzato ogni giorno dall’84% dei giovani, con una consultazione ripetuta più volte al giorno nel 77% dei casi. Questa costante esposizione digitale influenza profondamente l’autopercezione. Il risultato è una crescente pressione a mostrarsi perfetti. Per più di un giovane su due (53%) il proprio benessere mentale è condizionato dall’obbligo di apparire sempre al meglio.

A confermarlo è la ricerca dal titolo Salute Mentale 2025, realizzata da Doxa con particolare attenzione ai giovani.
A tre anni dall’ultima rilevazione del 2022, i dati mostrano un peggioramento dei pregiudizi verso chi ha disturbi mentali e un forte impatto dei social media sulla salute mentale, soprattutto tra i ragazzi e le ragazze tra 18 e 34 anni.

 L’immagine conta più dell’autenticità. 

Si parla sempre più spesso di Mental Health, un tema che assume crescente rilevanza poiché l’esposizione prolungata ai social aumenta fragilità e insicurezze tra le nuove generazioni.

Il 44% dei giovani pensa infatti che “siamo ciò che mostriamo”, il 59% pubblica solo il meglio di sé, il 57% si riconosce nell’immagine che proietta online, il 77% ritiene che sui social “tutti finiscano per sembrare uguali”.
Il 45% di loro è anche influenzato dai commenti e dai like ricevuti su Instagram, e il 67% pensa che mostrarsi per ciò che si è faccia apparire “strani”. 

Pregiudizi: un passo avanti, due indietro

Inoltre, il 59% considera la diversità un rischio e il 49% teme di essere giudicato se si mostra diverso. Timore del giudizio e perdita del senso di autenticità sono evidenti.

Nel campione nazionale di mille persone tra 18 e 65 anni, le persone con disagio psichico vengono considerate più pericolose per sé (dal 65% nel 2022 al 72%) e per gli altri (dal 48% al 55%). E aumenta anche la quota di chi le giudica più aggressive e violente (dal 55% al 63%) e meno rispettose delle regole (dal 49% al 55%).

Cala la fiducia nella curabilità

Particolarmente allarmante è la percezione di vulnerabilità dei giovani tra 14 e 24 anni, ritenuti “più a rischio” dal 47% degli intervistati (contro il 39% del 2022).

Resta poi alta la diffidenza: cala la fiducia nella curabilità delle malattie mentali (dal 66% al 60%) e oltre un terzo degli italiani (36%) si vergognerebbe di ammettere un disturbo psichico.
Qualche segnale positivo, però, c’è: diminuisce il numero di chi preferirebbe non confidarsi con nessuno in caso di disturbo mentale (dall’8% al 2%) dimostrando un’apertura al dialogo.

Scommesse sportive: in Italia giocati oltre 157 miliardi

Il mercato del gioco in Italia è uno dei più grandi in Europa, con una continua crescita in termini di ricavi complessivi e di penetrazione digitale. Nel 2023 il Gross Gaming Revenue (GGR) ha raggiunto 21,5 miliardi di euro, confermando l’Italia come leader europeo nel settore.

Ma questa leadership porta con sé responsabilità e criticità che si riflettono in ambiti regolatori, fiscali e sanitari. 
Il comparto delle scommesse sportive incide profondamente non soltanto sull’economia, ma anche sulla cultura sportiva, i consumi mediatici e gli equilibri sociali. Secondo un report di Eurispes nel 2024 in Italia l’ammontare totale giocato è stato di oltre 157 miliardi di euro, +6,5% rispetto all’anno precedente. 

Online e canale fisico

Il gioco online ha visto una significativa espansione, con una raccolta di 92 miliardi di euro nel 2024. Questo canale ha superato quello fisico, rappresentando il 58,5% del totale delle giocate. La crescita del gioco online è stata trainata dalle preferenze delle fasce più giovani, con oltre il 50% dei conti online attivi detenuti da persone tra 18 e 34 anni.

La presenza di una rete fisica strutturata e capillare contribuisce alla salvaguardia della legalità sul territorio, assumendo un ruolo estremamente importante nel sostegno alle attività di prevenzione e gestione del disturbo da gioco d’azzardo. In questo contesto, la crisi che sta vivendo il comparto fisico rischia di produrre effetti negativi, non solo in termini di aumento delle dipendenze, ma anche fiscali. Uno dei motivi del calo delle entrate in rapporto all’aumento della raccolta è legato proprio ai diversi tipi di prelievi presenti nei due comparti. 

Le dinamiche del mercato

Le scommesse sportive in Italia registrano una crescita annuale del 20%, con il 60% delle puntate effettuate online. Innovazioni tecnologiche come le scommesse live e l’adozione mobile hanno ulteriormente stimolato il settore. Emergono infatti nuove forme di gioco, come gli eSports (+40%), il social betting e le scommesse live, che rappresentano già il 60% del mercato online.

Il calcio si conferma lo sport predominante (75%), seguito da basket (10%) e tennis (7%). 
Il lato più problematico della crescita è rappresentato dalla dipendenza da gioco. Si stima che circa 1,5 milioni di italiani abbiano comportamenti problematici, ma solo una minoranza accede ai servizi di cura.

Dipendenza e nuove tecnologie

Gli effetti negativi del gioco sono molteplici: indebitamento, conflitti familiari, isolamento sociale e disturbi psicologici. Le misure attuali, come l’autoesclusione e i limiti di spesa, sono ancora insufficienti.
D’altra parte, le tecnologie emergenti possono essere usate per segnalare tendenze di gioco problematiche prima che un giocatore possa sviluppare un comportamento patologico. L’AI, ad esempio, consente un aggiornamento dinamico delle quote e la personalizzazione delle offerte, ma al contempo rischia di favorire comportamenti compulsivi.

Inoltre, big data e tracciamento comportamentale permettono una segmentazione dettagliata dei giocatori, mentre la blockchain apre a modelli di scommesse peer-to-peer con rischi di riciclaggio. E la pubblicità iper-mirata aumenta l’efficacia del marketing, ma accentua la vulnerabilità dei soggetti fragili.

Retail Media: la nuova frontiera della comunicazione digitale

Il Retail Media sta diventando uno dei fenomeni più rilevanti nel panorama della comunicazione digitale, trasformando il rapporto tra brand e consumatori. In Italia, secondo i dati del Tavolo di Lavoro Retail Media del Politecnico di Milano, nel 2024 la raccolta pubblicitaria ha raggiunto i 510 milioni di euro. Nel 2025 la cifra potrebbe sfiorare i 640 milioni, con una crescita prevista del 27%.

A trainare il settore sono i grandi operatori eCommerce e le nuove iniziative dei retailer nei comparti Food&Grocery, elettronica e cosmetica-farmaceutica, che puntano su piattaforme proprietarie, spazi digitali nei punti vendita e strategie basate sui dati.

Che cosa si intende per Retail Media

Quando si parla di Retail Media ci si riferisce a un ecosistema che comprende spazi e dati messi a disposizione dai retailer. Gli spazi si dividono in tre categorie: in-store (schermi digitali, cartellonistica, radio di negozio), on-site (siti, app, canali social dei retailer con banner, video e annunci sponsorizzati) e off-site (campagne su canali terzi, come editori online, social e digital out-of-home, basate su dati proprietari).

Il modello più avanzato è quello che mette il cliente al centro, usando dati di prima parte per personalizzare i messaggi e misurare le performance lungo tutto il percorso d’acquisto. Come sottolinea Denise Ronconi, direttrice del Tavolo di Lavoro Retail Media del Politecnico di Milano, “non è più solo un canale pubblicitario, ma un asset strategico che porta i dati al centro delle decisioni di marketing”.

Gli ostacoli da superare

Nonostante la crescita, il settore deve ancora superare ostacoli importanti. La frammentazione dell’offerta rende difficile pianificare campagne su larga scala e limita l’efficacia degli investimenti. A questo si aggiunge la carenza di competenze specifiche: i retailer devono evolvere verso un ruolo simile a quello degli editori, imparando a gestire inventory, dati e partnership.

Un ulteriore nodo critico è l’assenza di metriche comuni, che riduce la fiducia degli inserzionisti. “Senza standard condivisi, il mercato rischia di frenare la sua corsa”, avverte Giuliano Noci, responsabile scientifico del Tavolo di Lavoro.

Occorre un sistema di misurazione solido e condiviso

Per consolidare il Retail Media, sarà decisivo costruire un sistema di misurazione solido e condiviso, capace di integrare indicatori di qualità, modelli di attribuzione e analisi avanzate come i lift test o il marketing mix modeling. “La misurazione – ricorda Nicola Spiller, direttore del Tavolo di Lavoro – non è un dettaglio tecnico, ma il presupposto per rendere questo canale credibile e scalabile”.

Oggi l’on-site è l’ambito più efficace

Tra i tre ambiti del Retail Media, oggi l’on-site si conferma il più efficace per conversione e tracciamento, mentre l’off-site si rivela utile per rafforzare il brand, pur richiedendo maggiore standardizzazione. L’in-store, infine, vive una fase di trasformazione digitale e punta sulla misurabilità per crescere.

Come conclude Riccardo Mangiaracina, responsabile scientifico del Tavolo di Lavoro, “il futuro del Retail Media passa dall’integrazione: solo una visione full-funnel, capace di unire on-site, off-site e in-store, potrà trasformarlo in un pilastro della strategia retail del domani”.

Giovani in azienda, la carta vincente per affrontare le sfide del presente

Le imprese con un’alta presenza di giovani, rispetto a quelle con una presenza bassa e medio bassa, sono più innovative e proattive: investono maggiormente nelle tecnologie 4.0 (44% contro 35%) e sono più produttive.
La produttività del lavoro delle aziende “giovani” è superiore del 2,5% rispetto alle altre, e diventa del 7,2% quando adottano anche strategie per trattenere e attrarre talenti.

Non è tutto: le imprese che impiegano under30 si attendono in misura maggiore anche un aumento del fatturato (38% contro 35%), dell’export (38% contro 30%) e degli occupati (21% contro 18%). Lo dimostrano le analisi Unioncamere-Centro studi Tagliacarne presentate dal presidente di Unioncamere, Andrea Prete, al Meeting di Rimini.

Ma tra 5 anni crescerà il mismatch occupazionale

“In un contesto come quello attuale, è necessario uno sforzo comune per accrescere il legame tra imprese e giovani, che possono essere la carta vincente per sostenere  e accrescere la competitività del nostro sistema produttivo”, sostiene Prete. 

Emerge però difficoltà a reperire lavoratori giovani. Stando alle previsioni del Sistema Excelsior di Unioncamere e Ministero del Lavoro, nel quinquennio 2025-2029 si assisterà a un mismatch tra domanda e offerta di lavoratori giovani che, in particolare, riguarderà quelli con un’istruzione di livello terziario. Per i percorsi a indirizzo ingegneristico potranno mancare tra 7mila e 10mila giovani in uscita dalle Università ogni anno, e per i percorsi scientifici (scienze matematiche, fisiche e informatiche) sono previsti 3mila-5mila laureati in meno.

Italia seconda in Europa per numero di Neet

Per i percorsi economico-statistico, invece, potranno mancare tra 12mila e 17mila giovani laureati, e per quelli medico-sanitario circa 7mila-8mila.
“Malgrado i miglioramenti sul fronte occupazionale – sottolinea Prete -, c’è ancora un alto numero di Neet, giovani che non lavorano né seguono un percorso scolastico o formativo, che pone l’Italia al secondo posto in Europa, dopo la Romania”. 

Secondo Prete, esiste inoltre un problema di ricambio generazionale, che investe direttamente anche le imprese. I dati del Registro delle Camere di commercio, al primo trimestre 2025, indicano che l’11% dei titolari di impresa ha 70 o più anni (320 mila in valore assoluto).

Aumenta il fabbisogno di lavoratori immigrati

“Attrarre talenti e integrare l’attuale forza lavoro con l’apporto di immigrati –aggiunge il presidente di Unioncamere – sono strategie indispensabili per far fronte alle necessità produttive: tra il 2025 e il 2029, si stima un fabbisogno da parte dei settori privati di circa 617mila lavoratori stranieri, corrispondente a oltre un quinto della domanda totale di lavoro, pari al 21,1%, con una forte concentrazione nelle regioni del Nord e del Centro Italia. La Lombardia, in particolare, prevede la necessità di oltre 146mila unità, pari al 24% del totale”. 

Benzina: agli italiani costa di più rispetto agli altri cittadini europei

Nonostante l’automobile resti il mezzo preferito dagli italiani per andare in vacanza, quanto spenderanno quest’estate per il carburante?
Molto, e soprattutto decisamente più di quanto non faranno gli automobilisti del resto d’Europa per percorrere gli stessi chilometri.

Facile.it ha calcolato che per un’auto familiare che percorre 2.500 km, ad esempio, Milano – Lecce andata e ritorno, più qualche piccola escursione durante il soggiorno, occorrono 285 euro di benzina, 216 euro se la vettura è diesel.
Secondo gli ultimi dati ufficiali della Commissione Europea a luglio la benzina costava infatti in media 1,729 euro a litro e il diesel 1,663, ovvero, rispettivamente, il 2% e il 4% in più rispetto a un mese fa. 

La classifica europea

Come se la passano gli altri viaggiatori europei? Per rispondere alla domanda Facile.it ha analizzato il prezzo del carburante nei 27 Paesi UE scoprendo che l’Italia è uno dei paesi più cari del continente.
Per la benzina, gli italiani spendono il 6% in più rispetto alla media europea, addirittura il 7% in più per il diesel, valori che fanno guadagnare alla nostra nazione, rispettivamente, il quarto e quinto posto tra gli stati più costosi dell’Unione.

Dati alla mano, ad esempio, per un viaggio da 2.500 km entro i confini nazionali, gli austriaci spendono 253 euro in benzina, l’11% in meno rispetto all’Italia, mentre agli spagnoli, per un tour on the road di pari lunghezza, sono sufficienti 246 euro (-14%).

I più fortunati sono gli automobilisti bulgari

Il prezzo della benzina scende ulteriormente se ci si sposta verso Est. In Romania e Polonia per un viaggio in auto da 2.500 km si spendono circa 230 euro, il 19% in meno rispetto al Bel Paese.
Ma i più fortunati del continente sono risultati gli automobilisti bulgari. Per percorrere 2.500 km in auto servono appena 203 euro di benzina, il 30% in meno rispetto all’Italia.

Va peggio di noi solo a danesi, olandesi e greci. Se per gli ellenici il conto è di poco superiore al nostro (+1%), per un viaggio in auto nel Paese dei mulini a vento la cifra sale a 314 euro (+10%) e arriva a sfiorare 320 euro in Danimarca (+12%).

E il diesel?

Lo scenario cambia di poco se si considerano i veicoli alimentati a diesel. L’Italia, come detto, è il quinto Paese più caro dell’Unione e per un viaggio da 2.500 km occorrono 216 euro. In Germania, si spendono 210 euro (il 3% in meno), in Svezia 196 euro (-9%), mentre in Spagna sono sufficienti appena 185 euro (-14%).

E se i più sfortunati continuano a essere i danesi, che per un tragitto di pari lunghezza devono mettere a budget 231 euro (+7% rispetto agli automobilisti italiani), questa volta i più fortunati sono i maltesi, che per spendono appena 157 euro.