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Centri storici: per gli italiani l’accesso ai beni essenziali è problematico

In Italia esiste un problema di disuguaglianza territoriale nell’accesso ai beni essenziali, con implicazioni dirette per la popolazione anziana, le famiglie prive di automobile e le persone fragili.
Solo il 44,1% della popolazione può infatti accedere a un panificio entro 15 minuti, il 35,4% a una pescheria, il 59,7% a un fruttivendolo e il 61,4% a un supermercato.

Lo ha affermato Unioncamere nel corso dell’Audizione sulla Proposta di legge “Istituzione e disciplina delle zone del commercio nei centri storici” presso la decima Commissione (Attività produttive, commercio e turismo) della Camera dei Deputati. I dati sono stati elaborati dal Centro studi Tagliacarne nell’ambito del progetto Urban Pulse 15.

Obiettivo, preservare e rigenerare il tessuto commerciale

Unioncamere, che condivide gli obiettivi di preservazione e rigenerazione del tessuto commerciale nei centri storici, ha sottolineato la necessità che le nuove proposte si integrino con la legislazione esistente, evitando sovrapposizioni che potrebbero generare complessità e incoerenze.

A questo scopo, “le Camere di commercio sono disponibili a supportare i Comuni nella definizione degli elenchi delle zone commerciali sottoposte ad autorizzazione – ha sottolineato il vice segretario generale di Unioncamere, Tiziana Pompei -, nonché nella definizione delle procedure di rilascio dell’autorizzazione, anche in considerazione del ruolo attribuito alle Camere di commercio nella gestione dello sportello unico per le attività produttive (SUAP)”.

Un accesso ai servizi disomogeneo sul territorio

I finanziamenti previsti dovrebbero essere orientati a progetti condivisi pubblico-privato, e la misura estesa a tutti i comuni, anche quelli con una popolazione superiore a 5.000 abitanti, prevedendo che il fondo possa sostenere interventi anche per recuperare i locali sfitti.

A fine 2024, nel nostro Paese si contavano 5.523 comuni con al massimo 5.000 residenti, per un totale di oltre 9,6 milioni di abitanti.
Eppure l’accesso ai servizi commerciali essenziali risulta fortemente disomogeneo. La densità di unità locali del commercio al dettaglio nei piccoli comuni è di 9,24 ogni 1.000 abitanti, con un ritardo del 12,8% rispetto alla media nazionale. Il divario è particolarmente marcato nei settori dell’elettronica, degli articoli culturali e dell’abbigliamento.

In 206 comuni non c’è neanche un negozio

In 206 comuni (di cui 205 con meno di 1.000 abitanti) non è presente alcun esercizio di commercio al dettaglio, coinvolgendo circa 51.200 persone. In questi territori l’indice di vecchiaia, pari a 302,8 over64 ogni 100 under15, è superiore del 46% rispetto alla media nazionale. E 425 comuni risultano privi di esercizi alimentari, con un impatto su quasi 170mila abitanti, caratterizzati da un indice di vecchiaia pari a 276,0, (+32,9% rispetto
alla media).

In 1.124 comuni (oltre 630mila residenti in totale) è poi presente al massimo un’attività commerciale alimentare,. L’indice di vecchiaia in questi comuni raggiunge il valore di 266,1, superiore del 28,1% rispetto alla media nazionale.

Come passano il tempo libero i Millennial? Immersi nella natura

È quanto emerge da una ricerca condotta dall’Osservatorio data driven sul turismo esperienziale di KuriU, l’app 100% Made in Italy: se il food (20%) è riconosciuto come una delle esperienze più ricercate per trascorrere il tempo libero, è la natura in tutte le sue accezioni a conquistare il gradino più alto del podio tra i Millennial. Da escursionismo e affini (18%) a luoghi d’interesse naturalistico, come grotte e cascate ( 8%) fino  a paesaggi agricoli come vigne, uliveti e fattorie (4%), è così che i Millennial amano passare il tempo libero.

Secondo Phocuswright e Skift entro il 2027 il valore del settore delle esperienze nel mondo supererà 375 miliardi di dollari e KuriU ha l’obiettivo di diventare il punto di riferimento per appassionati e aziende per i contenuti e le tendenze nel mondo degli hobby, dello svago e del leisure.

Food e cultura al secondo e terzo posto

Insomma, i Millennial preferiscono la natura per il loro tempo libero. Per loro il 30% delle esperienze outdoor è green, seguite da cibo e cultura.

Dopo il food al terzo posto si piazzano infatti le esperienze culturali, che con il 16% delle preferenze sono in rialzo rispetto all’anno precedente. Al quarto posto, con il 9% dei consensi, leggermente in calo rispetto al 2023, quelle che vengono definite “scenari antropici”, che includono le visite alle grandi capitali.
Tra le attività resta il viaggio quella più amata, con il 26% delle preferenze. Meno bene per lo sport, che totalizza solo un 4%.

Oggi il mercato del turismo è governato dalle emozioni

“Il mercato del turismo è oggi governato dalle emozioni, dalle esperienze che creano ricordi e che possono essere condivise con altri viaggiatori – spiega Maurizio Pimpinella, nuovo Coordinatore dell’Osservatorio data driven sul turismo esperienziale -. Sotto questo profilo, creare esperienze di viaggio su misura attraverso una gestione del dato mirata rende il turista più soddisfatto e arricchisce l’offerta generale. L’app di KuriU consente di fare un significativo passo in avanti andando a occupare uno spazio a oggi sostanzialmente vuoto, offrendo servizi innovativi e su misura ai viaggiatori che consentirà alle mete turistiche italiane di essere maggiormente appetibili nei confronti dei principali concorrenti internazionali”. 

L’Intelligenza artificiale anticipa le esigenze degli utenti

Con un algoritmo proprietario e un team composto da 14 persone, oggi KuriU lancia la sua campagna di crowdfunding destinata a raccogliere 1.500.000 euro. Il finanziamento sarà destinato ad ampliare l’IT per rafforzare il sistema modulare al servizio di un nuovo segmento di business (Pubblica Amministrazione ed enti locali), e a integrare l’Intelligenza artificiale per anticipare le esigenze degli utenti in maniera ancora più rapida e personalizzata.

Industria italiana, aprile chiude con segnali incoraggianti

Buone notizie sul fronte dell’economia. Nel mese di aprile 2025, l’industria italiana torna a mostrare segnali di dinamicità. Secondo le stime dell’ISTAT, il fatturato del settore manifatturiero, corretto per gli effetti stagionali, ha segnato un aumento dell’1,5% in termini monetari e dell’1,6% in volume. Anche i servizi registrano un leggero miglioramento, con una crescita dello 0,5% in valore e dello 0,4% in termini reali.

Macchinari e beni di consumo trainano la ripresa

Nel dettaglio, tra i principali raggruppamenti industriali, si osservano incrementi in tutte le categorie. I beni strumentali registrano l’incremento più marcato (+2,5%), seguiti dall’energia (+2,0%), dai beni di consumo (+1,6%) e da quelli intermedi, che crescono in modo più contenuto (+0,5%).

Nel periodo che va da febbraio ad aprile, il settore industriale segna un progresso dello 0,5% in valore e dello 0,2% in volume, rafforzando un quadro congiunturale orientato a una ripresa, seppur moderata.

Servizi, la spinta arriva da commercio e attività professionali

Anche i servizi mostrano una tendenza positiva nel trimestre, con una variazione dello 0,3% in valore, mentre i volumi calano leggermente dello 0,2%.
Guardando al solo mese di aprile, si registrano aumenti nelle vendite all’ingrosso (+0,4% in valore, +0,9% in volume) e nei servizi vari (+0,7% e +0,1%).

Il confronto annuale conferma un trend positivo

Rispetto ad aprile 2024, la performance industriale migliora dell’1,1% in valore e dello 0,3% in volume. La crescita è più significativa sul mercato interno (+1,3%) rispetto a quello estero (+0,4%).

Guardando ai diversi settori, spiccano i beni di consumo (+3,8%) e i beni strumentali (+3,2%). Si registra invece una brusca contrazione per il comparto energetico (-13,4%), mentre i beni intermedi risultano stabili rispetto all’anno precedente.

Trasporti, turismo e business services in evidenza

Nei servizi, su base annua, il fatturato cresce del 2,1% in valore e dello 0,3% in volume. A sostenere la dinamica positiva sono in particolare il commercio all’ingrosso, i servizi di trasporto e magazzinaggio e le attività legate a viaggi e supporto alle imprese.

Elettricità: l’Italia accorcia la distanza con l’Europa

Nel 2024, in 10 Paesi europei i prezzi dell’energia elettrica sono aumentati mentre in 17 sono diminuiti, tra cui Italia (-8%) e Lussemburgo (-33%).
Dopo un 2023 caratterizzato dagli strascichi della crisi energetica con rincari generalizzati dei prezzi medi per i consumatori domestici in tutta l’Unione, nel 2024 il permanere di uno scenario internazionale complesso ha avuto come conseguenza significativi divari in Europa.

Di conseguenza sono stati adottati, rimodulati o sospesi interventi pubblici per il contenimento dei costi dell’energia.
In Italia, le misure straordinarie 2022-2023 si sono man mano esaurite con il ripristino delle aliquote IVA ordinarie sul gas e il progressivo ritorno alle condizioni ordinarie dei bonus sociali.

Scendono i prezzi lordi, ma le famiglie continuano a pagare di più

Nonostante le forti differenze tra i singoli Paesi, il prezzo medio ponderato dell’energia elettrica nell’Area euro rimane invariato (+0,2%. 31,04 c€/kWh). L’Italia è tra i Paesi che hanno sperimentato la riduzione maggiore dei prezzi lordi per clienti domestici, scesi da 38,64 a 35,7 c€/kWh, per una riduzione pari al 15% (24,7% nel 2023) del differenziale rispetto alla media europea.

Quanto ai prezzi netti (senza oneri e imposte) in Italia risultano del +14% superiori alla media (25,92 c€/kWh vs 22,73 c€/kWh) nonostante le riduzioni registrate dalla componente energia (-21%) e i costi di rete.
I prezzi finali pagati dalle famiglie italiane continuano a essere penalizzati dalle componenti di oneri, imposte e tasse, il cui incremento del 28% annulla le riduzioni registrate dalla componente energia e i costi di rete.

Colpa della componente fiscale elevata

Nel confronto internazionale, la componente fiscale italiana risulta la più elevata, superiore a quella di Francia (+51%), Spagna (+36%), e della media dell’Area euro (+18%).
Guardando alle classi di consumo, il differenziale dei prezzi italiani con quelli tedeschi nel 2024 risulta negativo in tutte le classi, mentre rispetto alla Francia, sebbene in riduzione rispetto al 2023, rimane positivo in tutte le classi.

Anche rispetto alla Spagna il differenziale è positivo e crescente per tutte le classi.
In Italia i consumi di energia elettrica sono comunque aumentati del 2,3%. La ripresa ha interessato quasi tutti i settori eccetto l’industria (-0,5%).

Aumenta la produzione da rinnovabili: +14,9%

La domanda italiana è stata soddisfatta per l’83,7% dalla produzione nazionale netta (escludendo l’energia destinata ai pompaggi) e per il restante 16,3% dal saldo con l’estero.
La produzione nazionale lorda è cresciuta del 3,2% e si attesta a 273,3 TWh con le rinnovabili ancora in aumento (+14,9%).

La spinta proviene principalmente dell’aumento nella produzione idroelettrica (+30,2%), che con 52,8 TWh è tornata ad avvicinarsi ai massimi degli ultimi dieci anni, che compensano il calo del termoelettrico (-6%).
Inoltre, per il terzo anno di seguito sono stati registrati oltre 351 eventi meteo estremi che hanno causato più danni (stesso livello del 2023) rispetto ai 60 del 2015.
Tra gli eventi catastrofici del 2024 spiccano le due nuove alluvioni in Emilia-Romagna in settembre e ottobre.

Sicurezza: calano i furti e le aggressioni, aumentano le frodi online

Buone notizie per quanto riguarda la sicurezza del nostro Paese? Sì, ma con qualche ombra. Se è infatti vero che negli ultimi anni i reati contro la persona e la proprietà sono diminuiti in modo significativo, è altrettanto vero che sono “esplose” altre tipologie di crimine.

Secondo l’indagine Istat sulla sicurezza dei cittadini (2022-2023), rispetto alla precedente rilevazione 2015-2016 si registra infatti un calo generalizzato di furti, rapine, aggressioni e borseggi. In netta controtendenza, invece, crescono le truffe informatiche legate all’uso di strumenti bancari digitali.

Diminuiscono i reati “tradizionali” 

Il numero di famiglie vittime di furti in casa è crollato dall’1,8% allo 0,6%, mentre i furti di auto e camion sono passati da 1,5 a 0,7 ogni 100 famiglie. Anche i borseggi sono diminuiti (dall’1,6% all’1%) così come le rapine (dallo 0,5% allo 0,2%). Solo gli scippi risultano stabili (0,7%).

La percentuale di cittadini vittime di reati contro la persona – come minacce e aggressioni – è in discesa: l’1,3% della popolazione ha dichiarato di aver subito episodi di questo tipo, contro il 2,3% rilevato sette anni fa.

Boom di truffe online legate ai conti correnti

Se i reati “fisici” sembrano in ritirata, quelli digitali crescono. Circa 1,7 milioni di italiani sono stati vittime di truffe online, in particolare tramite operazioni bancarie sospette. Le frodi che colpiscono direttamente i conti correnti digitali sono aumentate del 74% rispetto al 2015-2016, anche in virtù della maggiore diffusione dei servizi bancari online (+25%).

Le clonazioni di carte di credito restano stabili (1,1%), ma preoccupano le sottrazioni di denaro via home banking. Oltre il 44% delle vittime se ne accorge consultando l’estratto conto, mentre una su cinque scopre la truffa solo dopo il blocco della carta.

Sicurezza percepita e fattori di rischio

Il rischio di subire un reato resta più alto nei grandi centri urbani e per chi utilizza abitualmente i mezzi pubblici: i borseggi colpiscono il 2,8% degli utenti quotidiani, cinque volte di più rispetto a chi non li usa. Giovani adulti e uomini sono più esposti ad aggressioni, mentre le minacce colpiscono maggiormente le giovani donne.

Matrimoni: oltre 15.000 coppie straniere scelgono l’Italia per dire “sì”

Quello del destination wedding è un fenomeno in costante crescita, che in Italia genera valore e occupazione. Il giro d’affari stimato supera infatti 930 milioni di euro, con circa 2,6 milioni di presenze turistiche collegate agli eventi nuziali.
L’Italia si conferma la regina del destination wedding: nel 2024 oltre 15.000 coppie straniere hanno scelto il Bel Paese per coronare il proprio sogno d’amore, segnando un +11,4% rispetto al 2023.

Le mete più amate? Restano la Toscana, la Costiera Amalfitana, il Lago di Como, la Puglia e la Sicilia, e l’intramontabile Roma.
Ma cresce la tendenza a esplorare nuovi scenari, come borghi, campagne e destinazioni emergenti, soprattutto nel Sud del Paese e nelle aree rurali.

Le mete più gettonate

Il turismo matrimoniale si rivela strategico per il sistema Paese, coinvolgendo strutture ricettive, ristorazione, ville storiche, atelier, fotografi, wedding planner e artigiani.
La spesa media per evento supera 61.000 euro, di cui la fetta crescente, circa il 46%, viene affidata a professionisti del settore.

Le regioni italiane più gettonate sono la Toscana, scelta per celebrare il 21% delle nozze, la Lombardia, in particolare, il Lago di Como, e poi Campania (Costiera Amalfitana, Capri, Sorrento), Puglia (masserie e borghi), Sicilia (nuova protagonista), e Lazio (Roma).
Il Centro Italia rappresenta la macro-area più richiesta nel 2024 (31,3%), seguita da Sud e Isole (29,3%), Nord-Ovest (22,9%) e Nord-Est (16,5%).

Chi sono gli sposi?

Secondo le rilevazioni dell’Osservatorio ‘Destination Weddings in Italy’, gli americani sono in testa agli sposi stranieri in Italia, che rappresentano il 30% del totale, seguiti dagli inglesi (21%), dai tedeschi (9%) e dalle coppie provenienti da Canada, Australia, India, Emirati Arabi e Cina.

In aumento anche le cerimonie simboliche, scelte da chi desidera vivere l’esperienza italiana senza formalità burocratiche.

Stime e prospettive per il 2025 e tendenze in crescita

Secondo le stime raccolte dalla wedding planner internazionale Kathrine Brenne, fondatrice di Amore Wedding Italy, nel 2025 si potrebbero superare i 16.000 matrimoni con sposi stranieri, per un indotto complessivo destinato a sfiorare il miliardo di euro.
Insomma, le prospettive per il destination wedding restano positive. Il 43% degli operatori prevede un’ulteriore miglioramento degli affari, seppur con percentuali più contenute.

Quanto alle tendenze per il prossimo anno, si prospettano eventi fuori stagione, matrimoni ecosostenibili, esperienze autentiche e sempre più personalizzate, e nuove destinazioni emergenti. Soprattutto nel Sud Italia.
È una trasformazione che parla di amore, ma anche di un’Italia capace di accogliere e rinnovarsi.

Novel Food: italiani divisi tra voglia di futuro e amore per la tradizione

Il rapporto degli italiani con i novel food, i cibi innovativi come carne coltivata in laboratorio, proteine derivate da insetti, alghe, meduse e altri prodotti nati dalla ricerca scientifica e dal bisogno di sostenibilità, suscitano curiosità ma anche cautela.

Solo il 23% degli italiani si considera informato sul tema. La conoscenza è distribuita in modo omogeneo tra uomini e donne, senza particolari differenze tra fasce d’età, ma emerge con maggiore intensità tra i giovani dai 18 ai 34 anni, che si distinguono anche per apertura e sperimentazione.
A raccontarlo è la ricerca condotta da BVA Doxa, che ha esplorato la conoscenza, la propensione al consumo e le barriere percepite rispetto al novel food.

Un potenziale interessante, ma molte resistenze

Il 40% degli italiani sarebbe disposto a provare i novel food, anche se ‘dipende dal tipo di alimento’. Solo una minoranza (9%) è pronta a provarli subito, mentre il resto esprime dubbi o contrarietà.
I 18-34enni sono i più aperti alla sperimentazione, mentre gli over55 evidenziano un forte attaccamento alla cucina tradizionale.
Il principale ostacolo all’accettazione del novel food è proprio il forte legame con la tradizione alimentare.

Per il 39% degli italiani, il fatto che questi cibi siano ‘estranei’ alla cultura gastronomica nazionale riduce la disponibilità a provarli, mentre per il 34% l’innovazione alimentare può avere un impatto positivo sulla dieta.
Tra le motivazioni che ne scoraggiano il consumo, la diffidenza verso sapori sconosciuti e il timore per gli effetti sulla salute.

I driver dell’adozione: gusto, salute, sostenibilità

Gusto gradevole, benefici per la salute, impatto ambientale positivo e prezzo conveniente potrebbero convincere gli italiani a includere il novel food nella dieta.

I cibi innovativi che incuriosiscono di più? Carne vegetale, alghe, meduse.
Questi risultano più accettati rispetto, ad esempio, alla carne sintetica. E gli uomini e gli italiani fino a 54 anni sono i più predisposti alla sperimentazione.
In termini di esperienza diretta, i cibi plant-based, funzionali e sostenibili sono già stati introdotti nella dieta di una parte della popolazione, in particolare da donne e giovani.

Prezzo e carovita: due ostacoli economici

Il 36% degli italiani riconosce poi che il novel food può contribuire alla sostenibilità ambientale, percentuale che cresce tra i più giovani e tra coloro che si dichiarano sensibili ai temi ecologici.

Ma nonostante l’interesse, la propensione a spendere di più per alimenti legati alle nuove tendenze resta bassa. Solo 1 italiano su 4 sarebbe disposto a farlo, e solo a seconda del tipo di prodotto.
Il contesto economico incide fortemente sulle scelte alimentari. Il 49% degli italiani ha modificato le proprie abitudini negli ultimi 12 mesi a causa dell’aumento dei prezzi, acquistando prodotti in promozione, preferendo marche economiche o private label, frequentando i discount, e riducendo il consumo di cibi costosi, come pesce, carne e dolci e dei pasti fuori casa.

Identità italiana nella spesa: vale 11,4 miliardi, ma calano vendite e volumi

Tra le oltre 138 mila referenze analizzate e digitalizzate dal servizio Immagino di GS1 Italy Servizi, l’Osservatorio Immagino ha individuato 26.411 prodotti alimentari sulle cui etichette compare un claim, un’immagine o un’indicazione geografica, come Dop o Igp, che ne esprime l’italianità.
Nell’arco di 12 mesi l’offerta di prodotti alimentari confezionati che sull’etichetta richiamano l’identità italiana o regionale, però, è diminuita del -2,0%.

Anche i volumi venduti sono calati (-2,0%). Al contrario, il giro d’affari è salito del +2,1%, avvicinandosi a 11,4 miliardi di euro.
A rivelarlo è l’Osservatorio Immagino di GS1 Italy.

Solo i Dop sostengono il sell-out

Nei 12 mesi monitorati dall’Osservatorio tutti i claim e le indicazioni geografiche rilevati nel paniere dell’italianità hanno subìto un calo delle vendite in volume. L’unica eccezione è rappresentata dai 1.335 prodotti a Denominazione d’origine protetta (Dop), i soli a essere cresciuti non solo a valore (+3,5%) ma anche a volume (+2,1%), per un totale di oltre 723 milioni di euro di sell-out.

Doppiamente negativo, invece, l’andamento per i 1.222 prodotti a Indicazione geografica protetta (Igp), che hanno perso il -0,5% a valore e il -2,2% a volume. Analogo il trend dei 932 vini a Indicazione geografica tipica (Igt), le cui vendite sono diminuite del -0,9% a valore e del -7,7% a volume.

Le “tradizioni regionali” incassano più di 3 miliardi

E se l’affermazione dell’identità italiana resta affidata soprattutto alla presenza in etichetta della bandiera tricolore (16,3% dei prodotti, per un totale di 15.414 referenze), sempre più spazio è occupato da alimenti e bevande che rivendicano l’appartenenza alle varie tradizioni regionali.

L’Osservatorio ne ha individuati 10.294 (10,9% del totale) che in super e ipermercati hanno incassato oltre 3 miliardi di euro.
Rispetto all’anno precedente, il giro d’affari è lievemente aumentato (+0,7%) mentre i volumi sono diminuiti di -2,6%.

Crescono Puglia, Liguria, Veneto, Basilicata, Abruzzo

La sostanziale stabilità degli incassi a fronte di un calo dei volumi venduti accomuna la maggior parte dei panieri regionali. Fanno eccezione Puglia, Liguria, Veneto, Basilicata e Abruzzo, che hanno registrato una buona crescita del giro d’affari, mentre Molise, Valle d’Aosta e Sardegna sono riuscite a far crescere le vendite anche a volume.

La classifica per giro d’affari sviluppato in supermercati e ipermercati vede confermato il podio dell’edizione precedente dell’Osservatorio: primo posto per il Trentino-Alto Adige, con oltre 392 milioni di euro, secondo per la Sicilia, con 377 milioni di euro, e terzo per il Piemonte, con 319 milioni di euro.

La natura ci parla, impariamo ad ascoltarla: in che modo ci fa bene?

Ogni anno, il 22 aprile, il mondo celebra la Giornata della Terra, un appuntamento pensato per ricordarci quanto la natura sia centrale per la nostra esistenza. Non si tratta solo di alberi, prati e montagne: il rapporto con l’ambiente incide sul nostro benessere fisico, sul nostro equilibrio mentale e sulla qualità della vita quotidiana.

Stare più spesso all’aria aperta, infatti, migliora la salute, ma anche la nostra sensibilità ecologica. È da questo legame profondo tra essere umano e ambiente che può nascere una vera cultura della sostenibilità.

Il contatto con il verde non è ancora un diritto universale

Una grande indagine internazionale, condotta dalla rete WIN su 34.946 persone in 39 Paesi, mostra come non tutti nel mondo abbiano lo stesso accesso alla natura. Il 47% degli intervistati dichiara di trascorrere molto tempo in ambienti naturali, ma ben il 25% ci va raramente.

Tra i fattori che influenzano questa disparità ci sono l’istruzione, la condizione lavorativa e l’età. Le persone con un’educazione superiore sono più inclini a cercare il contatto con la natura rispetto a chi ha un basso livello di istruzione. Anche i pensionati e le persone con disabilità risultano tra i gruppi più vicini al verde, mentre studenti e casalinghe lo frequentano meno.

Italia: grande impegno personale, poca fiducia nelle istituzioni

Nel nostro Paese, riportano i dati raccolti da Bea Doxa, circa il 16% della popolazione dichiara di vivere regolarmente esperienze a contatto con la natura. A livello geografico, il Nord mostra una maggiore frequentazione di spazi verdi rispetto al Sud e alle isole.

Gli italiani, però, si distinguono per l’alto grado di responsabilità individuale: oltre l’86% ritiene che le azioni personali possano contribuire in modo concreto alla tutela ambientale. Allo stesso tempo, prevale il pessimismo sull’efficacia delle politiche pubbliche: solo il 4,7% pensa che i governi stiano facendo abbastanza.

La salute fiorisce all’aperto

Il legame tra tempo trascorso nella natura e benessere percepito è chiaro: chi frequenta spesso ambienti naturali si considera in salute molto più di chi lo fa raramente. Camminare, fare escursioni, prendersi cura del verde domestico sono tutte attività che fanno bene al corpo e alla mente.

Le imprese e la difficoltà della sostenibilità autentica

Chi ha un rapporto costante con la natura tende ad avere una visione più critica anche verso il mondo aziendale.
In Italia, quasi un cittadino su due (49,7%) crede che le dichiarazioni green delle imprese siano più marketing che sostanza. Solo l’11% dà fiducia piena agli sforzi sostenibili delle aziende.

Un’occasione per cambiare rotta

La Giornata della Terra non è solo una ricorrenza, ma un’occasione concreta per rivedere le nostre abitudini, mettere al centro l’ambiente e riconoscere l’impatto delle nostre scelte.
Prendersi cura della natura è un atto di cura verso noi stessi e verso le generazioni future.

Lavoro, azienda e benessere dei dipendenti: un rapporto in evoluzione

In un contesto economico e sociale in costante mutamento, come si pongono di fronte alle necessità del welfare le aziende e i lavoratori italiani? Risponde il rapporto Censis-Eudaimon, giunto alla sua VIII edizione: oggi la serenità e il benessere psico-fisico dei lavoratori rappresentano un obiettivo primario, raggiungibile solo tramite l’offerta di servizi sempre più personalizzati e personalizzabili.

Al centro di questa nuova prospettiva si colloca la ricerca di un benessere olistico, in cui coesistono salute fisica e mentale. La conquista e la tutela del benessere soggettivo sono infatti diventate sempre più prioritarie, influenzando radicalmente le aspettative nei confronti del lavoro e delle aziende.

Cosa evoca nei lavoratori la parola “benessere”?

In primo luogo, salute (63,2%), poi tranquillità (42,4%) ed equilibrio (34,4%).
È quindi evidente che le dimensioni psicologiche e mentali affiancano ormai il la salute fisica, divenendo aspetti complementari
Si registra anche un interesse per la consapevolezza di sé (11,3%) e per pratiche come la meditazione e la mindfulness.

Rispetto al passato, insomma, i componenti materiali del benessere, come ricchezza (8,6%) e agiatezza economica (7,5%), appaiono meno centrali.
I lavoratori valutano con rigore i diversi aspetti del lavoro, in relazione al contributo o meno al proprio benessere psico-fisico. Tanto che l’83,4% dei dipendenti considera una priorità il contributo del lavoro al benessere olistico. Una convinzione trasversale a diverse categorie professionali.

Il peggioramento del welfare come protezione dai rischi sociali

Poiché il desiderio di benessere è sfaccettato e trasversale e si traduce in richieste diversificate, le imprese non possono più considerare solo i lavoratori con esigenze specifiche
Un elemento cruciale che influenza negativamente il benessere soggettivo dei lavoratori è la crisi del sistema di welfare tradizionale. Rispetto a quattro anni fa, il 32,9% dei lavoratori dipendenti percepisce infatti un peggioramento della rete di protezione dai rischi sociali.

Le preoccupazioni per il futuro sono significative: solo il 4,3% ritiene che il sistema di welfare pubblico garantirà la copertura dei bisogni essenziali. Un’incertezza che rovescia sui lavoratori disagio, stress e preoccupazioni. Ma in presenza di problemi di salute o disagio il 41,8% dei dipendenti non sa a chi rivolgersi.

Verso un “Hub del benessere”

Attivare e trattenere lavoratori (e talenti) richiede alle aziende di elaborare soluzioni che associno benessere psico-fisico dell’individuo e senso di appartenenza all’azienda.
In questo scenario, diventa vitale per le risorse umane, HR manager e stakeholder, cogliere la profondità di questo cambiamento e rispondere in modo efficace alla necessità personalizzata di benessere dei lavoratori.

Solo le aziende che sapranno utilizzare la giusta piattaforma di welfare, e che evolveranno verso un modello di ‘Hub del benessere’ per supportare i propri dipendenti nella loro totalità, saranno in grado di costruire un rapporto di fiducia, coinvolgimento e motivazione duraturo.