SUBBIANO
Il periodo romano e le invasioni barbariche Secondo al raccondo di Maire C. Francesco Lapini, al governo francese, il toponimo Subbiano avrebbe origini alle espressione latine Sub Jano conditum, cioè costruito da Giano o al tempo di Giano. Giovanni Randelli storico del sec. XVI, attribuiva a Giano anche la costruzione di Arezzo. Nel passare del tempo la tradizione che l'abitato abbia preso il nome di Giano si perde nella notte dei tempi. Giano fu una divinità più antica e venerata dai Romani che lo invocavano come Pater. Esso, secondo molti studiosi, era in origine una divinità celeste, e precisamente il sole. Giano simboleggiò l'inizio e la fine di ogni cosa. E la sua immagine bifronte apparve anche nell'asse librale. "Lo stemma antichissimo - scrisse il Lapini - il quale porta senza altri emblemi il semibusto di Giano medesimo con due facce, dimostra, che il castello (cioè Subbiano) ricevette il nome e l'origine da lui, di avere i primi abitanti preso il nome e la figura di esso per titolo del paese, e per stemma, a onore e perpetua memoria del suo fondatore". MANOSCRITTO: infatti lo stemma comunale porta due facce; quella di destra ha la barba. Questo identico stemma è stato riportato da Luigi PASSERINI nella sua opera "Le armi dei municipi toscani" che risale al 1864. In essa l'Autore così descrive l'"armi" di Subbiano: "La testa bifronte di Giano rammenta la tradizione che dette nome al luogo un tempio dei secoli del gentilesimo dedicato a quel nome. Si presume che lo stemma non abbia subito variazioni nella forma e che la sua insegna sia anteriore al periodo napoleonico, come appunto riferisce anche il Lapini.
CASTELLO DI VALENZANO
Bisogna riconoscere che l'Alpe di Catenaia nascondono tra i suoi rilievi angoli indimenticabili. Situato al limite di un contrafforte, nella parte settentrionale dell'Alpe, quasi all'incrocio del torrente Talla col rio Cantalupo, Valenzano alza al cielo le sue rosse torri come se fosse ancora sentinella di questa suggestiva vallata, che lo vide al centro di contese tra feudatari laici ed ecclesiastici. Il vasto complesso edilizio è racchiuso da un folto gruppo di cipressi; a monte gli fanno corona boschi e castagni, che terminano con ameni pascoli, mentre a mezzogiorno la valle contiene, tra le sue ondulazioni, vigneti abetine e querci che fiancheggiano alcuni tratti della strada. Il toponimo Valenzano deriva dall'aggettivazione prediale del personale latino Valentius; quindi il vicus Valentianum si doveva estendere su questa fertile valle, già resa coltivabile dagli Etruschi, la quale era attraversata da un itinerario che, proveniente da Subbiano, passava per Sarna e il passo Serra raggiungendo poi la Romagna.
Anche l'insediamento medievale è ben testimoniata dai toponimi la Torre e Castelvecchi (ruderi di castello) e dello stesso Palazzo, ubicato in una posizione dominante.
Evidentemente questi sorsero a difesa della strada, come pure il castello di Valenzano venne edificato per il controllo del vicino valico stradale, oltre per la difesa della popolazione locale. La sua origine probabilmente risale al periodo longobardo e sorse come torre-vedetta; più tardi le sue strutture vennero potenziate e divenne un castello feudale.
Dopo il mille Valenzano apparteneva ad alcuni nobili di origine longobarda, i quali dividevano il possesso della sua corte con i monaci Camaldolesi, già insediati nella zona con i monasteri del Sasso e di Selvamonda.
Ciò è confermato da un atto di locazione del Gennaio 1089 con la quale il Priore Martino cedette alcune proprietà poste in Valenzano, Bagnolo, Acona, Calbenzano e Vogognano ai fratelli Uberto, Alberico, Ugo e Ildebrando al canone annuo di diciotto soldi di denaro lucchese.
Un personaggio dei nobili di Valenzano, Ubertino del fu Gualfreduccio, sappiamo che donò (Febbraio 1218) in perpetua al Visdomino di Petrognano tutto ciò che possedeva tra S. Mama e l'Ospedale di Cerreto.
Lo stesso Ubertino, tre anni dopo, donerà al Priore di Camaldoli quello che gli apparteneva nei castelli di Valenzano, Vogognano e Calbenzano e sull'Episodio aretino; altri beni li donerà all'abbazia di Selvamonda, la quale doveva dare in cambio al donatore, ogni quattro anni, una spalla di suino e due di pani.
Nel sec. XIV Valenzano seguì le vicende del governo dei Tarlati di Pitramala. Nel trattato stipulato tra Pier Saccone e il Comune di Firenze, alla cui giurisdizione era stato affidato per dieci anni il territorio aretino, si trova uno specifico riferimento al castello di Valenzano. Il trattato, stipulato come abbiamo detto in altre parti il 7 Marzo 1337, si risolse con grande vantaggio per i Tarlati, ai quali vennero riconosciuti tutti i diritti feudali sulle terre e su quelle dei loro alleati.
Dopo il dominio dei Tarlati, altri personaggi si alternarono nel possesso di Valenzano, risulta che sulla fine del sec. XIV Valenzano apparteneva a nobili identificati come eredi di Francesco Mingacci e successivamente agli eredi di Niccolò da Valenzano.
La lapide, posta su di una facciata del castello, ricorda che dopo i Tarlati il possesso passò nel 1414 ai conti Grisolini e da questi al conte Ghino Rondinelli. Discendente di Ghino fu la contessa Climentina, che verso la metà dell'ottocento, andò sposa al conte Giovan Angelo Bastogi, al quale la nobil donna portò in dote il castello di Valenzano con il terreno circostante. Il complesso edilizio, molto ben conservato, si articola intorno al cortile; a destra si trovano gli appartamenti padronali, a sinistra quelli della fattoria, che conserva in parte strutture seicentesche.
Le due ali sono collegate da un vasto salone ai lati del quale si elevano le torri esagonali e quadrate. Nel cortile si trova anche la chiesa cheporta il titolo di S. Maria, ubicata un tempo fuori del castello, già di patronato dei Rondinelli. Il castello venne realizzato su progetto di un architetto senese, uno del gruppo che rinnovò il castello di Brolio in Chianti, dove operarono gli architetti Marchetti, Partini e Socini, nonché pittori di fama come il Landi, il Franchi e il Morfini. Erede del conte Bastogi in Valenzano fu la contessa Maria Adelaide che sposò il principe Giulio Borghese.
Alla morte della principessa, avvenuta nel 1968, il castello passò per due terzi agli eredi conti Paolozzi e per un terzo alla Compagnia della Misericordia di Livorno, alla quale poi subentrarono i fratelli Franceschi di Subbiano.